INTERNATIONAL POETRY REVIEW
“Paol Keineg”
Scènes de la vie cachée en Amérique
Histoires vraies
a cura di Karine Marcelle Arneodo
Première video sabato 30 maggio ore 21.00 sul canale YouTube di Bologna in Lettere
Paol Keineg è nato il 6 febbraio 1944 a Quimerc’h, un villaggio del Finistère francese a metà strada tra Brest e Quimper. Poeta e drammaturgo, Keineg scrive in francese, ma anche in inglese e in bretone. Nel 1967 consegue la laurea in Lettere moderne presso l’Università della Bretagna Occidentale e ricopre diversi incarichi a Morlaix e a Brest come sorvegliante e poi come insegnante ausiliario. Nel frattempo, nel 1964, partecipa a Rennes alla fondazione dell’Unione Democratica Bretone (UDB, Unvaniezh Demokratel Breizh in bretone), partito autonomista di sinistra di cui fu il più giovane dei 17 membri fondatori.
Nel 1967, Keineg fa il suo ingresso sulla scena poetica francese con la raccolta Le poème du pays qui a faim [Il poema del paese che ha fame], un lungo poema di grande intensità lirica che gli valse di essere considerato il capofila della giovane letteratura bretone contemporanea. Quest’opera, lodata da Louis Aragon, Georges Perros ed Eugène Guillevic, è spesso vista come il segno di una lotta per l’identità bretone, ma per Paol Keineg «non esiste un’identità bretone, così come non esiste un’identità francese, ma una rete mutevole di costruzioni contraddittorie». Nel contesto pre-68, l’opera va vista come un grido o un appello alla rivolta sociale e culturale. Rivela una voce nuova: certamente lirica, ma anche politica, radicata e universale. Si tratta di un canto di resistenza, una poesia ‘di terra e di rabbia’, in cui Keineg mescola memoria e rivolta per raccontare la fame, il bisogno di giustizia e di libertà di un popolo che si tiene in piedi ma umiliato dalla povertà e dalla minaccia di cancellazione culturale e linguistica che la modernità e l’uniformazione culturale fanno pesare. La fame è fisica ma soprattutto simbolica: fame di dignità, di parola, di esistenza. Il testo è attraversato da una tensione tra disperazione e feroce speranza.
In seguito alla sua espulsione dal corpo docente nel 1972, presumibilmente per motivi politici, Paul Keineg viene accolto a Parigi da Jean-Marie Serreau. Al Théâtre de la Tempête, Serreau mette in scena la prima opera teatrale di Keineg: Le Printemps des bonnets rouges [La primavera dei berretti rossi], che verrà rappresentata lo stesso anno nell’ambito di una tournée nazionale. Questa opera è un testo fondamentale nel percorso di Keineg, che trasforma la sua poesia di rivolta in un affresco teatrale storico. Inaugura il suo lavoro drammatico, facendo rivivere un episodio fondamentale della memoria bretone (la rivolta contadina bretone del 1675 contro le nuove tasse imposte da Luigi XIV e Colbert). Essa incarna la dimensione politica, popolare e poetica della sua opera degli anni ’70 e apre la strada a tutta la sua successiva opera teatrale, in cui continuerà a esplorare la storia, la lingua, la memoria e le tensioni tra centro e periferia.
Nel 1974 Keineg lascia la Francia per trasferirsi in California. Impara l’inglese e si iscrive alla Brown University (Providence, Rhode Island), dove nel 1981 consegue un dottorato in Lettere. Professore ospite ad Harvard, insegna alla Duke University di Durham, nel North Carolina (ne è oggi professore emerito). Rimarrà in America per oltre trent’anni.
La poesia di Keineg diventa allora più meditativa, più libera dal punto di vista formale e profondamente segnata dalla sua immersione nella poesia americana contemporanea. Si allontana dal lirismo militante dei suoi esordi per esplorare l’esilio, la lingua, la memoria e un certo sguardo decentrato. Lo spostamento geografico diventa uno spostamento interiore: Keineg vive tra più lingue, tra due continenti, tra due tradizioni poetiche. Questa “situazione di mezzo” alimenta una poesia più introspettiva, più frammentata, dove l’identità si pensa dalla mobilità. Le sue prime raccolte erano caratterizzate da un lirismo ribelle, da una rude oralità, da un’energia che rasentava l’urlo. Dopo il 1974 la sua scrittura diventa più narrativa, più ellittica, più attenta ai dettagli concreti; insomma, più riflessiva sul linguaggio stesso e, di conseguenza, meno direttamente militante. Nelle raccolte pubblicate in quegli anni emerge una forte consapevolezza della scomparsa delle lingue, la memoria della Bretagna rivisitata dall’esilio, un’attenzione alla quotidianità americana (paesaggio, animali, gesti).
Negli Stati Uniti Keineg scopre e legge intensamente Robert Creeley, i poeti della Black Mountain School, la poesia americana post-oggettivista, le forme brevi (haiku, minimalismo): una poesia del quotidiano, del frammento, del discontinuo. L’influenza americana si manifesta in una sintassi più essenziale, in un gusto per le forme aperte, in un’attenzione al ritmo piuttosto che alla rima, in una poesia più ‘oggettiva’ e meno incantatoria. La poesia diventa un luogo di osservazione, quasi un taccuino del mondo, dove l’emozione passa attraverso la precisione piuttosto che attraverso l’enfasi. Vivere negli Stati Uniti permette a Keineg di decentrare il suo rapporto con la Bretagna: non rinnega le sue origini, ma le rilegge dall’esilio in una tensione tra attaccamento e distanza. Questa posizione produce una poesia più universale, meno legata a una lotta politica immediata ma sempre attraversata dalla questione della lingua, della memoria e della scomparsa.
Autore di una ventina di libri di poesia e di teatro pubblicati da case editrici quali Gallimard, Maurice Nadeau e Pierre-Jean Oswald, Keineg è anche traduttore dal bretone e dall’americano. Ha tradotto in francese Rosemarie e Keith Waldrop, con i quali ha instaurato un rapporto di profonda amicizia, ma anche Rita Dove, Susan Howe, Charles Bernstein e William Bronk. Nel 2008 è stata pubblicata dalle edizioni L’Obsidiane & Le temps qu’il fait Les truc sont démolis: une anthologie 1967-2005 [Gli aggeggi sono stati demoliti: un’antologia 1967-2005]. Questa antologia, di un inestimabile valore, raccoglie l’essenziale di un percorso unico: quello di un poeta bretone che, partito dalla rabbia e dalla rivolta, ha gradualmente spostato il suo sguardo verso l’esilio, la lingua, la quotidianità, l’oblio e la memoria. Si vede la voce mutare: dapprima incandescente, alimentata da lotte sociali e storie popolari, diventa ‘sverniciata’, minimalista, attraversata dall’America, dai suoi paesaggi e dai suoi silenzi, per diventare ‘lucida’, ironica, precisa come un bisturi. Alla fine rimane una poesia che guarda il mondo senza veli, con un’attenzione quasi chirurgica ai dettagli, ai gesti, alle tracce. Una poesia che non cerca più di proclamare ma di vedere, di restare in piedi nella realtà anche quando tutto crolla. Questa antologia permette di vedere come la storia di Keineg sia quella di un poeta che non ha mai smesso di reinventarsi e di un’opera che, demolendosi, diventa più forte.
Per «Bologna in lettere» del 2026, Paul Keineg ci ha accolto, Cori Shim ed io, nella sua casa nel villaggio di Quimerc’h dove ha fatto ritorno dopo il suo lungo soggiorno in America. Lì abbiamo registrato due brevi sessioni di lettura. La prima è dedicata alla raccolta Scènes de la vie cachée en Amérique [Scene della vita nascosta in America] (Les Hauts-Fonds, 2021). Questa raccolta si legge come un diario dell’esilio in cui Keineg osserva l’America dai suoi margini, con una precisione quasi documentaristica e un’ironia agrodolce. La raccolta raccoglie frammenti di vita – paesaggi, strade, gesti ordinari, incontri fugaci – per comporre un’America invisibile, quella che non fa mai notizia. È una poesia dello sguardo decentrato: un bretone diventato straniero ovunque, che annota ciò che vede, ciò che perde, ciò che resta. Una scrittura mobile, attenta, in cui l’America diventa uno specchio di solitudine ma anche di libertà e di memoria. Un libro discreto, incisivo, che rivela il rovescio della medaglia americana attraverso la sensibilità di un poeta in esilio.
Per la seconda lettura, abbiamo chiesto a Paol Keineg di tornare ai suoi anni d’esordio bretone e di leggerci due poesie in bretone e in francese tratte dalla raccolta bilingue Histoires vraies / Mojennòu gwir [Storie vere] (P.J. Oswald). Siamo nel 1974, pochi mesi prima della partenza di Keineg per gli Stati Uniti. Si tratta di una raccolta di poemi che evocano la Bretagna dell’infanzia in cui Keineg trasforma ricordi e scene minuscole in frammenti di verità poetiche. Né vera e propria finzione, né vera e propria autobiografia, come avviene sempre nella poesia di Keineg, si tratta di racconti brevi, a volte divertenti, a volte malinconici: piccole scene che, messe una dopo l’altra, compongono il ritratto discreto e vibrante di un uomo che guarda il suo paese, la Bretagna, senza illusioni, con una lucidità cupa. Il poeta parla di questa raccolta come di un «requiem per la morte della lingua».
I nostri sentiti ringraziamenti vanno a Olivier Gallon, Francesco Conti, João Gazua, Jean-Claude Leroy e Paolo Semprucci.
(Karine Marcelle Arneodo)

