A diffrazione del bianco. Su dei vivi e dei morti di Loriana D’Ari
Raffinatezza di sguardo, precisione del dire, un serico fluire del verso sul verso, del testo sul testo, caratterizzano il delicato dispositivo poetico di questo nuovo lavoro di Loriana D’Ari, finalista nella sezione Raccolte inedite a Bologna in lettere 2025, il cui titolo, dei vivi e dei morti, dichiara subito e anticipa ampiezza di tema, soglia di posizionamento dell’io lirico, range di tonalità della luce. E seppure “in bilico tra i regni”, sembra dichiarare, altresì, una vocazione analitica e sistematica tipica del genere del trattato, che tanto la qualità dello scavo quanto il sorvegliato impianto strutturale dell’opera in effetti riverberano, senza tuttavia cedervi mai davvero, senza mai raccogliere le lusinghe di un’esaustività saturante e anzi, all’opposto, affidandosi alle fecondità di un’espressione ellittica in virtù della quale i significati emergono moltiplicati per reticenza – e per sottrazione, per erosioni, per oscillazioni, per slittamenti, per deragli – e attraverso scelte formali – in particolare, le figure di suono e di posizione – che incalzano il significante spingendolo a osare, a sporgersi oltre i propri prevedibili contorni.
In questo senso, si può indicare come esemplare di una tale attitudine alla reticenza e alla moltiplicazione ancora una volta il titolo della raccolta, il quale sfugge a una prensione univoca e si opacizza, si sposta, e il cui senso inizia a oscillare quando, essendo omessi i termini da cui dipendono le specificazioni, innesca senza risolverli dubbi su quale sia veramente la funzione da esse assolta: come va intesa la preposizione articolata dei? Ha meramente una funzione esplicativa o attributiva? O specifica forse l’oggetto (oppure il soggetto) di un sentimento?
Anche l’architettura della raccolta sembra aderire all’andamento di una spinta compositiva ancipite, al cozzare di un’istanza ordinatrice sulla fragilità sfuggente (e struggente) del suo oggetto, contro il “disargine dei bordi”, assecondando il moto erratico e inappagato della parola poetica (“La selvaggia inclinazione (…)/il grandangolo l’allerta) che insiste su particole del tema che viene dipanando vorticandovi intorno, approssimandosi, allontanandosi dal suo centro o dai suoi fuochi, avvicinandosi nuovamente, spogliandosi e ricoprendosi in cerca dell’essenziale. Non si sfugge, peraltro, all’impressione che i titoli delle otto sezioni – significativamente riportati in corsivo al centro di una pagina – siano essi stessi i versi di un altro testo poetico sottoposto a ulteriore diffrazione, “a diffrazione del bianco”, diventando ogni titolo-verso a sua volta matrice, sorgente di nuove onde poetiche che così propagandosi giungono illuminare nuovi punti prima lasciati oscuri:
questo nostro divenire
accresce il fondale dove splendono/coralli silenziosi i nostri morti
denso come solo certe notti
portarti è cullare la bestia/che guaisce e strazia
non altrove ma via da questo tempo
dentro il calco vivente del mondo
come le cose che cadono verso l’alto
nel silenzio dei rami
Ma esterno a questa articolazione, a questa squadratura del campo, come in funzione proemiale, il testo dal titolo antigone, testamento, non appare soltanto foriero della dichiarazione di poetica dell’autrice: pur tra i rari componimenti in cui il soggetto poetico usa la prima persona, e che qui invece viene posta perentoriamente in apertura, all’inizio del primo verso (“io donna…”), esso sembra voler perimetrare le ragioni universali del canto, mentre fissa le spettanze di un io poetico situato politicamente anche rispetto al genere, assumendo gli onori e gli oneri che si possono derivare dalle tre forme verbali coniugate al femminile e al futuro dei verbi spezzare, levigare, soffiare: “spezzerò questa catena micidiale”; “levigherò questa crosta di sangue”; “soffierò nei tuoi polmoni tanta vita”. E così come questo testo recita da un tempo-spazio accanto, non coevo, non complanare a quello istituito dalla titolazione che imbriglia la raccolta, il compito assunto per lascito dalla Poesia si esplica fuori dalle mura della polis (per quanto pur sempre per la polis, non è forse superfluo sottolineare) e risponde a una idea di giustizia che poco ha a che fare con quella scritta dagli esseri umani, che anzi disattende, sovverte: e come Antigone, la Poesia può avocare a sé l’esercizio di questo genere di giustizia, il potere di sforare la contingenza, di emendare la colpa restituendo “tanta vita, per quanta sciagurata colpa/ è sopravvivere ai morti”. È un compito generativo e rigenerativo, potente per quanto delicato, risorgente per quanto fragile: “io donna nel mio ventre sottile”, recita il primo verso. Il femminile evocato risuona di significati che si amplificano, si sovrappongono, si intrecciano, legandosi al nome di Antigone “nata al posto di un altro”, legandosi, ancora una volta, all’idea della stessa Poesia: la generatività, l’accoglienza, ma anche la divergenza contrapposta alla riproduzione cieca dell’uguale, la compassione che restituisce dignità, identità, la potenza della parola. È in questo senso che le traiettorie del “lavoro del lutto” che questa raccolta documenta si situano al di là della circoscrizione del mero diario in versi, oltrepassano la dimensione personale e aspirano a spostarsi “non altrove ma via da questo tempo”: lo slittamento verso l’alto è il salto in una atemporalità la cui lingua è universalmente comprensibile. Mentre “i sensi tramano/la vita” dei vivi, dalla “scia di un frammento celeste” che “non è un luogo”, i morti, da un accanto ci interpellano. È un “suono/ troppo acuto troppo/ in ritardo sulla luce”, un “suono senza le parole” che la Poesia può raccogliere e restituire, come fa qui Loriana D’Ari, con sensibile devozione.
(Patrizia Sardisco)
antigone, testamento
io donna nel mio ventre sottile
spezzerò questa catena micidiale
perché antigone è il mio nome
nata al posto di un altro.
fratello, levigherò questa crosta di
sangue e fango fino a restituirti
un volto, e soffierò nei tuoi polmoni
tanta vita, per quanta sciagurata colpa
è sopravvivere ai morti, portarli
come d’inverno nelle vene un canto
di passeri sepolti nella neve
§
dei vivi e dei morti
*
ecco le povere cose, gli esili resti.
nel disarmo i coltelli feriscono
da ogni lato.
qui la colpa è uno scavo di rotule
nel fango, la spola
dei vivi tra gli opposti schieramenti.
quanto ai morti, indugiano
anche loro, da quando è slittata
la soglia non sanno più
dove cadere
(Loriana D’Ari, da dei vivi e dei morti, testo inedito)
Loriana d’Ari vive a Genova, dove lavora come psicoterapeuta. Ha pubblicato su diverse riviste e blog letterari, e ricevuto riconoscimenti in occasione di vari concorsi, tra cui Bologna in Lettere, Poesia di Strada e la segnalazione per la raccolta inedita al Montano. La sua raccolta d’esordio, silenzio soglia d’acqua, è risultata vincitrice del VI premio Arcipelago Itaca per la raccolta inedita (opera prima).

