Nota di Mattia Tarantino su “Davaj” di Michele Trizio

Appunti
I
Mangiano pane nero e non ti guardano. Mangiano pane nero e aspettano. Hanno ricacciato la lingua nel biancore da cui irrompe – qualcosa come una voce, o qualcosa che assomiglia al perdono. Il perdono come un tranello teso in sogno, un presagio che non hanno scongiurato. Davaj, e andare, silenziosamente, lungo la steppa o nella lombardia delle cose, dove tutto è perdonato, rovinoso, dove il pane è rovesciato e porta seccia, pane sbiancato, attesa inconsumata, davaj, e andare, senza paese né rimedio, resta, rimani nell’immagine.
II
Parlano e sconnettono, slegano, inadunati, qualcosa che assomiglia a madre padre plausibile perdono, un balbettio acciottolato nella grazia o la grazia estesa, finalmente, nella steppa, svincolata e inaccessibile, una malincarnazione, la storia riavvolta nella voce, sui corpi di chi nomina, madre padre, l’eredità bucata dalla potenza, senza testamento, plausibile perdono, il perdono prelevato dalla storia, reintegrato dalle mani, un affare in controsangue, davaj, e andare, guarda i lacci ai polsi, le urla nella stanza, guarda l’estate, come viene, cosa viene, cos’è stato.
III
Ora indichi e se indichi non segni, il gesto e il suono sono stati separati, come la voce dalla lingua o la Russia dalla morte. Sei la storia di tua madre, la storia come un nido a precipizio, un fiume nero che scorre e non lo senti, tu fai il pane, tu dici il nome del giardino ma non c’è, buche, fossi, documenti dimenticati nella neve, sei l’intestimoniato, adesso, davaj, e andare, ancora avanti, se l’Unico e il Semplice inseguono una fine, se non accade niente, se la memoria è un cono che raggela.
IV
Qui non ci sono case, davaj, e andare, nel biancore, ricordi il brodo di pollo, il pane nero, tu non hai più lineamenti, hai ricondotto i morti nell’estate, alla salvezza come un inganno disatteso, liberi, senza regno e senza terra, nel gelo cupo e imperdonato, nel perdono che hai tradito se hai parlato.
V
Davaj, e andare avanti, verso il sole, ritorto su sé stesso come la storia quando striscia, insidiosissima, quando si insedia tra le cose che contorce. Ci sparano da sempre e non c’è esilio, non ci sono segni, è tutto chiaro, luminoso, luminoso come le sagome slacciate dalla stella, improiettate e schiette, lasciate nella loro dispersione, tracce senza segni, cose sparse che ci inseguono e ritornano.
(Mattia Tarantino)

gelo impassibile niente fremiti muta teoria degli astanti
dimore in esilio le parole avanzano all’indietro verso
i luoghi segreti degli uccelli migratori [avanziamo] verso
una fine delle cose [inizio] di un mondo neutrale
ascesi pallido lucore dimessa attesa fissità dei segni
[segni] senza cose illustrano una lingua che arretra
[da sempre] i corpi si trascinano nella neve [tracimano]
sembianze di membra disgiunte ai bordi del cammino
torneremo domani & il giorno dopo ancora una volta
non accadrà mai nulla che non sia già caduto
gli eventi sono fatti della materia sottile dei corpi celesti
infuriano & tremano tra forre ghiacciate & ossuti relitti
città remote il sudore congela scolora le uniformi
gli argini delle conche in fiamme odore di carbone
[cadiamo] senza rialzarci [senza] remissione alcuna
[tutti] si attaccano alla vita in bianca stasi sempiterna
sono dispersi [non siamo] in un giardino d’inverno
è la campagna di russia [non basta contare] tutte le zolle
tutta la neve per terra – sotto i piedi una terra rosso scuro
attende da sempre [non perdona] a nessuno di accadere
nell’istante in cui ogni evento si ritira

(Michele Trizio, Davaj, puntoacapo Editrice, 2025)

Michele Trizio (Bari, 1979) insegna filosofia antica e medievale presso l’Università di Bari. Ha pubblicato Cenere del Risveglio (Marco Saya Editore, 2024). Suoi inediti sono apparsi sulla rivista Avamposto (n.1 e online), su Atelier Poesia (online), su Minima (2024/1) e su Doppiozero.

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