
Riccardo Olivieri, nato a Sanremo, ha vissuto in Lussemburgo e in America Latina. Dal 2000 vive a Torino. Nel 2001 ha vinto il premio Dario Bellezza e ha pubblicato la raccolta di poesie Diario di Knokke (La nuova Agape). Per Passigli editore ha pubblicato le raccolte: Il risultato d’azienda (2006), Difesa dei sensibili (2012), A quale ritmo, per quale regnante (2017) e, da ultimo, Restare vivi (2023).
Il titolo Restare vivi non poteva meglio sintetizzare l’esortazione profonda, la lunga preghiera laica che si snoda nelle pagine della silloge. Restare vivi è resistere nonostante la violenza sistemica che ci assedia, la violenza dello sfruttamento degli operai, degli ultimi (i riders) e delle false illusioni di benessere veicolate dalla rete. I versi di Olivieri trasmettono “il tremore nascosto di ognuno”, mentre ci si addentra tra i fari della raccolta: la luce (“la tua risposta luce”); accendersi e ardere; la commozione delle passioni autentiche (la lotta politica, l’amore famigliare e la fede calcistica), la difficoltà di non arrendersi quando le lotte sembrano svanire come neve al sole. La sua poesia è contraddistinta dal verso libero, dalla ricerca puntuale della migliore dislocazione delle parole sulla tavolozza della pagina per accompagnare l’atto vocale della lettura e dall’uso di alcuni neologismi come poverallegra, gattamente. La silloge si compone di 5 Sezioni. La prima Solo gli alberi e i bambini contiene i testi scaturiti dagli affetti più intimi, quelli per il figlio e per la propria compagnia di vita.
La seconda Sezione Anche il capitale raggruppa i testi che ci parlano di lavoro, alienazione della rete, commercio delle armi, della nuova servitù tecnologica e degli inganni della green economy senza mai scadere nella poesia d’occasione per il tono e il registro stilistico alto del poeta. L’abbraccio del poeta si apre oltre la nostra specie con un rovesciamento di prospettiva egli diventa un “gatto dell’Attica” che osserva gli umani e, alla fine, si chiede: “perché non possono – non possiamo – essere tutti Uno?”.
Questo afflato verso gli esseri viventi è un sottofondo della raccolta insieme al citato “tremore nascosto di ognuno”, effetto patologico, di questo nostro vivere, al contrario, divisi, contrapposti, odiatori. Continuando sulla scia e gli echi di queste riflessioni, si apre la Terza Sezione La casa rossa in cui il poeta scandaglia le proprie ansie, le proprie ossessioni, i testi diventano maggiormente introspettivi, pur conservando una dimensione collettiva di inadeguatezza e dolore di vita che ci accomuna. Il nucleo di questo scavo è rappresentato dalle poesie della sotto sezione Il mio manichino, relative al rapporto tra corpo (il manichino)-coscienza-mente; qui Olivieri fa i conti con la dimensione della morte, esorcizzandola: “Ma in fondo cos’è, la morte di un manichino? (Cos’è) Io / non sarò con lui quando muore”. La Quarta Sezione Ritorni schiude le memorie dell’adolescenza e della giovinezza sanremese, accomuna le storie di tanti di noi e i legami coi luoghi delle nostre radici e con le persone, spesso perdute per gli accidenti vari della vita, ma vive e indelebili nel nostro ricordo. La Quinta Sezione Esempi è dedicata “a chi – ciascuno a suo modo mi cura ogni giorno”. L’autore evoca nella vita e nella lotta quotidiana l’aiuto di uomini e donne che sono stelle fisse nel proprio cielo: Vittorio Sereni, Giorgio Caproni, Lawrence Ferlinghetti, Guido Rossa (sindacalista ucciso il 24 gennaio 1979 dalle Brigate Rosse) ed altre figure pubbliche o famigliari.
Olivieri ci trasmette una poesia che non è pace, “…è arma, / inaudito taglio al male intorno, / fendente, condotta, varco d’aria, respiro – sì – respiro, è / la parola più pesante, tutto / tranne evanescente”. La poesia che è “svolta del respiro” come ci ha insegnato Paul Celan, la poesia che non teme di mettersi a nudo e che in ogni testo cerca con disperata lucentezza quel “tu” che sono gli affetti più cari, i maestri di vita e, alla fine, che è ognuno di noi.
(Bartolomeo Bellanova)
Dobbiamo dire qualcosa
se la gente prende il tram
davanti al tremore nascosto di ognuno,
a questa fermata improvvisata
in cui si vede
la signora con la testa diversa
che guarda gli arrivi
e alza il braccino per
fermarlo
(la pioggia finissima di cielo
potrebbe essere nuova vita
o arrivata fin qui a seppellirci).
§
DIALOGO SULLA POESIA
Al veleno di fare
contrappone il suo segno,
piano talvolta,
altrove arruffato e balordo,
salvifico sempre.
‒ Allora la poesia è pace…
‒ No, la poesia è arma,
inaudito taglio al male intorno,
fendente, condotta, varco d’aria,
respiro ‒ sì ‒ respiro, è
la parola più pesante, tutto
tranne evanescente.
(Riccardo Olivieri, da Restare vivi, Passigli, 2023)
Riccardo Olivieri, nato a Sanremo nel 1969, ha vissuto in Lussemburgo e in America Latina. Dal 2000 vive a Torino, dove lavora come ricercatore di marketing. Nel 2001 ha vinto il premio Dario Bellezza e ha pubblicato la raccolta di poesie Diario di Knokke. Per Passigli editore ha pubblicato le raccolte: Il risultato d’azienda (2006), Difesa dei sensibili (2012), A quale ritmo, per quale regnante (2017) e, da ultimo, Restare vivi (2023).

