La croce acefala e il sacro residuale
Profanazione e teurgia nella lingua demolita di Levkas, di Ianus Pravo
Nel corpo di Levkas si consuma una liturgia del verbo che, piuttosto che redimere, disvela. La lingua di Ianus Pravo non cerca il senso: lo espugna, lo disossa e lo lascia sanguinare in un campo semantico dove il σημαίνειν non è più segno, ma lacerazione. Il verso si fa carne e tomba, «corpo tomba e segno in radice unica» [Levkas, I, v. 38], e in tale radice si annida il θεουργικός, il gesto teurgico della parola che non spiega, ma interroga. Segnatamente, l’atto poetico praviano si sottrae al ruolo di medium per elevarsi a ostensione: è il verbum incarnatum che si espone, si lacera, si coagula. Cedendo a un ineludibile imperativo interiore, la metrica si frantuma: ogni enjambement è una frattura scomposta, ogni cesura un colpo d’ascia. Il ritmo supera il semplice andamento, per farsi torsione michelangiolesca: «Farò un verso perché sonnecchio / e ho fatto un verso ed ora ho sonno» [Le abulie, III, v. 142], e in questa sonnolenza si consuma il sacrificium linguæ. La sintassi si ritrae ex silentio, si disarticola, rinnega la tentazione di informarsi e muta in vibrazione. Nell’ottica barthesiana, la scrittura neutra si condensa nel grado zero dell’enunciazione, ma qui il neutro è in statu dissolutionis, un campo di battaglia dove la parola affronta la propria impossibilità. Il lessico è corpo mistico e desecratio rituale: latino, greco, francese, inglese, tedesco si mescolano in una babele fonica che all’unità preferisce l’orgia della mutilazione. Il flusso frasale è posseduto, non possidente, come lisergica glossolalia oracolare. Se per Heidegger il linguaggio è la casa dell’essere, Levkas ne è l’esilio, «il non-luogo che incomoda l’esserci in assenza» [Le abulie, III, v. 65]. La retorica è quella del martirio: ogni figura è un chiodo, ogni visione una croce acefala. La carne è apparizione e maceria, «la Pietà che tortura il volto carnem carmen, la feccia» [Le abulie, III, v. 112]. Mai intero, il corpo sussiste solo come cascame in fieri, in stato perpetuo di demolizione: «Cane accucciato a fianco di un cane morto ma rivoltato in un roseto / di respiri fino alla schiena a muro in demolizione» [Le abulie, III, v. 119]. Jung riconoscerebbe in tale lacerazione testuale l’archetipo della dissoluzione, ombra che si fa verbo; parimenti, Didi-Huberman ne leggerebbe criticamente l’immagine come ferita-residuo, sfida contro lo sfacelo. Tematicamente, Levkas è un poema dell’assenza e della sconsacrazione. Il sacro è evocato solo desecrationis causa; il nome di Dio è pronunciato come mero segno: «più che Dio adoriamo il suo nome» [Le abulie, III, v. 62]. In questo magma di violenze linguistiche, emergono non solo il disinnesco agambeniano del sacro e il decostruzionismo derridiano del senso, ma altresì una violazione del noumenico kantiano e una profonda ermeneutica heideggeriana dell’essere. La κένωσις mistica della parola praviana non è mai vezzo erudito bensì gesto radicale, uno svuotamento teologico che, facendosi materia viva del linguaggio, trasforma la fenditura ontologica in soglia dell’altrove e canto dell’inesprimibile; in essa, Simone Weil scorgerebbe qualcosa di simile, seppur di segno opposto, ai suoi meccanismi di “de-creazione”. E Diego Riccobene, nella sua magistrale prefazione, coglie con precisione chirurgica questa procustiana tensione: «la poesia qui presente rammenta codesta propensione non solo definendo l’abissalità di un teorema acconciamente filosofico, ma pure un segno nubiloso e teurgico» [Prefazione, p. 1]. E ancora: «la sconcia ziqqurat di pronunce frammiste, di entelechie semantiche, di citazioni, sorge tra le balze irrorate dal vespro purgatoriale» [Prefazione, p. 2]. Levkas non è la torre di Babele, ma la sua rovina: «Etemenanki rovesciata, l’arcano XVI al contrario» [Prefazione, p. 2]. La poesia di Pravo è segnatamente una teologia negativa, dove il dire si consuma nel proprio fallimento. In chiave blanchotiana, Levkas incarna il paradosso di un verbum cortocircuitato, negato e insieme esposto al proprio annientamento; il fallimento del dire si disvela come atto più autentico, giacché il poeta non aspira alla verità, ma ne ricerca l’assenza: «verità della ferita verità d’assenza assenza / di verità» [Le abulie, III, v. 130]. E in tale assenza, il corpo della parola si fa platonicamente e simultaneamente σῶμα e σῆμα — corpo e tomba, carne e segno, icona e rovina.
(Maria Laura Valente)
Vivo o morto non è qualità che apra
o chiuda o grigio o secco o laccio o voce,
fermo nel ritorno di chi non torna
limbo centauro nei denti di mura
nel riso in cui lo stupro è arricchito
del costo valore prezzo ora roggia
sentina muscolare e spasmo, scabbia.
(Ha un numero civico questo luogo
e la terra stride in bocca al parlante,
se sommersa sommerge, l’erba, neve,
il dio men’shinstvo aggrappato al mio bordo,
mio bordo, meno bordo, meno, meno,
l’arsi della corda a cui s’impicca Giuda
la tesi del bastone che ritma il passo
a Colono).
Se pronuncia il suo nome, la vertigine
virginea trema nella fissità
dell’icona, raccoglie col sorriso
le bambole votive perché fertile
sia lo stupro con cui il nome la guarda,
la voce l’ascolta che si rinsangua,
quella voce muove a sé fissa infranta
guardante guardata, e se il vir tacendo
poi il suo nome se ne rigioca l’eco,
e ferma nell’icona lei svanisce
nella nudità del voto.
§
Non il vedere a denudare Vergine:
è il crepitare del grido in bocca,
latteo di ventre profondo: ne espone
‒ luteae violae mihi lacteumque,
invèi shuàl, bedabberò, dame agora ‒
acre di orina e sperma a limite, aria,
l’ovale. Il fuoco fonetico a carne
su carne, verità su gesto, cera.
Il corpo germina nel grido, fuori
della cui materia tutto è, soltanto,
materia. Paziente, la cecità
di spargersi in un silenzio dal battito
crescente è respiro che testa orante
‒ carne via carne ‒ riversa nei fiotti
del cenno a coltello su cui è ruotato
il tronco, si ricongiungono gli arti.
Ora gli è spazio gremito, annientato
lo sguardo: come un battesimo inietta
le lacrime nella fronte dell’uomo,
v’innesta innocenza, l’avidità
dei due corpi pietosi a unirsi muti.
Attraverso il lume aperto tra i ventri
divisi, commisura l’ozio a Dio,
decifra oro nell’ordito dei semi,
un sapore di voce in secrezione.
O un pugno dischiuso, scialato: il tempo
a traccia gradui potere alla luce.
(Ianus Pravo, Levkas, Il Convivio Editore, 2024)
Ianus Pravo è nato a Treviso, e vive a Barcellona, in Spagna. Ha pubblicato, tra gli altri, i volumi di poesia: Senz’arma che dia carne all’imperium, con Leopoldo María Panero (SEF edizioni, 2011, versione spagnola: El Ángel Caído Ediciones, 2015), Il cervo giudicato (Anterem Edizioni, 2022), Plaga – Pro statuere (Edizioni dello Straniero, 2024), Levkas (Il Convivio Editore, 2024). Ha tradotto in italiano, di Leopoldo María Panero: Narciso nell’accordo estremo dei flauti (Azimut Editore, 2005), Dal Manicomio di Mondragón (Azimut Editore, 2007), Peter Pan non è che un nome, (con Sebastiano Gatto), Poesie 1970-2009 (Il Ponte del Sale Editore, 2011), Il cervo applaudito (EDB Edizioni, 2013).

Ianus Pravo
