Premio Bologna in Lettere 2019 – Le note critiche – Alessandra Pellizzari / Gaia Giovagnoli

Premio Bologna in Lettere 2019

Sezione B (Raccolte inedite)

Alessandra PellizzariOpalescenze

Finalista

 

 

La raccolta di Pellizzari si muove per densi quadri descrittivi, mai isolabili gli uni dagli altri. Al contrario, un filo (linguistico e contenutistico) li accorda tra loro, facendo sì di comporre un’antologia estremamente organica; o meglio: un vero e proprio organismo. Questa orchestra di ritagli vede l’oggettualità come un perno imprescindibile e ciò è confermato con forza crescente nel succedersi delle sezioni (“Studio”, “Cucina”, “Giardino”, “Soffitta”). Gli oggetti stessi vengono trattati come fonemi di una lingua altra, che supera il linguistico e lo trascende. In loro, qualcosa sembra parlare al di là delle capacità comunicative. In “Giardino”, ad esempio, un aquilone è sia rombo che una traccia lessicale, un “rammendo abbandonato” che “si pronuncia” in mare aperto; in “Cucina” la melanzana è un “violino ritagliato” e ha dentro un pentagramma; il chicco di caffè è “una virgola scartata”; la marmellata è ciò che tinge un pane-foglio vuoto; i mirtilli sono “bruni intervalli/ astratti fonemi e pupille/ intagliati di profilo”. Chi scrive ricalca la complessità di ciò che osserva, rendendolo esperienza estetica a tutti gli effetti, a tratti epifanica (i papaveri sono “brevi distillati di fonemi” che “affrontano le dubbiose certezze del nonsenso”). Una verità risiede nella resistenza degli oggetti allo sfondo; sembra esistere in loro qualcosa di più del solo corpo. Così, questi vengono fatti deflagrare in gesti e colori (in “Studio” questo succede a un foulard che si apre “lungo la diagonale”; a un libro che ha “falde di rosso ocra/ rilegate dal maestrale”); aderiscono a quadri e visioni (così i limoni sono “dipinti in giallo rosa”; un uovo è “una macchia fritta che vagabonda in un quadro/ di Mirò”; e in “Soffitta”, una collana di corallo trasfigura “nell’ombra di una candela/ in un quadro di de la tour”). Gli oggetti possono addirittura risultare portali verso tempi diversi o luoghi lontani: in “Soffitta” un vestito, la lavagna, una scatola, si aggrappano all’infanzia; l’abaco è un rosario di frammenti, di “resti e somme addormentate sulla rena” che sono impronte da conservare; delle scarpe aprono a immaginari cittadini (“un lampione funambolo lungo la Senna”). Le cose sono anche, e soprattutto, resistenze impossibili della natura.

Il tema della natura è focale: si insinua quasi in ognuna delle scene e partecipa della loro essenza. Già in “Studio”, si descrive una realtà che è multiforme, accennando a “un composito reale che resiste” che non esclude da sé nessuna declinazione: in una sintesi mobile, umano e creato, naturale e artefatto, si compenetrano e si confondono. La natura può dunque apparire nuda nelle sue forme consuete, come una foglia scheggiata o una roccia a strapiombo, ma può emergere anche in un profumo, distillato di fiori (la rosa bulgara, il ribes nero), e sussistere in un luogo di uomini, “nell’imperfettibile agrodolce/ dell’uscita di una metro”. La natura vive nelle matite che sono “un mazzetto di viole tra i muschi” costrette nella tazza. In “Giardino” le ortensie si tramutano in affreschi e, in “Cucina”, anche il cibo si fa contenitore semantico, dove ancora una volta la natura può esondare: il pane è neve disciolta; la frutta è una dichiarata similitudine, la cipolla è una luna domestica.

Ciò che viene tracciato contenutisticamente, un organismo denso di odori, colori, forme, è inseguito anche stilisticamente. Pellizzari dichiara in esergo le sue coordinate linguistiche: sono “asole sugli orli della parola”. Gli oggetti – nuclei caldi, magmatici, non esprimibili mai del tutto se non per traiettorie di senso – obbligano la lingua a misurarsi con se stessa. Non potendo descrivere in modo piano, con il solo rigore logico-sintattico, questa si fa fluida nelle allitterazioni, nella nenia, nei neologismi (“Agostano solcando gli orditi sdruciti”; “Oblunghe irrorazioni nelle oasi dei tramonti/ sugli equitanti pennini/ per i sapori delle mani”; “un cascame di pitosfori/ tra i bruni piedritti leonini”). Una lingua che viene dunque sfruttata al suo limite, forzata fino al suo potenziale analogico. La sinestesia di olfatto, vista, e tatto è palese: dichiarata nel testo “Odori”, declinata anche in “Giardino”, nel ciuffo di primule nelle quali si condensano la cannella e la noce moscata; o in “Limoni”, dove appare il tatto in quella tazza che “fa patina, pelosa nel gambo spezzato di una peonia”.

Quella di Pellizzari è una poesia estremamente coesa con la poetica che si prefigge, dagli eccessi sapientemente controllati, ma che non rinuncia per questo alla stratificazione e alla visionarietà. (Gaia Giovagnoli)

 

Per la foto di Gaia Giovagnoli  © Dino Ignani