Nota di Antonella Pierangeli su “Nessuno tocchi Caino” di Loriana D’Ari

Una feroce ricognizione del reale.
Poesia e realtà in Nessuno tocchi Caino di Loriana D’Ari

La parola poetica di Loriana D’Ari, le cui componenti essenziali riguardano da un lato, la risignificazione estetica, ovvero il perseguire una salvezza nella forma, intesa quale totalità autosemantica, dall’altro la forza della sua energia senza tempo che ignora la stasi, non deborda mai, non grida il dolore né lo consola, ma lo esprime con lucidità e con geometrico spaesamento, in ossequio a un’oggettività mai tradita, perché l’umano e i suoi strumenti (così cari alla D’Ari da sempre) non possono sopportare alcuna accelerazione retorica o rappresentazione dimentica della misura del reale.
Pensare alla scrittura come a uno strumento di interrogazione del sé sul mondo, non vuol dire arrendersi al mare dell’oggettività ma costituirsi una feroce ricognizione del reale, per accorgersi di come, nel suo ordito, la presenza invasiva e polisemica del poeticum, in tutte le sue possibili realizzazioni lessicali, raggiunga un livello esponenziale, una forma concreta e materiale, traccia al contempo sonora, grafica e visuale di una forma interiore anch’essa complessa, in cui si concretizzi l’esperienza vissuta, convogliando in sé tanto la dimensione sensoriale quanto quella intellettiva. Ogni forma del pensiero viene, cioè, plasmata da una realtà corrosiva e corrisponde a un’idea: un disegno della mente che, a sua volta, è un’entità multipla, soggetta a continue integrazioni e trasformazioni man mano che il soggetto si relaziona al reale e arricchisce, così, la sua cognizione, la sua visione del mondo. Perciò la poesia deve inseguire, con le sue proprie forme, lo sfilare e l’agitarsi di ombre che dinamicamente si muovono nel flusso vorticoso del pensiero che si ferma e contempla un gesto sospeso, tremendo: “è violento anche l’abbraccio/la ruggine ingessata nel gesto/”.
Per questo la poesia di Loriana D’Ari non esige alcuna spiegazione al suo apparire sulla pagina, quasi scolpita in un isolamento sovrano, dalla pervasività sconosciuta: “risale la china saliva mista sangue/mentre cala a calce viva una calma/scialitica e tersa […]”. Dunque significazione, in un ricamo di allitterazioni, ma anche ricollocazione in uno sfondo cupo che la rende sensata non in virtù di un movimento mentale ma per la potenza silenziosa di un’integrazione corporea. Compiere questo passo non è facile, perché alla prontezza dello spirito non si accompagna quasi mai quella del corpo. Tuttavia la determinazione vince le inerzie psicologiche e consente l’acquisizione di alcuni punti fermi: per Loriana D’Ari siamo infatti materia che non attende alcun aiuto. Una farraginosità latente e un’insanabile instabilità terminologica ci possiedono, sono gli unici elementi che determinano senso e identità nelle profondità psicologiche dell’Io.
I tre inediti presentati dalla D’Ari, una triade incastonata in un lapidario “Nessuno tocchi Caino”, sono quindi assediati dalle tracce, dai sedimenti, dai risvolti escatologici, bassamente corporei e mortuari del mondo, in una moltiplicazione ossessiva, capace di disporre i cocci dentro una rappresentazione spietata dello squilibrio contemporaneo. Tutta la materia pulviscolare e residuale di un mondo fintamente luminoso, poggia su una continuità implicita tra forma e idea che, tuttavia, si incrinerà, provocando una scissione irriducibile tra tutto ciò che pertiene ai sensi, al corpo, alla materia e il contenuto ideale della mente, che alla materia vorrebbe rapportarsi per contenerla, guidarla, dominarla, senza però riuscirci. Ormai condannato, cercando di accettare la propria disgrazia, il soggetto riconosce la propria diversità come errore, come interferenza accidentale e non prevista nel corso della necessità in cui venga scomposta, con naturalezza, la bellezza artefatta, l’eleganza costruita, a favore della vitalità preliminare degli aspetti quotidiani, brutti e disturbanti del mondo. Una linea di riabilitazione della faccia umile ed inestetica della vita relazionale: “a cena gli occhi mancano l’aggancio/le fibre si separano coi denti. /raddrizzate le spalle, non il guasto/ l’esoscheletro dorsale variamente/ricomposto,/”.
In una sola costruzione poematica, la D’Ari legge dunque quella che risulta essere un’unica, lunga, unità di pensiero-respiro in uno spazio di quotidianità distorta, fatta di carne ed ossa (l’esoscheletro dorsale) e che usa in maniera consapevole strumenti che registrano e contengono immagini mentali, voci, rumori per cui “si resta/ in blocco nell’attesa che il solco/ schiarisca”. Tutto il dissesto possibile dunque, attraverso il quale si manifesta la sua profonda unicità poetica – fuso in una visione dell’oggetto, privato di risonanze eroiche e valorizzato come laboratorio mentale sul senso del vivere “per sentire come muore chi vive” – presenta una forte connotazione territoriale che si riscontra in una georeferenziata toponomastica del dolore, filtrata sempre attraverso la sensibilità con cui la D’Ari è riuscita a fondere la parola poetica e la flessibilità dello spazio esistenziale in cui “ i reietti si somigliano e uno solo/vale per tutti,/”.
Si osserva dunque in questi versi, un doloroso innesto di corposi strumenti che liberano dalla presenza pervasiva dell’Io. L’interlocutore, del quale l’Io stesso risulta essere un inattivo spettatore o un tragico osservatore, è l’inconoscibile, che ci appare con la morfologia di un rumore annunciato di pallottola, prima crescente e poi forse immaginato: “e anche oggi s’imbraccia il fucile/quasi per gioco mirare/ fuori fuoco distante quanto basta./”.
La ricerca di un senso accumula oggetti ed azioni nel tentativo di ricostruire successioni causali che ad un certo punto si perdono, tacciono, suggerendo che ciò che può dare certezza conoscitiva alla realtà, in effetti, si trova in un vuoto di pensiero e parola, in uno spazio tremebondo in cui “tutti sanno, nessuno dice”. Un vuoto nella ricerca conoscitiva, ma anche un vuoto cosmico: un disgregarci in corpuscoli minutissimi di marcature intensive, in un latente brulichio di allitterazioni che vivono nel testo, ferendo a morte il reietto, l’altro da sé: “colpirlo con il calcio/a sangue a salve a salvazione/ dal nostro finalmente sfigurato/ male.”.
È quasi conseguente dunque che i lacerti, le illuminazioni, le ferite, gli eventi dell’esistenza, una volta rarefatte le parole e dotate di un ideale silenzio quasi sacro, ricomincino a condurre una ricognizione di un mondo desolato in cui “la quantità di moto del sistema/ non cambia di ritorno alla finzione/domestica”. Così la lingua poetica fa cadere ogni scissione tra anima, mente e corpo, nel tentativo di raggiungere l’Altro, inconoscibile forza oscura e disgregante, che pone un problema intrinseco alla scrittura poetica: può questa intervenire realmente nel mondo, salvare l’umanità dal massacro, riportare vita là dove il passaggio della morte ha lasciato soltanto terra bruciata e desolazione? Darsi come scintilla prima della scrittura e, infine, innescare un cortocircuito tra cervello, cuore e ventre?
La parola poetica può farlo, divorando e metabolizzando il codice stesso fino a creare una nuova lingua e, così, un nuovo pensiero che si consuma necessariamente, di nuovo, dentro la parola e la attraversa fino a deformarla, perché è soltanto al suo interno che può schiudersi una nuova visione del mondo.
Perché la parola poetica non guarisce in quanto spiega, ma solleva in quanto dice e questo “lo canta l’assiolo in amore”.
(Antonella Pierangeli)

nessuno tocchi caino

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è violento anche l’abbraccio
la ruggine ingessata nel gesto
quel vischio di quando del bacio
risale la china saliva mista sangue
mentre cala a calce viva una calma
scialitica e tersa. malgrado questo,
la quantità di moto del sistema
non cambia di ritorno alla finzione
domestica. forse per questo,
saliti in auto rischiano lo schianto

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bentornato del fratello che piscia
contro il capanno.
a cena gli occhi mancano l’aggancio
le fibre si separano coi denti.
raddrizzate le spalle, non il guasto
l’esoscheletro dorsale variamente
ricomposto, si resta
in blocco nell’attesa che il solco
schiarisca, di quando bambina
gli chiedeva di stringerle la gola
per sentire come muore chi vive

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e anche oggi s’imbraccia il fucile
quasi per gioco mirare
fuori fuoco distante quanto basta.
ma tutti sanno, nessuno dice
il morto che fa il morto sopravvive
i reietti si somigliano e uno solo
vale per tutti, colpirlo con il calcio
a sangue a salve a salvazione
dal nostro finalmente sfigurato
male. lo canta l’assiolo in amore

(Loriana D’Ari, testo inedito)

Loriana d’Ari vive a Genova, dove lavora come psicoterapeuta. Ha pubblicato su diverse riviste e blog letterari, e ricevuto riconoscimenti in occasione di vari concorsi, tra cui Bologna in Lettere, Poesia di Strada e la segnalazione per la raccolta inedita al Montano. La sua raccolta d’esordio, silenzio soglia d’acqua, è risultata vincitrice del VI premio Arcipelago Itaca per la raccolta inedita (opera prima).

 

Loriana D’Ari