Nota di Antonella Pierangeli su “Riti di passaggio” di Rita Greco

Opaca luminescenza e indicibile perfetto nella poesia di Rita Greco

La poesia di Rita Greco si rivela di stampo profondamente fenomenologico e prende le mosse da una realtà tumultuosa, in costante divenire. In Riti di passaggio, il caos della realtà esterna viene interiorizzato in un processo di filtrazione deformante, indispensabile per raggiungere uno stato di appropriazione del reale. La ritualità della parola, cercata e amata per la sua natura sacrale, caratterizza il suo tracciato poetico, illuminata da una sorgente d’interna limpidezza, eppure intrinsecamente oscura, poiché, se si lacera la membrana opaca che ci avvolge con l’incisione di sillabe nitide di trasparenza, si comprende che cupa è la realtà dietro quel velo. La notte infatti può ardere e brillare, il giorno essere oscuro, il silenzio farsi musica, i suoni farsi silenzio, come “La nube l’erba la vena scura della terra” e lo stesso officiante del rito di passaggio al caos, cui la Greco ricorda perentoria “– non ti soffermi abbastanza –/”.
L’agire poetico perde una volta per tutte il suo statuto di veridicità e diventa piuttosto un processo in fieri, un cauto accostamento al reale: “ridiamo e beviamo transitori – irrisori/un pulviscolo appena/”. Siamo carne in transito, materia trepidante, drammatica, ma di un dramma teso alla scoperta della vita. Siamo incauti ospiti di un hortus conclusus in cui l’immaginario si rivoluziona, cambia, attraverso una generazione che descrive la distanza irrimediabile tra i corpi e al medesimo tempo si sporge verso quei corpi stessi, li esige, li chiama a sé.
Siamo “– scorie emotive” di una specie di ossatura scheletrica, senza più carne che “Prende male le misure sbatte agli spigoli/si ferisce le mani dalle mani franano gli oggetti/gli oggetti corrono per la casa – se ne vanno via come tutti”.

In particolare, nella ricerca della Greco, il meccanismo deformante del verso diventa imprescindibile per interiorizzare e “domare” il mondo esterno, popolato da figure sbiadite che parlano, come attraverso vetri appannati, di deliri e di apparenza: “hai una cartuccera di domande/il chiodo fisso del crescere/il campo magnifico il pericolo/l’idea di mondo – delirio e vacuità –/”.
Un crescendo di disordine che filtra seguendo un ritmo di risacca, in cui il reale “il tempo perso nella fogna dei pensieri” viene sottoposto a curvature e deformazioni spazio-temporali di opaca luminescenza. Il risultato ottenuto, “animare l’aria animale/il lume della ragione dall’anno luce del sogno”, seppure distorto, si rivela concettualmente equivalente alla materia di partenza, “l’ipotesi finale/dove sempre qualcuno dice/tu sai”.

La rappresentazione deformante corrisponde dunque a un processo di filtrazione fenomenologico che restituisce una versione della realtà analoga, nonostante le sue forme siano stravolte: “Osa il suono farsi voce umana/plana nella gola rotola allo sterno/– quello è il punto in cui si rompono le cose –/da lì riverbera s’irradia si propaga/” e l’umano che resta come detrito nel fondo del rito, diviene una specie di lama verticale a cui è sfuggita la visione d’insieme.

Nella scrittura della Greco dunque il simbolo è la via d’accesso per il sovrasensibile, è il veicolo dell’emozione impagabile che si prova a sentirsi vivi e a condividere il chiaroscuro iniziatico dell’esistenza con gli altri viaggiatori di questa traversata. Vite pulviscolari, circoscritte nel farsi poesia dell’esperienza, fuse in un versificare abrasivo dalla tensione tutta umana, regalano autenticamente bellezza, forza, senso. Così la poesia si avventura nella desolazione delle esperienze umane, nei dettagli dei gesti e dei pensieri, in ciò che effettivamente vale, ossia la dignità di ogni persona nel suo essere una dolente esplosione di vita, netta, incisiva, lucida, densa e immancabilmente suggestiva, in cui calcolare “il peso degli assenti la conta dei bisogni/i dubbi reiterati”.

Per questo l’autrice, a dispetto del torrente gelato che le esplode dentro, fa penetrare la coscienza del poeta nella fisicità di una materia elementare, quella essenzialmente primaria dell’essere un corpo nuovo che non teme più la notte, incastrato “tra il non più e il non ancora”.
Un linguaggio dunque che si fa più impuro, creando tra i versi un dramma che si reifica proprio nella vita di tutti i giorni, nella quale rivela le sue inquietudini più profonde “l’indicibile perfetto – lamento o lallazione/primo movimento/(idea)/ destinazione”.
Parola per opporre e per resistere, quella di Rita Greco, stretta al verso come in uno spasmo.
Una sorta di extrasistole che osa “farsi voce umana” e si oppone all’andamento del rito di passaggio, gli resiste.
(Antonella Pierangeli)

da Riti di passaggio:

1.
La nube l’erba la vena scura della terra
– non ti soffermi abbastanza –
cani missile si vivono senza pensarsi così noi
ridiamo e beviamo transitori – irrisori –
un pulviscolo appena

tintinna coincidenza, scintilla
dagli angoli del cosmo al tuo bicchiere

hai una cartuccera di domande
il chiodo fisso del crescere
il campo magnifico il pericolo
l’idea di mondo – delirio e vacuità –
il tempo perso nella fogna dei pensieri

animare l’aria animale
il lume della ragione
dall’anno luce del sogno l’ipotesi finale
dove sempre qualcuno dice
tu sai.

2.
Prende male le misure sbatte agli spigoli
si ferisce le mani dalle mani franano gli oggetti
gli oggetti corrono per la casa – se ne vanno via come tutti
come tutti aggiunge un’altra tacca alla rinuncia
– si raggiunge per diminuzione –
compone l’arazzo dei perché inevasi
dei non so posti a protezione
patisce leggera ubriacatura
– scorie emotive riempiono fino all’orlo –
fa spallucce si astiene (si contiene)
col piede eterno saggia il vuoto.

(Rita Greco, da Riti di passaggio, testo inedito)

Rita Greco è nata e vive a Mesagne (Br). Ha pubblicato le raccolte di poesie “Perché ho sempre addosso un cielo” (2007) e “La gioia delle incompiute” (Ladolfi Editore, 2021). Diplomata attrice professionista presso la Scuola d’arte drammatica della Puglia “Talìa”, ha condotto laboratori di teatro-poesia per bambini nella scuola primaria e in collaborazione con associazioni locali. È vicepresidente dell’associazione culturale “Solidea 1 Utopia” e presidente di giuria per la sezione poesia edita del premio letterario nazionale “Città di Mesagne”, ideato e curato dalla stessa associazione. Ha conseguito diversi riconoscimenti in concorsi letterari nazionali, tra i quali la segnalazione al premio Lorenzo Montano con la raccolta inedita “La lettera mancante”, il terzo posto per la poesia inedita al concorso “Città di Chiaramonte Gulfi”, il primo posto con la prosa poetica “Il dio della crepa” e il terzo posto con “La gioia delle incompiute” al premio di poesia “L’arte in versi”. È stata ospite di “Primo – Festival internazionale di poesia civile e contemporanea del Mediterraneo”, del festival internazionale di poesia “Pollino in versi” e di “Colpi di voce”, maratona letteraria di Bologna in lettere.
Suoi testi sono apparsi su vari blog, antologie e riviste letterarie, su “La Repubblica”, nel tredicesimo volume “Sud I poeti” e su “Secolo Donna 2023 – Almanacco di poesia italiana” (Macabor editore).

Rita Greco