Nota di Claudia Mirrione su “Sonetto meccanico” di Domenico Fadda

La poesia di Domenico Fadda nasce dal conflitto tra due forze opposte: da un lato, la consapevolezza che il corpo è incrinato, attraversato da un guasto silenzioso — un meccanismo rotto, una putredine stagnante, un sogno spezzato prima della rivelazione; dall’altro, l’irrefrenabile slancio del soggetto verso l’astratto, l’infinito, l’assoluto.
In Sonetto meccanico, ad esempio, la tensione verso l’assoluto si traduce in una fusione disturbante tra uomo e macchina, un’ibridazione post-industriale che rincorre un’idea di fissità e continuità tecnoprogressiva. Ma il corpo, una volta scoperchiato, non è che un ammasso di ingranaggi malfunzionanti — radar, lancette, transistor, pile, altoparlanti — che cortocircuitano e si contaminano con una dimensione interiore già compromessa e logorata: “Scoperchiami e vedrai i circuiti elettrici, / il ticchettio costante, il filo rosso, il ra- / dar guasto per captare quegli spettri che / ritornano a trovarmi appena possono”. Ciò che resta, in ultima istanza, è una lucidissima autocoscienza metapoetica: il guasto e la disfunzione possono ancora farsi forma perché l’anomalia non spegne il linguaggio, anzi, lo riattiva. Innesca “la / magia dei led riaccesi dalle sillabe”, trasforma il malfunzionamento in ritmo, lo scarto in metrica, fino a generare “endecasillabi meccanici”.
Nel sonetto Natura morta, invece, la tensione verso l’assoluto prende la forma del tramonto di un sole — fuor d’analogia, il Senso — che non si lascia mai davvero cogliere né vedere, ma si insinua lentamente in casa, facendo trapelare tra le crepe del mobilio un’“insonnia metafisica”. Se in Sonetto meccanico si alludeva principalmente a un’avaria del sistema, qui domina un senso viscerale di decomposizione e malinconia: l’aria è ferma, satura; la muffa sfiora l’orlo dei bicchieri; le mosche ronzano ottuse nella penombra, mentre i raggi “mefitici” del sole “corrono lungo i muri e le fosche / macerie dell’incanto atrabiliare”.
Nei tre sonetti è centrale l’idea di tempo: quello di Fadda è un tempo interiore, irregolare e distorto, in cui il “ticchettio costante”, meccanico, oggettivo, si scontra con il vissuto soggettivo: l’ora diventa “macigno” e gli “echi emicranici” sono abitati da pensieri che assillano il soggetto, da “spettri” che ritornano, ciclicamente. Questo scorrere del tempo, segnato da interruzioni, asprezze, ruvidità, si riflette anche nel tessuto fonico dei componimenti, attraverso un uso mirato delle consonanti liquide e delle allitterazioni vibranti: “Nella penombra gravida di mosche / – nel regno della bile che non langue – / si impilano altri piatti da lavare.”
Talvolta, questo tempo interrotto è anche il tempo del sogno, come nel bellissimo sonetto finale, Il bibliotecario, ispirato alla celebre immagine borgesiana: l’Universo si squaderna come un immenso ricettacolo di fragili tomi che custodiscono un sapere infinito, benché controllato dal caso e dall’aleatorietà: “Terzo scaffale da sinistra: Storia / della letteratura siderale. / Ma il numero del tomo sia casuale; / la scelta della pagina, aleatoria”. Tuttavia, non appena vi si sta leggendo l’ultima parola dell’ultima riga, non appena si è sul punto di attingere al senso ultimo, di assistere al disvelamento o, per dirlo in greco antico, all’alétheia o verità, il sogno si infrange, l’uroboro si spezza e ci si ridesta spiazzati e senza parole. Quale migliore allegoria per descrivere l’inafferrabilità dell’assoluto?
(Claudia Mirrione) 

Sonetto meccanico*

Scoperchiami e vedrai i circuiti elettrici,
il ticchettio costante, il filo rosso, il ra-
dar guasto per captare quegli spettri che
ritornano a trovarmi appena possono,
lancette che misurano la bile, la
magia dei led riaccesi dalle sillabe,
il ridere e il corrodere (le pile che a-
limentano i pensieri che mi assillano),
scassati altoparlanti, echi emicranici,
transistor dal sapore dolce e acidulo,
le scorie di un ricordo (manna o cenere?),
il calcolo, la musica, le tenebre,
la ruggine perversa e il suono stridulo
di questi endecasillabi meccanici.

*Tutti i versi del sonetto vanno computati come endecasillabi sdruccioli.

§

Natura morta

L’ora è macigno. I soliti pensieri
sigillano il ricircolo dell’aria:
la muffa degli avanzi che si avariano
ha già raggiunto l’orlo dei bicchieri.
Dalla finestra – l’ombra è scheggia – i rossi
riverberi di un sole che non vedi
spandono sulle crepe degli arredi
l’insonnia metafisica dei fossili.
Corrono lungo i muri e tra le fosche
macerie dell’incanto atrabiliare,
quei mefitici raggi d’oro e sangue.
Nella penombra gravida di mosche
– nel regno della bile che non langue –
si impilano altri piatti da lavare.

(Domenico Fadda, testi inediti)

Domenico Fadda (Cagliari, 1993) ha conseguito la laurea magistrale in Letteratura, filologia e linguistica italiana all’Università di Torino e il dottorato in Filologia e letteratura italiana presso l’Università per Stranieri di Perugia. Ha incentrato il suo percorso di ricerca sull’eredità dantesca, trascorrendo un periodo di visiting alla Sorbonne Université di Parigi e partecipando a convegni internazionali quali la SIS Conference (University of Cambridge), il SIS Postgraduate Colloquium (University of Oxford) e Alma Dante (Università di Bologna). Dal 2024 fa parte della giuria del Premio letterario nazionale Forum Traiani. Nel 2025 ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie, intitolata Biblioteca dell’incongruo. Novantanove quartine (Affiori). Nello stesso anno ha ottenuto il primo posto allo Switzerland Literary Prize e ha ricevuto il Premio della critica al Premio InediTO – Colline di Torino. Svolge la professione di bibliotecario.

Domenico Fadda