Come già nei versi premiati lo scorso anno dal concorso di Bologna in Lettere, anche nei tre componimenti presentati in questa edizione il topos della luce si impone fin dalla scelta delle due epigrafi, che accostano una delle protagoniste della poesia del Novecento a un giovane poeta distintosi negli anni più recenti. La luce che nell’esergo di Gabriele Galloni rappresenta una possibilità, una meta a cui tendere e in cui riporre una salvifica fede, nei versi di Giovanna Miceli si realizza pienamente attuando quella salvezza anticipata dal titolo scelto per la mini silloge, salvezza che è “minima”, non nel senso di infima, trascurabile quanto, direi, piuttosto in quello di “sottile”, aggettivo che in un percorso di riscoperta di sé si contrappone a “grossolano”. Ovvero quella capacità di lettura del corpo, quella visione interiore, in sanscrito drashta, che consente di soffermarsi su percezioni e dettagli appunto minimi, in un processo di riconoscimento di sé non tanto come parte, quanto come espressione del tutto. Di quella “organic wholeness” di cui parla la filosofa indiana Vimala Thakar, che nella lingua italiana è difficile da restituire appieno e che talvolta viene tradotta come “totalità” o “intierezza”. Nelle poesie qui presentate la luce assume una consistenza materica, è possibile “farne cumuli” mentre si delinea un lavoro su sé stessi improntato a una calma disciplina. La luce è anche quella di due momenti del giorno, gli ultimi bagliori, evocativi del crepuscolo, e l’alba bassa da cui si è contenuti, come in un grembo materno, preludio di rinascita. Giovanna Miceli è attenta alle sensazioni “minime” che si indirizzano verso un superamento dei confini di sé, in un processo di dissoluzione (dissolta qui si dice della terra e Dissoluzioni è il titolo di un’altra breve silloge presentata da Miceli all’edizione di quest’anno del premio Arcipelago itaca). L’autrice riesce a trovare come di consueto immagini pienamente efficaci nel comunicare un percorso difficile da riconoscere ancor prima che da dire: occhi e mani sono come terra dissolta che respira, tela disfatta che sfiata colori, filo sottile, trama che cede o s’allenta, e ancora gli occhi si fanno alcove. Altro topos nella produzione di Miceli, le ossa rappresentano il punto fermo, il centro stabilizzatore: “fatte salve le ossa”, si dice, esplicitandone lo status di eccezione. Nondimeno, nella loro fissità sono tutt’altro che inerti e la percezione non trascura di soffermarvisi (l’alba sa di aria al centro delle ossa). Qual è dunque la salvezza minima prefigurata in questi versi? Forse una capacità di visione che permette di cogliere appieno un accadimento interiore quale la “luce che sale all’orlo del corpo”, in definitiva l’accorgersi del proprio corpo, che, lasciato in ombra dalla mente continuamente rimuginante, sballottato dagli eventi spesso ripetitivi che ci impegnano ogni giorno, torna a schiudersi e ravvivarsi. E come minime sono le percezioni esplorate e minima la salvezza a cui conducono, può dirsi minimo, nel già menzionato senso di sottile, anche il dettato, limpido ed essenziale, dove non una parola, e neppure un silenzio, spazio del respiro, è di troppo, ma dove l’una e l’altra rilucono, sembrano “sporgere, venire in primo piano”, come scrive Boris Tomasevskij chiarendo la necessità, in poesia, di soffermare l’attenzione su ogni parola, per “ascoltarla”, cosa che ne acuisce la percezione. Considerazioni, quelle del critico russo, che possiamo riferire al percorso in cui ci accompagnano i versi di Miceli, e che confermano come la poesia rappresenti uno strumento ideale per coglierlo e restituirlo pienamente.
(Francesca Del Moro)
Salvezza minima
Ci basterebbe credere a una riva;
a una luce che vada scomparendo
dietro gli scogli; […]
(Gabriele Galloni)
*
faccio cumuli di luce, sospesa
agli ultimi bagliori
(gli occhi le mani, fatte salve le ossa,
sono terra dissolta che ancora respira
tela disfatta che sfiata colori
a stento trattiene contorni
il filo sottile la trama che cede
o s’allenta)
**
sto dentro un’alba bassa
che sa di aria al centro delle ossa,
luce che sale
all’orlo del corpo
(gli occhi si fanno alcove
dentro il bianco che si apre
e riluce
annidano
schiudono attese)
§
Poi ho ritrovato una luce
intatta, che era una sorta di paradiso
mal digerito.
(Amelia Rosselli)
***
torna l’eco della tua voce,
al suo buio brilla il tuo nome
(non l’oltre adesso
ma il bianco al centro della stanza
in fondo al corridoio: il tempo fermo
tra ritorno e una nuova partenza)
(Giovanna Miceli, Salvezza minima, testo inedito)
Giovanna Miceli nasce nel 1970 a San Vito Lo Capo (Trapani), dove vive e lavora come docente di Lettere nella scuola secondaria di primo grado. A seguito della partecipazione a concorsi, sue poesie sono state pubblicate in antologie e ricevuto riconoscimenti. Di recente ha conseguito la Menzione d’onore alla XVI edizione del concorso nazionale di poesia Città di Chiaramonte Gulfi – Premio Sygla per la sezione Premio Studio Consulenza Dea con l’opera (cerchio nell’aria) e la Menzione speciale della giuria alla XXII edizione del premio Lago Gerundo per la sezione Poesia inedita con la silloge Le forme del bianco. Con l’installazione poetica Da una stanza bianca (frequenze dell’essere) ha fatto parte della mostra collettiva di arte contemporanea Rivolta femminile (allestita a Trapani in occasione del centenario della nascita di Carla Accardi).

