Nota di Enea Roversi su “Paraìso” di Laura Giuliberti

Per il proprio esordio Laura Giuliberti, giovane e assai apprezzata traduttrice dal francese e in francese, sceglie di intitolare la sua prima raccolta poetica Paraìso: parola che nella lingua spagnola significa paradiso, ma che nel caso dell’autrice (con un’affettuosa vena ironica) è traslata da Parasio, che è il nome del centro storico di Porto Maurizio, che forma con Oneglia la città di Imperia.
È qui, in questa zona di confine in odore di Francia, che Giuliberti ambienta i propri versi e non poteva essere altrimenti, dato che, come lei stessa scrive nella nota biografica: «sceglie la Liguria come territorio liminare da abitare, attraversare, sconfinare.».
E il Parasio di cui si parla in questa raccolta è un paesaggio che l’autrice descrive e scompone: ne risulta una topografia che disorienta, come avverte l’autrice nella breve nota introduttiva e che il lettore dovrà cercare di decifrare per ricostruire il paesaggio stesso, una ‘topografia poetica’, la definisce Lello Voce nella propria postfazione.
La raccolta è suddivisa in una ventina di piccole parti, ognuna delle quali richiama a un luogo preciso: si parte da Topografia del centro e poi Promontorio, Prima cerchia, Seconda cerchia, Palatium e si prosegue via via con Z.T.L., San Pietro, Archivolto (per citarne alcune) per arrivare infine a Santa Chiara, Logge e Stazione 13.
La scrittura di Giuliberti è fatta di poesie e di piccole prose: il singolo verso occupa quasi sempre l’intero rigo, fino ad ottenere componimenti dall’aspetto rettangolare, che graficamente ricordano il formato di una fotografia, mentre altrove troviamo versi brevi, talvolta costituiti appena da una singola parola.
Giuliberti costruisce così la propria mappa del Paraìso/Parasio, usando come riferimenti gli elementi naturali e geografici, cito alcuni versi come esempio: resta ai margini della prospettiva / la concentrazione converge di continuo mentre / un campo d’evasione a mo’ di grecale / attorno al foglio oppure le insegne / scoloriscono sui muri e chiedono dove sia andato l’inchiostro e / come si scriva la topografia ora che quello è per mare e tra i venti o ancora allora il mare scompare, la visione si fa unica portatrice di blu, / nomina, chiama, lo rimette a posto, fuori di sé, accusa il colpo / della sua successiva scomparsa.
Si evince che mare è uno dei vocaboli maggiormente usati da Giuliberti: elemento che catalizza, incombe, minaccia e placa, evoca fughe e ritorni.
Oltre al mare, ai venti e agli altri elementi della natura, ci sono poi le case, i palazzi, gli archi, le mura, le volte: la topografia di Giuliberti si svolge e il paesaggio prende così forma, si ottiene una figura concreta unendo i puntini, che nel nostro caso sono i versi.
Interessante e a suo modo intrigante ed evocativa è poi la citazione che l’autrice fa, all’inizio, del palindromo latino In girum imus nocte et consumimur igni che è anche il titolo dell’ultimo film girato da Guy Debord il quale, insieme ad altri artisti, fondò l’Internazionale Situazionista nel 1957 a Cosio d’Arroscia, paesino poco distante da Porto Maurizio.
Girare intorno, unire i puntini, osservare il paesaggio, sconvolgerlo per poi ricostruirlo, senza limitarsi al primo sguardo, senza fermarsi alla prima descrizione: il libro di Giuliberti è, in fondo, anche un invito a guardare oltre.
Un esordio poetico davvero notevole, tra i migliori degli ultimi anni.
(Enea Roversi)

Laura Giuliberti studia filosofia e traduzione letteraria, lavora per un po’ al Centro Internazionale di Poesia di Marsiglia poi torna in Italia. Nel 2022 viene pubblicata la sua traduzione di Giovanni Fontana, Sento [dunque suono, da Le Dernier Télégramme. Altri testi poetici da lei tradotti compaiono in riviste francesi e italiane. Insieme a David Lespiau ha tradotto Sonnologie di Lidia Riviello in uscita per le edizioni L’Usage. La sua traduzione di Il Recupero del sonno di David Lespiau è in corso di pubblicazione per le Chimere di Argo. Nel 2024 la frontiera l’ha spinta ancora più ad ovest, dove scopre la poesia quebecchese, prepara una piccola antologia e rimanda la fine della sua corsa all’oro. Nel novembre dello stesso anno esce Paraìso (Arcipelago Itaca) — non una pepita, ma il suo primo personale ritrovamento.

Laura Giuliberti