Premio Bologna in Lettere 2024
Sezione B – Raccolte inedite
Poesia polisemantica e poliedrica, quella di Barbara Giuliani, fondata su libere e magmatiche associazioni e su una tecnica di composizione e scomposizione di tasselli-versi, a tratti contrappuntistica.
Non si tratta però di un irriverente e giocoso divagare sull’onda associativa mescolando i più diversi elementi, come pure talvolta accade con effetti di “realtà aumentata” o grotteschi, di humor nero. C’è una precisa regia nel dinamismo e nelle invenzioni linguistiche di materia madre, evidente a partire dalla rigorosa struttura del libro, diviso in tre sezioni: rizoma, cartilagine, pigmento, ciascuna organizzata a propria volta in tre poese lunghe dall’andamento narrativo.
“le cose si muovono a prescindere dal loro stare” esordisce il primo verso di rizoma, eracliteo. E subito ci viene mostrato che cosa accade “se scaviamo un buco del diametro di cinque centimetri / profondo trenta centimetri”: secondo i dettami della gnoseologia del buco che viene delineandosi, da un buco-sonda noi possiamo vedere “un frammento di cielo, / un bombo a velocità ipersonica, /una coda di rondine”, e così via, nel buco possiamo precipitare o semplicemente piantare un ombrellone. Ebbene, è proprio questa prospettiva rasoterra, “quando sei nel basso”, che consente a Giuliani di riequilibrare l’alto, l’assurdo, il mentale, consegnato a funambulismi verbali, neologismi, virtuosismi. C’è una fin troppo acuta sensibilità per il paradossale, per ciò che si fa beffe dell’ordine logico, per gli splendori di una visionarietà anarcoide che sa calarsi in un linguaggio commercial-tecnologico (“c’è un uomo in un sito on line / che cerca di comprare uno spargifoglie e / non ha un giardino”).
La lingua dei tempi attuali, definita dalla poeta “il cilindrico”, ovvero la lingua che si parla nel buco a cilindro scavato a terra, è una lingua che galleggia “sull’orlo dell’irreale” e per giunta veniamo avvertiti che “concordare” in questa lingua è impossibile. Disarmonia linguistica a cui fanno eco dismorfie: si sperimentano ibridazioni corporee, qualcuno prende a prestito un arto non suo.
La dialettica reale-basso-quotidiano versus irreale-alto-abissale si presenta anche correlata a una dimensione numerica, a una furia del numerare: il basso quotidiano è continuamente misurato e contato, in una sorta di statistica a scopo pubblicitario o pseudo-scientifico.
È importante infine ricordare che il nucleo inconscio generativo di questa scrittura è un redde rationem con la figura della madre:
la madre è osservata, seconda luna,
satellite neo celeste, angelo
plastificato nelle recite scolastiche,
missile nord coreano non ancora testato,
mongolfiera di cappadocia alla deriva,
falco reale privo di collare gps.
Al termine della lettura, il filo della madre satellite non è reciso, a dispetto delle dichiarazioni dell’autrice: persiste la possanza della madre come gea, cioè come orizzonte dei corpi (“sullo sfondo l’idea di una madre terragna / non abbandona mai la scena. / nessuna teologia è scesa in campo /per chiarire la visione”) e della madre come tradizione, ovvero come eredità di una madre-poesia da cannibalizzare: “troveremo un ruolo chiave alla madre” sentenzia Giuliani. (Giusi Drago)

