«Avvolto nella stasi della forma» è questo respiro dilavante di Ianus Pravo, testimonianza esoterica di avvinghiamento alla sinapsi versificatoria ancora in moto perpetuo, qui e non altrove.
La posa liturgica ci sorprende a frugare tra prosapie scandite in modo talora marziale, non già schiave di un consenso auto-riconosciuto, bensì plastiche nell’essere ontologicamente spira e coltello. Lo scritto inscena una pièce drammatica fondata sul sacrificio, sull’evocazione dei nomi e sull’abisso sensoriale che essi sanno vivificare e attivare con la loro sola risonanza, come un caglio di materie mescolate che si fanno voce e coro, qualsivoglia malessere siffatto coro riesca a scongiurare nelle armonizzazioni in minore e nei controtempi ritmici posti in atto. Il testo scalpella la sua fuliggine per mezzo di ripetizioni, spesso chiasmi e inversioni, che non definiremmo epanalessi, ovvero germinazioni spontanee, petalo su petalo (e se pure lo fossero, fleurs cosiffatti ci sembrerebbero non meno verminosi che seducenti), quanto coazioni lessematiche che agiscono da staffile nei confronti del dettato lirico (ci sarà concesso l’impiego di un termine tanto sottoposto a riletture ermeneutiche, oggi); cosicché, nella poesia di Pravo, il bianco del tempo e della sincronia, quand’anche fosse chiamato a funzionare, è sporcato da indefesse anomalie protoplasmiche, che denigrano il formalismo in quanto categoria para-mimetica e ne rivelano l’esercizio sotteso, occulto: nulla, d’altra parte, può essere occultato, se non le ferali forze sottili ivi dispiegate, di cervi fuggitivi e despoti, di rituali compiuti con la severità dovuta al «presentificarne» la sùbita scomparsa – torre che rovina nel legare bellezza e linguaggio, forma e volontà.
Quid tum?
La distillazione della prima materia praviana chiede incrollabile fede nello stadio putrefattivo, mediante l’uso prostetico dell’atto formale come numinoso e diabolico, ancorché vitale per agglutinare l’unità linguistica più elementare, «il fluido che non fluisce». La sillaba indeperibile, l’a-kṣara, vede i sintagmi attorcigliarsi l’uno all’altro in capacità combinatorie estatiche, vale a dire in formulari recitabili ad libitum (di rilevo, inoltre, il fatto che le parole “mutanti” finiscano spesso per terminare l’unità prosodica, quasi fossero delle concrezioni della rima canonica), dotandosi della forza necessaria per scardinarne il cerchio e cucire la sillaba medesima sulla fronte del daimon. Vede gli idiomi intersecarsi, e il limo da cui tutto il marcito si rigenera, esso è oggetto incubatorio, come gli ampi nessi citazionali di cui il piede ritmico di Ianus Pravo trae anima e respirazione: come nel Laborintus di Sanguineti, un magma di scritture, lingue, modi, mondi assevera il rigetto della comunicazione – per instaurare, solo allora, la dialettica della formula. I sapienti vedici sapevano che akṣara è anche «vibrazione irriducibile» (l’unico patto perché si giunga alla rivelazione, quando che sia), dunque tale poesia deve essere performata (re-spirata) in quel modo e solo in quello, non spezzando i metri col respiro, soffocando e fluendo, senza alterare le deviazioni («Non cambiare mai i nomi barbari» – recita uno tra gli Oracoli caldaici).
Si tratta di tessere il continuum come una maglia, che è il rito stesso della devozione alla forma, il primo officio di ogni poesia. Occorre un atto di fede, lo dicevamo, dacché «ogni volta che vi è sforzo di stile, vi è versificazione» (Mallarmé). Se, nondimeno, la «forma risiede nella deformazione» e qualsiasi sostanza perseguita stagna nello stato di turpitudine latente, allora è l’Indistruttibile, la sillaba che Pravo sceglie di dare in quanto misura della sua scrittura, a decretare la voce narrante della prece, a fare della parola un quadrivio di sincronicità spiritica.
(Diego Riccobene)
I.
Cervus fugitivus servus fugitivus
oppure nudo contrario a morto,
nudo morto oppure al contrario
un fiato che li smentisce, morto e nudo,
fiato osservante il nudo e il morto
come una scaglia di corallo nel nudo nel morto.
Non temi, figlio di figlia, cane di cagna,
non temi la tua crudeltà. O la crudeltà
è il tuo timore avvolto nella quiete
del suo porsi. Avvolto nella stasi
della forma, la stazione eretta
dell’osservazione della carne del tempo.
Cagna nel tempo, figlia nel figlio,
forma nella deformazione.
Notte ascendente nel bianco del tempo
a misurare la degradazione della forza,
la sua scomparsa: ciò che scompare
non cessa d’essere, i giocatori di scacchi
in Plaça Reyal riconnettono a ogni mossa
la trama del respiro e progredendo
nella conoscenza della trama ne aumentano
l’insignificanza: i giocatori di scacchi
aumentano a ogni mossa l’insignificanza
del respiro, ne presentificano la scomparsa,
i quadri di luce incassati nei muri delle case
e l’oscurità che inonda la scacchiera, l’oscurità
da giocatore a giocatore in un flusso
di carne astratta.
Appena fuori di Troade, provincia di Catalogna,
un cervo mi ha staccato la testa, l’ha inforcata
sulla sua servitù.
Parlando e non parlando vi dico grazie, troppo per voi, poco per me.
Pratdip, il cane vampiro dagli occhi di bragia attacca nell’oscurità
e succhia il sangue a chi si ostina a deambulare a ore intempestive,
una ley de vagos y maleantes, questo cane è una cagna,
è una rovina mitologica. La cagna è colpita in viso
e sanguina, poi è baciata, leccato il sangue
come un cane lecca il sangue.
Una vasta piazza è distesa ai suoi piedi, ai miei piedi,
gli occhi elettrici sono privi di sguardo, nei portici
le ombre vibrate come cose salde non hanno occhi
ma una mente altrui. Questo infinito
possesso in cui essere posseduti,
ogni casa va a sorgere dal senso
inventrato nella fede del tempo,
tutto è, l’azzurro che non è, il fluido che non
fluisce, e l’occhio che non distingue, e
la morte che non muore, e l’occulto
che non nasconde, quid tum?,
una calma misura del respiro.
(Ianus Pravo, da AS, testo inedito)
Ianus Pravo è nato a Treviso, e vive a Barcellona, in Spagna. Ha pubblicato, tra gli altri, i volumi di poesia: Senz’arma che dia carne all’imperium, con Leopoldo María Panero (SEF edizioni, 2011, versione spagnola: El Ángel Caído Ediciones, 2015), Il cervo giudicato (Anterem Edizioni, 2022), Plaga – Pro statuere (Edizioni dello Straniero, 2024), Levkas (Il Convivio Editore, 2024). Ha tradotto in italiano, di Leopoldo María Panero: Narciso nell’accordo estremo dei flauti (Azimut Editore, 2005), Dal Manicomio di Mondragón (Azimut Editore, 2007), Peter Pan non è che un nome, (con Sebastiano Gatto), Poesie 1970-2009 (Il Ponte del Sale Editore, 2011), Il cervo applaudito (EDB Edizioni, 2013).

