Nota di Enzo Campi su “Scisma” di Ilaria Palomba

L’oscenità estatica del volo
(su Scisma di Ilaria Palomba)

[…] Un angolo morto
una vita che scende senza volere il bene
in cantinati pieni di significato ora
che la morte stessa ha annunciato con
i suoi travasi la sua importanza […]
(Amelia Rosselli)

Si parte (o si riparte) sempre con un’epigrafe. Del resto l’autrice mette su carta chiaramente i suoi riferimenti letterari. L’epigrafe che abbiamo scelto è tratta dalla Serie ospedaliera di Amelia Rosselli. E fin qui ci siamo, la correlazione con il diario ospedaliero di Palomba è evidente. A dire il vero ciò che accomuna le due autrici è anche l’improduttivit๠del salto. Quel salto, simbolo-icona della perdita e insieme dell’abbandono, quel salto fatidico che è insieme produttivo e improduttivo, che si consegna inesorabilmente alle innumerevoli accezioni del dono. Nel saggio Donare la morte (trad. Luca Berta, Jaca Book, 2002), Derrida, al di là del concetto di responsabilità (tra l’altro, in sé, aporetico), sembra voler ipotizzare, sottotraccia, quasi in silenzio, la possibilità di chiedere perdono per la morte inflitta. Ma come ci si deve comportare quando la morte fallisce il suo scopo? C’è un luogo, mai ultimo e mai definitivo, ove mettere a riposo (far decantare?) il fallimento della morte? E questo mancarsi della morte può essere considerato come un vero e proprio fallimento? Il fallimento della morte potrà mai essere considerato come un’esercitazione a vivere la vita?
Parliamo di luoghi. Il luogo della morte è indicibile, indescrivibile. Il luogo del volo è impalpabile, ineffabile, per usare un termine caro a Nancy ci toccherà parlare (ri-parlare) di un corpo areale, una sorta di corpo grave che saggia l’oscenità estatica del volo consegnandosi all’inerzia diversamente estatica del precipitato. E il precipitato, per dirlo con Artaud, è quella cosa, ente o semplicemente quel corpo che compie il percorso verso la «separazione»: “È un vero Disperato che vi parla e che conosce la felicità d’esser al mondo solo adesso che ha lasciato questo mondo e ne è assolutamente separato./ Morti, gli altri non sono separati. Girano ancora intorno ai loro cadaveri./ Io non sono morto, ma sono separato”². E il significato etimologico di Scisma è proprio la separazione o, se preferite, lo skhízō.
A questo punto, così come è giusto che sia, ci toccherà mettere in fila l’ennesima serie di interrogazioni.
La spaccatura tra la singolarità dell’evento in cui ci si dona alla morte e l’universalità che consegue a siffatto dono? La divisione, che non è mai netta né definitiva, tra la fragilità di un io e la crudeltà di un mondo prevaricante e persecutorio? La frattura, anche etica se vogliamo, tra colpa e assoluzione?
Dal dono al perdono il passo è agevole, forse anche obbligato, ma non si può essere sicuri che Palomba voglia perdonarsi o che senta il bisogno di farlo. Il distaccamento tra il soggetto dell’inconscio e il soggetto del linguaggio? La rottura tra l’unità traumatica psicotica del corpo pre-salto e la frantumazione del corpo post-salto? Non ci è dato saperlo. Si può solo ipotizzare, si può solo procedere per forzature. Ma, in tutti i casi, il distacco è anche complicità e Palomba sembra essere conscia di ciò. Si rimane sempre complici della tortura, con o senza organi e a prescindere dalle unità traumatiche dilapidate nell’evento e dalle unità traumatiche conseguite a causa dell’evento. Non può darsi una separazione assoluta. La separazione può avvenire anche senza scissione, senza un taglio netto che qualifichi le due parti in contesa. La contesa comunque rimane, magari riqualificata e rideterminata. Detto ciò, sarà lecito per il lettore chiedersi come avverrà questa riqualificazione. Una possibile risposta si muove su due diverse (ma complementari) stratificazioni: blanchotianamente nel nascondimento (l’impersonalità del neutro) e derridianamente nel segreto (rivelazione).
Derrida si chiedeva se fosse pronto a morire. Chissà se Deleuze e Rosselli, che hanno saggiato col proprio corpo l’oscenità estatica del volo, si fossero posti la stessa interrogazione prima di traslare dal fenomeno all’epifenomeno, prima di consumare l’evento, prima di consumarsi nell’evento? La cosa di cui possiamo essere abbastanza sicuri è che Palomba non fosse pronta a morire, bensì a sopra-vivere, nell’accezione che lo stesso Derrida riconosceva a Blanchot: “Né la vita né la morte, sopra-vivere piuttosto, il processo stesso che appartiene, senza appartenere, al processo della vita e della morte”³. Sopra-vivere, vivere sopra. Ma cos’è il sopra? Il sopra è quella chōra che ha accolto il precipitato. Una chōra su cui imprimere, indelebilmente, il proprio calco (la marca del proprio stile?). Una chōra personalizzata che, da quel momento in poi, diverrà il porta-impronte palombiano. Sopra-vivere, ovvero sovrastrutturare la riorganizzazione dello scarto di sé. Ma anche sopra-vedere, vedere la vista, la nuova vista, quella che si dà dall’alto verso il basso, in una condizione di sovrapposto e non di sottoposto. E ancora: sopra-scrivere, scrivere-sopra. Scrivere sopra la scrittura, per certificare inoppugnabilmente l’andatura para-schizoide (nell’accezione positiva del termine; si legga come concitata, quasi convulsa, asfittica) dei versi, per far sì che l’intricato groviglio di corrispondenze crei, a un occhio attento, evidenti figure di senso.
Sempre Derrida, a proposito de L’instant de ma mort di Maurice Blanchot (il testo è stato tradotto in italiano da P. Valduga in aut aut N° 267-268, 1995), usa una parola a dir poco esemplare: demourance, derivata dalla crasi tra demeure e meurt e che dovrebbe significare una sorta di permanenza della morte, una dimora ideale che permette alla morte di sopra-vivere, sempre e comunque. Ed è quello di cui stiamo parlando fin dall’inizio, di una morte che non è riuscita a darsi per intero, che non si è consumata del tutto, che non si è consegnata al corpo che l’ha chiamata in causa. E questa è una figura esemplare del disastro. Palomba è ben conscia di essere una portavoce di questa permanenza e di questo disastro. Sa di aver vissuto la morte senza averla posseduta. Sarà questo, forse, il vero dono? In quest’ottica, tra la permanenza e il disastro viene a consolidarsi quello che si potrebbe definire un «neutro ineffabile», una condizione privilegiata, un’esperienza sapienziale, una sorta di sovra-conoscenza. Solo così Palomba può permettersi di parlare, a ragion veduta, della morte (del fallimento della morte), e quindi della vita. E l’interrogazione, sempre derridiana, “Ma chi parla di vivere?”, che implica la presenza di un soggetto, trova -idealmente- in Palomba la sua risposta: “sono io quel soggetto”.

Giorno 4 (ma le occorrenze si moltiplicano senza e con soluzioni di continuità e contiguità in tutta l’opera):
“La vigilia del nome è lo stigma/ tralascia il tuo nome/ assali il tuo nome./ La caduta del nome nel marmo/ dissolvi il tuo nome/ sbrindella il tuo nome./ Sei un covo di spago/ hai croci nel midollo./ Rinuncia al tuo nome/ distruggi il tuo nome./ Non esiste donna né uomo/ persona è anelito nudo./ Rinnega il tuo nome/ massacra il tuo nome./ Accontentati della crepa/ nascondi il tuo nome/ l’assalto alle ossa”

Certo, siffatta modalità di scrittura potrebbe portare alla ricongiunzione delle parti smembrate, ma il mondo dei possibili non si cura dei risultati. Ciò che conta è la struttura psico-agonica-allucinatoria del percorso che conduce all’improduttività del risultato. Un’improduttività, come già detto e ribadito, decisamente produttiva perché parte dal fallimento della morte e approda sui lidi della trasformazione dello scarto. Per il lettore di Scisma, forse, si tratta di percepire la percezione attraverso l’escamotage di un io che può sembrare univoco ma che si apre, sottotraccia, a ventaglio sul mondo sterminato dei possibili. Così come in Film di Beckett si procede per tentativi alla ricerca di sé stesso o del doppio, allo stesso modo Palomba si destreggia tra il percipiente e il percepito raddoppiando i piani d’esposizione e le stratificazioni concettuali attraverso continui slittamenti dalla sua stessa alterità all’alterità propria della scrittura. Così facendo si rende testimone del volo, della sua oscenità estatica, delle forme dell’atto, delle strutture della frantumazione e dell’urgenza della separazione. Ma l’estasi non potrà mai corrispondere alla divulgazione di una verità assoluta. Casomai può veicolare uno stato effimero e transitorio. Ecco allora che alla testimonianza del disastro si affianca la drammatizzazione propria della scrittura che induce comunque a una sovrastrutturazione del dato di fatto e lo trasforma da un fatto che si dà in quel preciso istante nel resoconto poeticizzato di tutte le sfaccettature (reali, fittizie o allucinatorie che siano) che hanno contribuito al compimento del fatto. Così il fatto diviene un dato da cui non si può prescindere, anzi un dato da sopra-valutare.
Se consideriamo Scisma come il punto zero della ri-organizzazione sia strettamente corporea che essenzialmente letteraria, allora non ci resta che aspettare le nuove produzioni, la scrittura a venire. Non ci resta che palpare con mano il linguaggio della separazione.
(Enzo Campi)

¹Senza scomodare Bataille (le cui teorie ci porterebbero troppo lontano, semplificando e riducendo, si potrebbe, o si dovrebbe, considerare la morte come una sorta di oscenità estatica, come un dono rivolto a sé stessi e che è quindi produttivo proprio nella sua improduttività di fondo. In tal senso sono improduttive sia la morte raggiunta da Rosselli che quella mancata da Palomba.
²Antonin Artaud, Le nuove rivelazioni dell’Essere, in id. Al Paese dei Tarahumara e altri scritti, Trad. H.J. Maxwell, C. Rugafiori, Adelphi 1966
³Jacques Derrida, Sopra-vivere, trad. G. Cacciavillani, Feltrinelli, 1982.

Il saggio completo si può leggere qui:
https://www.lafionda.org/2024/09/01/loscenita-estatica-del-volo/

Da COSCIENZA:

Giorno 24

Ho provato a pregare ma non ne sono più
capace. Preghiere siano le mie parole.
A un attimo di gioia segue un lungo
smarrimento. Non potrò più essere
quella di prima. Chi potrà amarmi?
Senza amore si vive morti.
Ho chiuso con l’inferno.
Forze cieche si sono servite di me
per consumarmi, restituirmi indifesa.
Devo ricominciare da zero.
Imparare tutto daccapo,
restare sempre indietro
mentre vi guardo voltarvi.

§§§

Da FRANTUMI:

Giorno 53

Non cercare di imitare
il suicidio. Non a tutti è
dato di andarsene ora.
Resta. Non ignorare
il dono, non è un dono,
si paga con la colpa,
con l’immondo.
Non cercare di andare,
non puoi. Non ci è dato
il tralcio dell’ombra
la madre ha il controllo
vede nelle piaghe
occorre dar conto
ti dice di farlo
non credere alle fole
non credere a nulla
credi solo al tuo corpo
dov’è andato il tuo corpo?
Dissolto, dolente, arreso.

(Ilaria Palomba, Scisma, Les Flâneurs Edizioni, 2024)

Ilaria Palomba. Scrittrice, saggista e poetessa pugliese. Tra le sue opere Fatti male (Gaffi, 2012: tradotto in tedesco), Homo homini virus (Meridiano Zero, 2015: premio Carver), Disturbi di luminosità (Gaffi, 2018), Brama (Giulio Perrone Editore, 2020), Città metafisiche (Ensemble, 2020), Microcosmi (Ensemble, 2022). Alcuni suoi racconti sono tradotti in inglese, francese e tedesco.

Ilaria Palomba (foto di Andrea Pedicini)