
Come nell’esordio poetico dello scorso anno (Le viti del pianto, edizioni Ilglomerulodisale), l’amore è il tema principale dei versi inediti proposti a Bologna in Lettere da Lara Pagani. Amore che è bellezza e paura, per usare le parole dell’angelo protagonista di una luminosa terzina in endecasillabi.
Nella forma non del terrore ma di una pervasiva inquietudine e incertezza, la paura si insinua in ogni verso, a partire dall’infausta previsione che apre il primo componimento, scandito per tre volte dal numero 17, con tutto il suo carico di ambiguità. Secondo alcuni infatti porterebbe sfortuna, una credenza dovuta al fatto che il numero romano è l’anagramma di VIXI, ho vissuto, e quindi “sono morto”. In numerologia, per contro, il 17 risulta carico di significati positivi, dal risveglio spirituale alla connessione con l’anima gemella. Se compare nella targa di un’auto, indica che si sta andando nella giusta direzione, difatti in questi versi il riferimento al numero scritto sulla macchina comprata dopo sembra orientare la vicenda verso un lieto fine, finché il distico conclusivo in rima baciata insinua un dubbio e prospetta un finale aperto.
Nei componimenti di Lara Pagani, la paura coincide con una previsione di perdita, che sia conseguenza della morte o dello sciogliersi di un legame, tema al cuore della poesia incentrata sulla felice immagine della maglia che tiene uniti e del componimento dal titolo Mi chiedo cosa te ne farai tu, in cui si fa strada il sospetto di non essere abbastanza per l’altro. La paura è anche quella di mettersi a nudo, come si evince dalla poesia il cui primo verso recita “A ben guardare il bene che io sento”, delicata confessione di un sentimento che viene serbato, lasciato tralucere.
Il concetto di “decrescere” con cui si chiude il componimento succitato si applica a questa scrittura anche sul piano formale. A caratterizzarla è un dettato sobrio, essenziale, una versificazione di impronta tradizionale in cui predomina il ricorso agli endecasillabi e agli enjambements. In una metrica che potremmo definire novecentesca si inseriscono tuttavia elementi peculiari. C’è un uso piuttosto singolare del trattino lungo, che ricorda gli em-dash che nei versi di Emily Dickinson interrompono il fluire della versificazione insinuando un’esitazione, un dubbio, una forma di inquietudine.
Un’altra cifra caratteristica è l’emergere, nel contesto di versi piani e aggraziati, di accostamenti arditi che introducono un effetto di sorpresa aprendo un ventaglio di possibili interpretazioni (indole sdraiata; con le palpebre ti ascolto respirare; la strada quasi sul mento; sento qualcuno chiamarmi dai capelli).
A prendere parola in questi componimenti è un io poetico che non teme di rivendicare la propria prospettiva soggettiva, teso in un dialogo con un tu che nella maggioranza dei casi offre l’opportunità di problematizzare la relazione tra due persone, incentrata sull’abbandono, nella duplice accezione del termine: lasciar andare oppure lasciarsi andare all’altro, come nel dolcissimo scivolamento nel sonno che chiude la poesia So che non tiene quest’anello, credimi. E accanto al tu dell’amato, interlocutore dell’autrice, affiora il ricordo di altre persone care, cui si rivolge uno sguardo carico di tenerezza e nostalgia: la nonna e la sua casa con il ballatoio stretto e le ortensie e la madre che si immagina fermata nella sua giovinezza come dallo sguardo di Medusa.
(Francesca Del Moro)
Diciassette di marzo, giorno buono.
Hai cominciato le tue terapie, dicono
che sei spacciato, che dal tuo reparto
si esce quasi sempre orizzontali.
Hai scritto il diciassette sulla macchina
rossa che ti sei comprato dopo —
non proprio quella che sognavi, bella
lo stesso. Voglio correre con lei
il diciassette di ogni mondo a venire,
gridare che sei stato vivo fino a morire.
§
So che non tiene quest’anello, credimi:
si stancherà la maglia che ci tiene
uniti. Il doppio collo e quattro maniche
mi dici basteranno per novanta
altri inverni – magari devo crederti.
Per ora chiudo gli occhi, con le palpebre
ti ascolto respirare. Come premi
la mano sulla mia, come ti riesce
di allentarmi i nervi: cade il mio battito,
viene il sonno come viene l’autunno.
(Lara Pagani, testi inediti)
Lara Pagani è nata nel 1986 a Lugo (Ravenna) dove vive e lavora. È laureata in lingue e letterature straniere. La sua prima raccolta di poesie, dal titolo Le Viti del Pianto, è stata pubblicata nel 2024 dalla casa editrice ilglomerulodisale.

