Nota di lettura di Maria Laura Valente su Francesco Costa

La parola poetica di Francesco Costa, micidiale nella potenza primigenia che scaturisce intatta dalla sua sferzante essenzialità, a sua volta originata dalla totale interiorizzazione e metabolizzazione dell’altro da sé, mette lucidamente a nudo l’oscuro abisso esperienziale in cui la mostruosità proteiforme del trauma bellico (da intendersi in ogni possibile declinazione di ferocia) e l’insanabilità dell’intima sofferenza umana si amalgamano, trasmutando vicendevolmente, in un interscambio osmotico tanto fluido quanto lancinante.
Negli inediti Canzonetta del dolore carsico e Canzonetta delle sette del mattino – nelle cui coordinate genetiche (Gorizia, Sofia) echeggiano orrori carsici e olocausti bulgari – la narrazione poematica, liminalmente sospesa tra concretezza storico-politico-sociale e rarefazione simbolica, si affida a una versificazione libera ma ritmata, ipnotica e tagliente, per il cui tramite il dolore universale si fa gravame materico psico-sensorialmente esperibile («un grande ossario pesa / sulle vastità della terra»), spazialità metastoricamente agibile («Ho disegnato distanze / percorribili / tra due guerre»), concretezza misurabile su scale decimali, implacabilmente scandite da trafitture anaforiche («Sessanta centimetri di cemento / armato»).
Nei due testi in parola, la ponderata selezione lessicale – improntata tanto al rigore denotativo (patente nell’avveduto ricorso alla continiana post-grammaticalità dei tecnicismi) quanto a un latente e criptogenico potenziale evocativo – ibrida visionariamente, in accezione finemente cronemberghiana, la multiforme brutalità di un campionario semantico militare (trincee, mortaio, spada, filo spinato, cortina di ferro et similia) con ciò che resta dell’umano (rectius, dell’humanitas), componendo spietate immagini concettuali che deflagrano ex abrupto tra i versi, in guisa di dirompenti cratofanie dalla possente onda d’urto («le bombe a grappolo / dei tuoi sorrisi», e ancora: «tra la piega innaturale / del tuo collo e un cielo sventrato»).
In forza di tale cruenta ibridazione e del suo teratomorfico portato psico-emotivo – atroce memento spinto ai limiti del body horror («nelle trincee di un corpo / scavate con le unghie / nelle pance aperte / e l’intestino srotolato / per orientarmi / nel labirinto vuoto») -, violenza bellica e tormento umano ostendono la cruenza di una corporeità promiscua e straziata («i miei passi sono un mortaio / che spara a vuoto nella notte / il mio torace una foiba»), nella cui carnalità metafisica la memoria, individuale e collettiva, si fa squarcio e flagellazione, martirio testimoniale che, trasmettendosi, come soterico contagio, per via di interferenza empatica, muta in spietata e disillusa riflessione metatemporale nei versi di Cantico della vergogna.
In questa lirica, enucleata dalla silloge Castigo (NullaDie, 2023), sotto un fittizio velame d’impianto invocatorio e devozionale, la traslazione liturgica del dettato poetico è solennemente officiata da amare ironie dissacranti («[…] Dio delle promesse ignorate / che illumini le promesse con il napalm», o ancora: «Dio senza più stelle, senza più spazio» e più oltre: «che sei nei cieli, nei mari / per terra, come i mozziconi»), amplificate ed esasperate da cadenze ritmiche para-rituali («Nostra Signora dell’evoluzione / del darwinismo sociale, Nostra Signora / del capitale») le quali, al pari di impietose erinni autodeterminate, dilaniano lo spesso tegumento fideistico che cela l’assenza (o l’inane indifferenza) di ogni principio ordinatore, disvelando impietosamente il «niente, grazioso / che sei nei cieli».
(Maria Laura Valente)

Cantico della vergogna (Venezia, 2022)

Nostra Signora dei bambini che pestano le mine
dei mujaheddin, Nostra Signora delle rivoluzioni
fallite, delle risoluzioni tradite, prega per gli altri
perché noi siamo sordi all’amore.

Dio dei pazzi, dei ladri e degli spazi
confinati, Dio che illumini la tua terra
con i razzi, Dio delle promesse ignorate
che illumini le promesse con il napalm
Dio dei preti e dei ragazzini, Dio
che lo fai venire duro e poi la colpa è loro
Dio del cloro e della carne, perdonali
perché sanno fin troppo bene.

Nostra Signora dell’evoluzione
del darwinismo sociale, Nostra Signora
del capitale, delle capitali e dei paesi
di trecento persone, prega per gli altri
perché noi siamo sordi all’amore.

Dio delle scienze e delle tecniche
che orbiti attorno ai satelliti
Dio senza più stelle, senza più spazio
senza più pioggia e senza rabbia
Dio delle separazioni, delle due rive
del Giordano, perdonali
perché sanno fin troppo bene.

Ave o niente, grazioso
che sei nei cieli, nei mari
per terra, come i mozziconi
che non hai volontà
ma disposizione
al massacro

perdonali
perdonaci.

Nostra Signora dei discorsi troppo lunghi
dei pomeriggi troppo assurdi, delle mattine
dimenticabili, delle spiagge isolate e pulite
e bianchissime che non esistono
delle fabbriche e degli autobus
delle cucine caldissime in estate
dei ristoranti, Nostra Signora
dei forni crematori, dei trattati di logica
delle dimostrazioni – spostati
libera il cielo, ché passano gli aerei.

Dio della matematica, delle minuzie
delle imprecisioni e delle prostrazioni
Dio degli sguardi ambigui, dei digiuni
Dio degli addii, delle distanze
dei porzionamenti, delle dissezioni
delle dissertazioni sulle qualità
e sugli universali – Dio delle vite
sprecate degli altri a miniare
le altrui allucinazioni, ad avvitare i giorni
ipotecarli poi, per cambiare l’abito o la pelle
che fanno buona l’occasione e l’uomo ladro
Dio del cloro e della carne, perdonali
perché sanno fin troppo bene.

Perdona i re, i compositori di salmi
le tribù nomadi e sanguinarie
le vergini, i santi, i vecchi
anzitempo invecchiati
e le farfalle schiantate.

Ave o niente, grazioso
che sei nei cieli, nei mari
per terra, come i mozziconi
che non hai volontà
ma disposizione
al massacro

massacrali tutti
affonda la barca
custodisci la terra
e i suoi segreti

la tenebra.

Perdonali
perdonaci.

(Francesco Costa, da Castigo, NullaDie, 2023)

Francesco Costa, originario di Belluno e laureato in Scienze Internazionali e Antropologia, vive e lavora a Venezia. Suoi versi sono apparsi in numerose riviste (Poetry Factory, L’Altrove, 210A, Atelier, LaboratoriPoesia, Asterorosso, Poesia Ultracontemporanea) e nell’antologia Inno all’Infinito curata da Bruno Mohorovich (2021, Bertoni). Scrive pezzi di prosa fantastica per Il cucchiaio nell’orecchio e le sue opere di fotografia e pittura sono raccolte nel sito www.thisminimalshit.com. È autore del fantasaggio satirico-filosofico Manuale di filosofia fantastica (2022, Link) e delle raccolte di poesie Cipango (2020, Ensemble), La Foresta dei Cedri (2022, Ensemble), Castigo (2023, Nulla Die) e Fuoco Greco (Ladolfi, 2024).

Francesco Costa