Manovra di disostruzione di Filippo Ticozzi è un mondo alla rovescia, una galleria degli orrori e di «sagome insensate» – teste di madri appese alla porta, «quarti di bue nella vetrina / del macellaio», adolescenti «gonfi / di gel e ormoni», barboni con gambe verminose…, l’opposto dei parafernalia della tradizione lirica –, quindi non risulterà troppo incoerente iniziare dalla fine. Chiude la silloge, infatti, una serie di testi dedicati a una sorta di trinità di numi, Raffaello Baldini, Giovanni Testori e Andrea De Alberti, che – nonostante le divergenze di epoca e linguaggio – paiono evocati per una comune base di stranianza del soggetto, smarrito e ridicolo, martirizzato o post-identitario, comunque problematico e frammentario, in piena risonanza con l’uomo come «soffio in una narice» dell’esergo biblico della raccolta. Ed è con questo “uomo” in mente, caricatura della geometrica perfezione vitruviana, che si può entrare nell’inferno carnevalesco ticozziano con una qualche forma di bussola, consapevoli che, come osserva Kristeva in Poteri dell’orrore, l’abiezione è un impulso che trascende i confini tra attrazione e repulsione: ferisce l’identità, scuote l’ordine simbolico, eppure avvampa di una passione dolorosa.
Fin dall’inizio spicca una concezione patologica del corpo che si contagia come una raggiera di onde d’urto a tutto l’ambiente circostante: ci si trova catapultati, d’altronde, in un «letto d’ospedale», dove anche i fiori sul davanzale sono «acne di un viso giovane, / buchi scavati da dentro» e la finestra non lascia entrare luce o aria, ma diventa elemento patogeno capace di causare tachipnea, «accelerare il respiro» con la sua opacità ostile.
L’aspetto più forte di questo lavoro è la sua immersione senza scampo nel disagio, fisico e mentale. Corpi in decomposizione, dolori (psico)somatici, mutilazioni immaginarie o reali («mi divora la tristezza / giuro non ho più due dita») creano un teatro del dolore à la manière d’Artaud, a metà tra il biologico e il simbolico, i cui oggetti di scena sono i materiali organici più repellenti, vomito, sperma, escrementi, pelle smangiata dalle piaghe «come patè», sui lenzuoli inquietanti pozze scure che non sono sangue. In questo scenario anche le relazioni più intime appaiono degradate: la madre è un brutale residuo edipico («ora / te la scoperesti»); nonostante l’intimità quotidiana di una colazione consumata «in mutande e maglietta / coi capelli da lavare», il rapporto con la figlia è straniato dall’alterità ferina di una ragazza che «ha / artigli feroci e divora insetti che sono / il doppio del suo peso»; la moglie – immortalata nell’inseguimento di un’accoppiata fitness-svago illesa da traumi («Lei è in forma. Ride spesso e ha una moto / per l’estate, senza rate») – ha dimenticato l’evento coincidente con il loro primo incontro («un sasso sul parabrezza»), mentre lui porta ancora, come un paradossale e infertile taglio cesareo, «un segno sulla pancia». E, siccome «anche le escort sono aumentate / da 100 a 150 la tariffa base», meglio rintanarsi nelle consolazioni onanistiche offerte da pornhub. Forse solo il ricordo infantile delle giornate di pesca con il padre segnano una pausa al disturbante grazie alla tonalità «rosa-chiaro» del barcone, alla «pelle rosa dei suoi palmi», ma è solo un attimo: sotto la superficie dell’acqua attendono «mostri dell’abisso» dai canti misteriosi come quelli di mitologiche sirene.
E’ inevitabile che a conti fatti – circondati come siamo da un degrado urbano costituito da «ferro e muri / e sputo e spazzatura» – la natura non possa offrire consolazione, ma rifletta la condizione ontologica del soggetto. Ogni panorama è infestato, sofferto, segnato da cicatrici: la «luce della pianura padana» è «sgomenta» e «appiccica alle macchine come muffa»; il «mare è una macchia scura… / piena di esseri senza arti sottosopra»; i sentieri nella neve sono «sfregi in suppurazione». E d’altronde il primo testo avverte chi legge che non troverà cieli screziati dalle sublimi fantasmagorie del tramonto e nello spazio neutro del «lassù» latitano pure le muse di ogni poeta della domenica, i gabbiani.
Il bestiario che pullula nei versi è coerente con la tonalità dominante della raccolta, sciorinando un catalogo mutante di pettirossi e tarli «famelici», gechi, topi, mantidi, corvi, tartarughe, paguri rinsecchiti, cani coprofagi, tutti perfetti correlativi dell’animale storpio e indigente che noi siamo.
La sintesi del suo discorso la fa Ticozzi stesso in una delle ultime poesie: «dell’incanto rimane / il vuoto». Il vuoto. Il dolore. La morte. La «vana speranza» di una soluzione escatologica. La bocca segnata da uno sfregio d’oscurità. La lingua impietoso strumento chirurgico per quella malattia che è la vita, ma anche intervento tecnico contro lo stigma del nichilismo, se è vero che il testo si presenta per postulato iniziale come la manovra per rimuovere l’occlusione che impedisce la normalizzazione, la censura, il silenzio.
(Maria Luisa Vezzali)
Nel letto di ospedale
i fiori sul davanzale sono
acne di un viso giovane,
buchi scavati da dentro.
La finestra insuffla un’ossessione
che accelera il respiro, alluminio
dei contorni canna di fucile
che non riflette nulla.
Uno specchio in penombra
secca la bava sul mento.
Il tempo è una chiocciola svuotata
dal lampo famelico del pettirosso,
un’unghiata porpora che
smembra il paesaggio di
saggina e foschia.
§§§
Senza ossa rotei l’ombrello,
stanco del malaffare, del ludibrio
e di lei che non si concede.
Sul balcone un vaso di giacinti incolti contro il sole.
La finestra come un filtro che ti appanna:
una coltre d’autunno che distruggi,
ma non esiste.
Oh Aiace, eroe che del nome hai i connotati
ora non ridi più;
bestemmi il tuo papà (ha fatto il classico),
dio e la tua amata
che nelle pieghe dell’ombrello trova pace.
Floscio sei, ti vergogni di te,
la timè sotto la giacca sgualcita con un fazzoletto sporco,
accasciato sui resti ubriaco. “Questo mondo ingiusto”.
Sei un commerciante agricolo
in città che disegna buoi con un vetro rotto.
(Filippo Ticozzi, da Manovra di disostruzione, raccolta inedita, di prossima pubblicazione presso puntoacapo Editrice)
Filippo Ticozzi è autore e regista di documentari. I suoi film hanno partecipato a molti festival (tra gli altri Visions du Réel, Ji.hlava IDFF, Festival dei Popoli, Bellaria FF, Full Frame IDFF, Doker Fest, Festival del Cinema di Venezia, Laceno d’Oro, ecc.) e hanno vinto diversi premi (Premio Speciale della Giuria al Torino Film Festival, Best Documentary a Cinéma Vérité Iran, ecc.). Ha scritto di cinema su riviste di settore e in volumi collettanei. Insegna Cinema Documentario e Sperimentale all’Università di Pavia. Scrive poesia dal 2023. È stato menzionato al Premio Montano 2024 e alcuni suoi testi inediti sono risultati tra i vincitori assoluti del Premio Ossi di Seppia 2025. Manovra di disostruzione, la sua prima raccolta, in corso di pubblicazione presso Puntoacapo Editrice, nel 2025 vince il primo premio a Europa in Versi, il secondo premio al Premio Letterario Lago Gerundo, il terzo premio al concorso letterario Il Convivio e riceve una segnalazione da Bologna in Lettere (sezione inediti).

