Il libro di Cinzia Colazzo è costruito in modo rigoroso sin dall’indice bilingue, il quale è già una sorta di tracciato segnaletico per marcare il territorio in cui si muovono i versi: Innanzitutto gli oggetti / Poi la luce / Aggiungi i luoghi e gli animali / In una natura morta, dipingi i fiori / Schizza un campo di battaglia / All’aperto / Colloca strumenti musicali / In ultimo, la donna. I titoli delle sezioni infatti, in lingua inglese e italiana, come in un segnale stradale, letti tutti di seguito potrebbero già formare una poesia e mostrarci How to paint a poem, come dice il titolo. L’aspetto del multilinguismo è importante nella poetica di Colazzo. Un luogo non basta, dice una poesia, e probabilmente non basta neanche una lingua. Molte poesie sono autotradotte dall’italiano all’inglese o dal tedesco all’italiano o viceversa. Si tratta di una scrittura che sembra annidarsi proprio all’interno delle varie possibilità metamorfiche e di contaminazione che le varie lingue concedono. In una poesia in tedesco, intitolata Sandbank, due giovani donne discutono sulla compatibilità o meno fra il termine “Sandbank” e il suo traducente “secca”. Se la parola italiana fa pensare al mare, al gioco estivo sul bagnasciuga, la parola tedesca viene descritta come “un sedile di arenile in un giardino marino”. È interessante notare che, nei due versi conclusivi, la rima scelta per l’italiano è lusinga-lingua: “il battibecco era una lusinga d’amore per la lingua”, mentre le parole che fanno rima in tedesco sono ben diverse, sono Sache (cosa) e Sprache (lingua). Quindi la lingua tedesca fa rima con la cosa, il dire e l’essere sono in relazione, mentre la lingua italiana fa rima con una lusinga, una promessa d’amore. Una lusinga d’amore per la lingua? – ecco che salta fuori nell’italiano una cantabile ironia, forse un omaggio a Caproni?
Le poesie, nei loro esiti migliori, creano dei campi di percezione intensa tra complicità e conflitto, che non è soltanto vicinanza e lontananza fra le lingue, ma anche fra tradizione (ritmo, scelta delle rime, rimandi sonori) e ribellione (“Aprire la scatola nera della lingua /con un hackeraggio poetico /che scova i codici e li penetra, /li decodifica li spacca”).
L’autrice si dedica per esempio a “decodificare” i Glasnudeln, cioè gli spaghetti di riso. Glas in tedesco è vetro e gli spaghetti orientali hanno in effetti un aspetto vitreo-trasparenti. Ebbene, Colazzo scrive che, se veramente “fossero trasparenti, / vedremmo Hanoi e le merci / nei magazzini, le donne sedute / sui cestini e i capanni-dormitori”. Osservando in trasparenza attraverso questi prodotti possiamo vedere – al di là del feticismo della merce – lo sfruttamento che la produzione implica e anche il setaccio sociale messo in opera dalle metropoli. Partendo dall’oggetto più banale, o più di consumo – può essere il cavolfiore, o appunto gli spaghetti di riso – la poesia di Cinzia Colazzo rivendica la necessità di pronunciarsi contro il discorso-egemone, di hackerarlo.
Restano comunque anche tracce di un approccio confessionale e comunicativo che descrive la quotidianità senza frapporre troppe reticenze. Si tratta di una scrittura che mescola lirica e un andamento narrativo, e dove la narrazione implica quasi sempre un’istanza di autocoscienza. In questo senso notevoli sono le tre poesie che chiudono il libro, per come viene espressa la disidentificazione dalle pratiche sociali, per esempio: “ma non a me, non succedeva mai / di stare per anni successivi in un progetto / accumulando e sommando / cosa a cosa / e mentre altri possedevano una situazione stabile / io, impotente, non accedevo alla possibilità /e non mi stabilizzavo, non mi stabilizzavo”. Il movimento esistenziale si traduce in modo inquieto e ironico nella scrittura e produce testi articolati a partire dal significante ed eccentrici. Talvolta i versi sembrano dettati da un certo umorismo nero, come in Magnete, in cui si immagina che la morte, nei momenti finali, agisca sul corpo come un potente magnete, dapprima scomponendone con impeto cubista i lineamenti, per poi staccare il nome dalla fronte: “e per ultimo il nome, per ultimo / il nome staccandosi dalla fronte / esalerà sul corpo sciolto. / Allora tutto si libererà / di te, con un grido di grandissimo / orgasmo”.
(Giusi Drago)
Glasnudeln
Se i Glasnudeln a galla con i funghi
nel brodo al Lemongras davvero
fossero trasparenti,
vedremmo Hanoi e le merci
nei magazzini, le donne sedute
sui cestini e i capanni-dormitori,
i fiori sui mercati galleggianti
e oltre un cielo colmo
di miasmi il fiume rosso.
Invece riflettono gli avventori
dell’Imbiss a Berlino
che parlano l’inglesemale
o contano spiccioli
con le unghie nere,
le strisce del pollame
nel cucinino di vapori
e la condensa della metropoli
nel setaccio sociale.
*
Glasnudeln
If the Glasnudeln
in lemongras broth with chilly
were really transparent,
you would see Hanoi and the goods
in the warehouses, dormitory shed
and women sitting on baskets,
the flowers in the floating markets
and beyond a fog of miasmas
the red river.
Instead they reflect a Pho-eater
in the Berliner Imbiss
who speaks English
calculating how much to give,
the poultry stripes
in the steam kitchen
and the condensation
in the social sieve.
(Cinzia Colazzo, da How to Paint a Poem, raccolta inedita)
Cinzia Colazzo ha studiato filosofia e musica. È vissuta a lungo in Germania. Sue poesie sono apparse su minima&moralia, Versopolis, Avamposto di poesia e Bottega Portosepolto. Ha pubblicato le sillogi Il mare brucia (Pequod 2023) e Luce al neon (VAN 2024). Nel 2024 è risultata finalista dei Premi Arcipelago Itaca, Poesia del Mezzogiorno e Poesia di Strada, e nel 2025 della selezione di Bologna in Lettere. La sua silloge 10 gr di soda caustica è stata selezionata dal Premio di Arcipelago Itaca. È stata invitata a Bologna da RicercaBO, Dialoghi e Officina Roversi e a Berlino dalla Haus für Poesie. Per How to Paint a Poem ha firmato un contratto con Marco Saya.

Cinzia Colazzo
