La scrittura di Morena Coppola si conferma ancora una volta come territorio disambientato e disambientante di una decisa e imperterrita non soggiacenza alle mode “orizzontali” della parola disadornata con metodo (e non disadorna appunto) o alla lirica di quell’io smargiasso che produce solo biografie di significati.
È un lavoro staccato dal continente, che abita per natura, e non per scelta, in un isolario – che
pure esiste – di scritture inadempienti alla norma, qualunque sia questa norma. Sicuramente è una scrittura, quella di Coppola, che può essere considerata “complessa”, ma, ancora, nell’ottica di un ravvisamento di certe caratteristiche progettuali, linguistiche, inventive che contiene, non per intruppamento critico o appartenenza a correnti a quo.
Tuttavia è necessario specificare che la “conferma” in questo caso incarna il suo valore più alto, quello del cambiamento. Fino a questo momento le raccolte, che con generosità si sono succedute, hanno sviluppato e consolidato un modus, una pratica, diventati marca distintiva e inaggirabile dell’autrice. Una sorta di variazione continua dal variegato e ricchissimo armadio delle meraviglie che è l’immaginario meticcio di Coppola. Dunque a tutti gli effetti un porto sicuro cui affidarsi – ma solo dal punto di vista dell’autrice – costitutivo di una massa critica di testi, che per reiterazione e fervida variazione, hanno dichiarato il loro stato di disobbedienza.
Con Mucca nella cisterna ci troviamo a una svolta poderosa che coagula in absentia da una parte e in positivo dall’altra due importanti vettori della scrittura coppoliana. La prima grande evidenza è che manca quasi totalmente l’apparato iconografico – se si eccettuano due immagini a fine libro – caratteristica costante di tutte le precedenti raccolte, secondo una dinamica di dialogo continuo e serrato tra la plastica della parola e la plastica dell’immagine. In positivo si rileva che con questo lavoro, da considerare a tutti gli effetti un pamphlet in “poesia”, le istanze critiche verso l’opportunismo letterario, l’ambizione di riconoscimento a tutti i costi, ma soprattutto l’impoverimento ingiustificato della lingua, tematiche che prima erano quasi totalmente traslate nell’allegoria e nel simbolico, qui assumono i caratteri chiari di una presa di posizione politica. Naturalmente, trattandosi di Coppola, non si pensi a un dettato piano, a una dichiarazione palese, a una denuncia giudiziaria, perché le torniture linguistiche, l’idioletto rabelesiano, la grottesca ironia tinta di tragica hybris, che spesso ricorda le trabeazioni beniane di Nostra Signora dei Turchi, l’epica zoppa di prosopopee comiche concorrono a formulare, almeno fino ad oggi, la poetica dell’autrice, quella che in estrema sintesi è racchiusa nella nota 80 della pagina 50 del manoscritto, ovvero: «L’occhio tattile non è un occhio che si fa aiutare dal tatto, è l’occhio che si comporta come il tatto. C’è una visione ottica e una visione aptica, un tatto nell’occhio: l’occhio che scrive.» Ciò che si conferma come il vero motivo dell’abbandono (momentaneo?) delle immagini, perché la lingua diventa plastica senza stampelle, la visione risiede e conferisce la sua piena responsabilità al segno verbale.
Queste considerazioni generali hanno il loro fulcro nel tipo di lingua agita da Coppola, che potrebbe essere definita “intransitiva” nella sua struttura complessiva, nel senso che si enuncia attraverso un dire che diventa un fare (per citare in modo sfuocato John L. Austin) risultando performativa, non tanto per un’affabile calcolata attraenza, quella della spettacolarizzazione, ma per una controllata persuasione sulla necessità che si comunica come scommessa in atto.
Per definire meglio le caratteristiche di questo approccio, mi permetto di piegare al bisogno uno scritto mirabile di Vanna Gentili, nel suo incipit, perché rappresenta bene ancora oggi, seppure per traslazione, la situazione letteraria italiana e per suggestione il rovello coppoliano:
«Tra gli scricchiolii delle ormai malfide impalcature di molti compromessi dell’Inghilterra elisabettiana, nel vanificarsi del rassicurante-oppressivo sistema concettuale di analogie che fino ad allora aveva sancito l’inamovibilità delle gerarchie saldando la terra ai cieli, il suddito al regnante, il figlio al padre, il servo al padrone; davanti all’insinuarsi, nella gnoseologia e nell’etica, del relativismo scettico e al riaffiorare, contro le impossibili conciliazioni, del principio della «doppia verità» (di ragione e fede, scienza e religione, natura e grazie, moralità della cosa pubblica e prassi politica individuale), si fa sfuggevole ogni criterio certo per distinguere apparenza da realtà, ingiusto da giusto, per cogliere un nesso univoco tra parole e cose. A scandire o a farfugliare il disagio o la speranza, il savio dubbio o la stolta certezza, a negare il presente con rimpianto passatista o con esaltazione profetica, a proporre acri ribellioni o astute acquiescenze, si convoca la figura di un nuovo “eletto”, il pazzo. [Vanna Gentili, La recita della follia]».
Dunque la lingua del jester, del fool è la misura che Coppola stende nella sua scrittura, per comunicare, nei termini dell’abnormità, un luogo dissimile, non una verità rivelata e acriticamente accettata, perché grazie alla «Vista Tattile» sarà possibile accedere alla «visione delfica della Mucca», che rivela, sì, ma senza indicare e oracola da mucca in una cisterna.
(Daniele Poletti)
Morena Coppola. Mi interesso di scritture non convenzionali e di arte contemporanea; sul crinale grafico verbo-visuale, mi attrae|incuriosisce sperimentare linguaggi innestati nel visivo, accomunando sguardo e glossa. Percorro la scrittura come archeoriempimento, rissa teleologica tra scavi e reinterri; [reintegri, a volte]. Un mio testo, Ho Pai [s Ka]los Nai, accompagna l’immagine xilografica dell’artista Andreas Kramer per le Edizioni PulcinoElefante [2008]. Alcuni scritti sono pubblicati in raccolte antologiche [Empirìa]. Ho curato la post-fazione de Il criterio dell’ortica di Stefano Mura, edito dall’Editore Manni nel 2016. La raccolta Sgorbie e Misericordie di Fratelli Elettrici, finalista al Premio Bologna in Lettere, edizione 2017, segnalata alla XXXI edizione del Premio Lorenzo Montano, è risultata vincitrice del Premio letterario Formebrevi Edizioni, 2017. Finalista al Premio letterario Bologna in Lettere edizione 2018, la raccolta Psychopompï è stata selezionata anche alla IV edizione del Premio Elio Pagliarani, sezione Inediti, edizione 2018. La raccolta Ordalie nel cacacosmo organizzato è stata finalista alla V edizione del Premio Arcipelago Itaca, edizione 2019, e segnalata al Premio Lorenzo Montano [2019]. Salmo Rubro è risultata finalista con menzione alla 6a edizione del Premio Arcipelago Itaca [2020], finalista alla XXXIV edizione del Premio Lorenzo Montano [2020], selezionata alla VII edizione del Premio Elio Pagliarani [2022], sezione Inediti. La raccolta Toreare le Crune nel Princisbecco è stata finalista alla XXXV edizione del Premio Lorenzo Montano [2021] e ha ricevuto il Premio speciale del Presidente della Giuria di Bologna in Lettere [2022]. La Circoncisione degli Aghi ha ricevuto la segnalazione speciale nella XXXVI edizione delPremio Lorenzo Montano [2022].

