Nota di Patrizia Sardisco su “Better Days” di Luca Gamberini

Fare unità tra brandelli d’esperienza. Su Better Days di Luca Gamberini

Convince la compattezza tematica e stilistica lucidamente perseguita della silloge Better Days di Luca Gamberini, segnalata nella sezione Raccolte inedite a Bologna in lettere 2025. Le tre parti in cui essa è articolata offrono voce di poesia a un percorso esistenziale e poetico nel quale temi classici della poesia lirica, lo scavo nella propria interiorità, le sollecitazioni che vengono dall’esperienza vissuta, il colloquio inesausto con i cari assenti in virtù di “questa indecenza così bellissima/della perseveranza degli affetti”, si coniugano con (o forse sarebbe più esatto dire si imbevono di, tanto ne appaiono profondamente intrisi) una “ricerca inesauribile di Dio, “quella ricerca incompiuta”, che in nessuna di queste pagine si avverte mai quale fatto accessorio o comunque ulteriore rispetto alla percezione, all’interrogazione del dato di realtà, che giunge a sua volta insistente, copiosa, violenta come una raffica di dettagli tanto più taglienti quanto più poliedrici, proteiformi.
In esergo all’intera raccolta viene incontro una (splendida, amatissima) citazione tratta dal Vangelo di Luca (Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose, meditandole nel suo cuore) e, posta a piè di pagina, una nota che, intesa a chiarire la portata di quel “meditandole”, sviluppa al contempo un’interessante riflessione sull’attributo symballousa con il quale lo stesso Evangelista definisce Maria: l’una e l’altra concorrono a offrire al lettore una introduzione su tema e forma dell’opera, immettendolo in una cornice che anticipa e ne fissa il filo conduttore, dando precise coordinate, da una parte, su quale sia la natura della realtà e quali le modalità di farne esperienza e parola, e, dall’altra, sulla qualità della struttura connettiva che innerva la visione del mondo e la poetica del suo autore. L’una e l’altra, citazione e nota, sembrano autorizzare a vedere nella Maria di Luca una feconda chiave simbolica, un modello del procedere tanto lungo il cammino verso Dio quanto nel gesto compositivo, nell’accogliere il dato esperienziale e la parola che lo nomina, nel raccogliere e comporre la parola che aspira a divenire poesia: in quanto symballousa, “Maria è la sola che sappia e possa avvicinare parti lontane, separate, incastrare tra loro pezzi diversi. Maria, quindi «fa unità» tra brandelli di esperienza, tra noi e Lui”.
I titoli delle tre sezioni, In limine, In fieri, In excelsis, dando conto dei punti cardine di questo duplice, per quanto inestricabile, cammino, individuano una direzione e un verso: una direzione verticale – da una soglia, “il piede piantato bene sull’orlo”, passando per “questa corsa sul tapis-roulant” che è la vita, fino alla promessa di un’altezza – e un verso, quello di un movimento che procede in ascesa spostandosi oltre “l’adesso”, un movimento che la fede rende possibile e l’arte, la Poesia in particolare, possono rendere visibile, comunicabile: come “Caravaggio insegna alla luce dove dirigersi:/ vocare, chiamare, indicare dalla soglia/ dove stendersi, come estendersi/ come farsi intendere”, è dalla soglia di un qui e ora che il poeta coglie e nomina ed estende la visione di un e poi, insieme ai passi necessari per dirigervisi.
Better days è dunque una preghiera – “Better days è la mia preghiera del mattino/ (…)per rilanciare avanti il posto fisso/ della resa” – ma è anche un testo ancora tutto da compiersi, “ricerca incompiuta”, coacervo di dilemmi risorgenti che si radicano profondamente nella contemporaneità, con i suoi fatti e misfatti, con le sue contraddizioni, che sprofondano nelle stratificazioni create dall’affastellarli dalle esperienze più intime sulle vicende sociali dalle quali la coscienza per sua natura si distrae; di un male-essere privato che non si preannuncia ma “Ti accorgi che c’è quando ti eviti e ti avviti/ti avvolgi su te stesso in una giostra di burro”, sulle inquietudini di una sfera pubblica in cui si muovono sciami di diseredati, esclusi, invisibili, sulle ingiustizie, su orrori ed errori, sull’inumano: strati su strati che la sensibilità tiene insieme un attimo prima di farli deflagrare in schegge, in frammenti, in quei “brandelli di esperienza” lontanissimi che la poesia può ricondurre a unità.
Sotto il profilo formale, ciò è reso possibile da una ricerca compositiva che include, assembla, incastra, contamina. Che ammette nel verso ogni brano di conversazione, ogni ricordo, ogni impressione, tenuti insieme dal collante dell’ironia e dell’autoironia, dall’ascolto spasmodicamente affilato, dalla fisicità materica della memoria. Il calembour, il gioco di parole, l’anacoluto, il parlato, accendono dubbi, immettono in territori inattesi, le sovrapposizioni disinnescano le semplificazioni, gli accostamenti arditi restituiscono lampi di verità.
In questo senso, così come sul piano tematico la ricerca di Dio è fatto intrinseco alla quotidianità, ne innerva di sé il respiro fino a rendere ogni passo parte di un cammino di fede, allo stesso modo, sul piano formale, la prosaicità del vivere contemporaneo, con tutto l’impoetico che trascina con sé, non può restare estranea alla poesia. Così come il Dio oggetto di ricerca dell’io poetico non si trova “nell’alto dei cieli” (“Padre nostro che sei qui”), e può essere pregato ma anche interrogato, chiamato a rispondere, accusato (“Dio che ci sei ma latiti”, ) rivolgendoglisi con un familiare tu senza che ciò pregiudichi la fede (“Non ti tento. (…)/ Sia fatta la tua volontà// Ti pregavo così nel mio schianto nudo”), il generale “abbassamento” del registro, del dettato poetico derivanti dalle opzioni formali, retoriche e lessicali, non pregiudica ma all’opposto appaiono parte centrale di una ricerca, di una strada consapevolmente, programmaticamente percorsa verso quella “unità di tutti gli eventi e di tutte le parole”, verso una poesia che tutte le cose conserva, congiunge, medita.
(Patrizia Sardisco)

Nel nome della madre
che verrà.
Mediare tra seme e vagito nel cuore il nome
l’esito dello stare sul crinale
germinale
mentre carne un grumo si fa
mentre si sfalda il refuso
corruttibile.
Una contaminazione di purezza
che procede dalla madre al figlio
con la madre che medita
precedendo nel suo cuore
il destino di ogni nascita: estrarre
dalla bellezza l’onomastica:
nel nome del figlio che già sa della madre,
nel nome del padre che aspetta sulla soglia,
nel nome
di tutti i genitori – genituri
che aspettano
che i contratti non siano
lordati di
non so come dirtelo
mi dispiace tantissimo.

Questo procreare è un gemito
abortito,
è il frutto degenere
di un lavoro che sparisce,
è il volto di chi senza coraggio
frana ferite sul nome di un figlio.

§

Nel segno della croce
la mia ricerca di pace,
nel sonno della ragione
la generazione dei mostri.

Come posso restare insensibile
a questo intorno impercettibile
di umano che racchiude ogni arto
ogni millimetro interiore, esteriore?

La ricerca della verità è un’opera
di Duchamp,
scandalizza
perché erode l’errore
e ride della debolezza,

tutta questa incredibile bellezza
che mi travolge
ogni volta che non mi appago
e scelgo un nuovo giro di giostra.
(Luca Gamberini, da Better Days, raccolta inedita)

Luca Gamberini (Bologna 1986), ha pubblicato le raccolte poetiche Neoklassico (2014), Un etto d’amore (Lascio?) (Ensemble, 2018) Pensa che cretino che è l’amore (Mondadori, 2021), Cromatismi (puntoacapo, 2022), Non rime di frattura (puntoacapo, 2024); per il teatro ha scritto Tra Venere e le Sirene, che ha debuttato al Teatro degli Angeli nel gennaio 2020. Ideatore della performance #PoesiaEspressa® e della serie grafica Stilemi, ha esordito in ambito fotografico con la prima personale L’Arte svelata. Sguardi che vanno oltre (Bologna, settembre 2021). Sposato con Benedetta, vive a Bologna.

Luca Gamberini