Intitolare un libro La costruzione delle immagini, oggi, non può che rimandare istantaneamente all’universo mediale che in questi anni ha preso il sopravvento, e che ha finito per totalizzare – spesso in maniera passivizzante; basta pensare allo scrolling – la nostra esperienza quotidiana. Bisogna quindi tenere conto di questa condizione per avvicinarsi a questo lavoro di Paola Silvia Dolci, che per contro, però, nello stesso titolo ricorre anche al termine costruzione, e lascia così passare, insieme a quella allusione, un’idea per certi versi opposta, di dinamica attiva: la fabbricazione, appunto, dell’immagine.
È proprio in una dialettica tra immagine subita e immagine costruita, infatti, che si riescono a leggere questi testi. Se possiamo considerare l’ipertrofia delle immagini una sorta di conditio sine qua non sociale, che si trova alle spalle del libro, dall’altro lato una componente onirica introduce nei testi un altro tipo di energia, quella che innesca concretamente la produzione delle immagini. Il tema del sogno attraversa infatti l’intero libro, con brani che spesso hanno in incipit espressioni come «Ho sognato di mangiare una pianta buona», «Sogno di una notte di mezza estate», «Ho sognato una tempesta», e così via.
Una delle direttrici che il lettore più facilmente riconosce nel libro, quindi, è quella in cui il testo si presenta come testimonianza onirica (e ricordiamo come Dolci abbia già pubblicato, proprio, un Diario del sonno), espressa certamente non solo dagli attacchi più espliciti in questo senso, ma anche dalla vasta costellazione di visioni e figure di cui si compone il libro, spesso riguardanti animali, vegetali o ibridi, metamorfosi ripugnanti. Già solo nei primi tre testi, per fare degli esempi, compaiono «alcuni strani insetti», «tre orribili paguri pelosi e mostruosi» e «una pianta buona», con i primi che «escono dalla bocca» di chi sta parlando, i secondi che, pur essendo paguri, «iniziano a intessere una ragnatela» e la terza che, nonostante sia «dura, e un po’ stomachevole», viene mangiata dal soggetto.
Dolci si rivolge in questo modo a un sistema di segni di fatto antico: l’animale come presenza aliena (ma introdotta dal sogno) e portatrice di significati ulteriori, criptati. Centro propulsivo della scrittura, però, è il fatto che proprio questi significati appaiono inaccessibili – e non per via di un alone mistico con cui spesso (ancora) si tendono a circondare le figure inumane in poesia; semmai con modalità stranianti che si riallacciano, in fin dei conti, alla tradizione benjaminiana delle allegorie cave. C’è un testo, tra gli altri, che accoglie più compiutamente questa eredità, ed è quello che inizia con «Corvus Albus. Quale messaggio mi porta il corvo sulla seconda crocetta?» In questo testo, l’animale (che significativamente è presentato col suo nome scientifico, ulteriore forma di derealizzazione) è da subito associato al trasferimento di un messaggio, che però non viene intercettato: la conclusione del testo, in cui vengono ricordati «Porfirio» e la sua idea che «è possibile acquisire poteri magici, mangiando il cuore del corvo», proprio in quanto citazione dotta, suona più ironica che intellettuale, e non fa che rafforzare la demitizzata oscurità del corvo.
Benché ricco di scene dinamiche, presenze e micro-narrazioni (non a caso è diviso in capitoli), il libro non arriva quindi mai a stabilire per queste una chiave di lettura univoca, e al contrario gioca tutta la sua partita sul piano dello slittamento simbolico, della sua compromissione. Vale per gli animali in un grado particolarmente incisivo – ma questa modalità si trasmette a tutti gli altri elementi tematici del libro, a partire da quelli relazionali. Chi parla si capisce avere una «figlia», che compare in molti testi, nonché amici («Il nostro amico», «La mia amica» sono altri incipit), ma anche le loro azioni sembrano verificarsi dentro cubi di gelatina, non paiono avere davvero presa sul reale. E a problematizzare questa presa contribuisce certo anche la forma scelta da Dolci, collocata in maniera irrisolta tra la poesia e la prosa: un’oscillazione tra il verso e la sua negazione, la sua orizzontalizzazione, disorienta ulteriormente il lettore nella ricerca di agganci che possano facilitargli il percorso ermeneutico.
Questa decodificazione interrotta, però, non acquista mai il carattere della difficoltà lessicale o sintattica, né della soluzione espressionista. Le scene sono descritte con una sintassi asciutta, vicina al lettore e sempre alleggerita da una certa dose di allucinazione. È altrove, nella non linearità delle simbolizzazioni, che si progetta la meccanica del libro, quella a cui alludevo in partenza. Sopra il titoletto di ogni Capitolo compaiono alcuni indizi interpretativi («Ho smesso di decifrare le immagini», «Le immagini sono mediazioni», «Vedere nelle immagini eventi congelati»…) che, tanto per il loro virgolettato senza fonte quanto per la loro natura generica, non riescono ad obbedire davvero al proprio ruolo. Ecco, diviso tra la produzione collettiva dell’immagine mediatica e quella individuale dell’immagine onirica, il lavoro di Dolci si fa carico di tutti i paradossi dell’esperienza contemporanea dell’immagine, che è, insieme, costruzione, ricezione passiva ed esperienza simbolica. Senza che sia più rintracciabile, però, un dispositivo che leghi in maniera salda e affidabile i significati delle icone generate da questi movimenti.
(Antonio Francesco Perozzi)
Siamo in viaggio, ci sono altre persone.
Stamattina, quando mi sono svegliata, stavo male,
molto male, e ho iniziato a vomitare. E a sputare.
Con la tosse mi sono usciti, mi escono dalla bocca
alcuni strani insetti: hanno le ali e il corpo rosso. Io
non so cosa fare, sento un dottore per telefono, mi
dice che può essere molto pericoloso,
e che devo farmi fare una diagnosi. Come possono
uscirmi queste cose dalla gola, sono secche,
spaventose, mi grattano. Devo farmi dare
una cura. Ma io sono in un paese straniero,
e quindi è più difficile trovare il medico, fare la fila al
pronto soccorso all’ospedale. Il paesaggio
è grigio, sembra Amsterdam in inverno.
§
Mia figlia scappa e arriva in una scuola di caramelle
Hansel e Gretel. Ma non è capace, e allora
copia quello che fanno gli altri. Non ci riesce
comunque, e sbaglia. Per farla addormentare,
le mettono un liquido nella bocca, e poi la mandano
sottoterra. «Siamo nell’acqua verde, verde-scuro,
come se fosse uno specchio brutto». Mentre si dirige
nella cella vede gli scheletri degli altri alunni.
Nella cella, c’è il suo animaletto, una lucertola,
e ci sono anche uno scorpione e una lumaca.
Ci sono pennelli affilati come le punte delle lance.
La lumaca tiene in serbo dei pennelli per lo scorpione.
Lo scorpione li scocca verso le lucertole
schiacciate col fianco, il cuore, contro le sbarre.
(Paola Silvia Dolci, dalla raccolta inedita La costruzione delle immagini)

Paola Silvia Dolci, è autrice, ingegnera civile e giornalista pubblicista. Collabora con diverse riviste letterarie e testate nazionali. Si è diplomata presso il Centro Nazionale di Drammaturgia. È direttrice responsabile ed editrice della rivista indipendente di poesia e cultura «Niederngasse». Ha pubblicato: Bagarre – Lietocolle ed., 2007; NuàdeCocò, Manni ed., 2011; Amiral Bragueton – Italic Pequod ed., 2013; I processi di ingrandimento delle immagini – Oèdipus ed., 2017; bestiario metamorfosi – Gattomerlino Superstripes ed., 2019; Portolano – Mattioli1885 ed., 2019; Diario del sonno – Le Lettere ed., 2021; un libro segreto sotto pseudonimo, 2021; Dinosauri Psicopompi – Anterem ed., 2022; abstine substine – pièdimosca ed. 2023; Dimineața e o incizie – La mattina è un’incisione; plaquette in romeno con italiano a fronte, editura cosmopoli 2024; Cledon – déclic ed., 2025
