Premio Bologna in Lettere 2019 – Le note critiche – Giovanna Frene / Enea Roversi

Premio Bologna in Lettere 2019

Sezione A (opere edite)

Giovanna Frene, Datità

Finalista

 

 

La raccolta Datità di Giovanna Frene inizia con una poesia dal titolo Autoritratto.

Questa immobile fissità / sono io? , si chiede l’autrice e siamo subito di fronte a un dubbio che ne precede altri, giocati su ripetizioni e negazioni: Negare di preferire qualsiasi / preferenza oppure fingere di fingere la finzione / del non sentire. Inizia dunque con una mancata rivelazione questa raccolta poetica che ha per titolo il termine Datità (dal tedesco Gegebenheit) con cui in filosofia si definisce il modo in cui un oggetto si rivela (La datità, l’essenza delle cose, il sorso / bevuto all’orlo della sepoltura).

È il dubbio sull’essere poeta, sullo scrivere e su come scrivere, su come tradurre sulla pagina la propria immobile fissità che in realtà, nel caso di Frene, è movimento continuo, macchinazione, invenzione. Frene, pur partendo dai grandi maestri della poesia italiana del Novecento (su tutti,  il suo maestro indiscusso, Andrea Zanzotto) mette in discussione la poesia, la scompone e l’assembla, utilizzando canoni tradizionali di scrittura poetica e parole/suoni di moderna visione.

Poesia e filosofia, fin dal titolo stesso della raccolta, sono legate a filo doppio: la ricerca letteraria di Frene è rigorosa e rigore potrebbe essere proprio la parola che ne riassume l’essenza.

Nella sua scrittura trovano posto i ricordi, che sono immagini che sbiadiscono, la memoria (corpo assente è la memoria). La memoria richiama il corpo (tutto è tale che nemmeno al corpo / spetta d’essere del tutto corporale), (qui a profanare il corpo è la perdita), (il corpo asfissia per la vertigine dell’altezza la mente), (la triste datità terrena del tuo corpo corporale) e il corpo richiama la mente (nella mia mente per sempre è vissuto), (Voi non sapete come di notte l’ultrapensiero / mi spinga a sospirare e gemere nella mente).

L’amore è sofferenza (- forse abbiamo due dei dell’amore diversi o forse nessuno -), (deturpato amore da tanto sfinito / da tanto sì), ambiguità, atto d’eroismo. A volte è visione onirica, altre volte è enunciato con descrizione icastica: la figura femminile (centrale e trasversale al tempo stesso) parrebbe essere uscita da un film di Mizoguchi, ma potrebbe anche incarnarsi in una performance di Marina Abramović.

Frene procede nelle sue rivelazioni, nel suo disvelare, attraverso giochi letterari complessi e affascinanti, grazie ai quali chi legge entra in un microcosmo poetico/storico/filosofico popolato  da  parole che sono segni, parole che divengono veri e propri versi all’interno del verso: pietra maschifemmina, chiesa ossobucata, maciullatore-stritolato oppure manifesti d’immaginifica inquietudine come  maschia vagina, regno di acefalia, la solitudine funesta della carne.

In alcuni casi l’uso del neologismo e dello stravolgimento del genere (si prenda per esempio i due sorelli madrefigliari) richiama la scrittura di Amelia Rosselli.

Sono molte le citazioni che s’incontrano lungo il percorso di Datità: Kavafis, al quale si rivolge direttamente con un caro nella poesia intitolata Elegia della vita morbida, mentre la poesia dal titolo In tre richiama esplicitamente In due di Mario Luzi. Ma ci sono anche Petrarchesca con il suo carico di  disillusione (Sono più viva su questa carta / che non nella vita) e P. Lost, ispirata alla miltoniana P. Last che contiene una citazione da Shining di Stanley Kubrick.

Shelley (i tuoi occhi rovesci li vedo shelleyrianamente come due bocchine) viene citato con un’immagine che si rifà a un sogno dello stesso poeta romantico inglese, nel quale gli apparve una donna che nei seni aveva due occhi aperti al posto dei capezzoli. Di nuovo Shelley ritorna, più avanti nel libro, con un’altra visione evocativa: la mente / vorrebbe ancora credere al frammento shelleyriano / sull’eterno amore ma muore con il corpo.

La poesia Teoria amorosa (in omaggio a Donne) in cui si legge morirà anche l’amore dell’amore viene immediatamente seguita da Poesia d’amore, dove assistiamo alla cruda confessione senza rimorsi del famigerato mostro di Milwaukee.

Sopra un proposito di AZ non lascia dubbi su chi sia la fonte d’ispirazione, così come pure Trakliana in terzo (in cui riappare, in esergo, John Donne) e Anti-baudelairiano.

La poesia La mano di Canova è una riflessione sull’arte, sul corpo dell’artista (che nel caso di Canova venne smembrato essendo una mano, il cuore e il corpo conservati in tre luoghi diversi) e si pone come interrogazione sulla raffigurazione del corpo che l’artista era uso fare.

Per dirla con Andrea Zanzotto (dalla postfazione alla raccolta): “Canova torna come splendore fisico unificante, che tuttavia nel-la realtà tombale è spartito: mano, cuore e resto in tre diversi luoghi.” .

Datità comprende testi poetici scritti tra il 1992 e il 1997, per la maggior parte scritti nel biennio 1995-1996, come quelli che compongono la sezione intitolata Le sette stanze auree, scritti nel 1995 e la sezione finale Appendice (168 proverbi sospesi), risalente al 1996.

Nella postfazione di Andrea Zanzotto si legge: “La storia – anche di ritmi, di moduli metrici – esiste in questa poesia ma non è storia, è ressa. Ogni dato ha l’autorità di una specie di kairòs tanto più e-vanescente quanto più crudo. Ma se tutto trafigge sia entrando che uscendo, tutto si compatta in una crescita sicura (pur sempre in un’area di indecidibili). Queste poesie, perché tale è il termine che bisogna impiegare senza paura, chiamano a un confronto il lettore, chiamano l’avanzare di un proprio tipo di lettore.” .

Zanzotto, fin da subito, aveva individuato le grandi potenzialità di questo testo, celebrandone l’alto spessore della ricerca poetico-filosofica.

Appare dunque meritoria, da parte delle edizioni Arcipelago Itaca e di Danilo Mandolini, l’operazione di ripubblicare questa raccolta, già pubblicata nel 2001 dall’editore Manni e che già all’epoca suscitò l’interesse della critica letteraria più attenta. (Enea Roversi)

 

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