Note critiche e appunti di lettura alle opere segnalate al Premio Bologna in Lettere 2019 – Sezione A

Premio Bologna in Lettere 2019

Sezione A – Opere edite

 

 

 

 

Doris Emilia Bragagnini  Claustrofonia (Ladolfi)

 

 

Derrida diceva: “se ne parla sempre per figure”, ma le nostre figure sono fatte di parole. Si fanno di parole, anche in senso allucinogeno se volete. Del resto una chiara impostazione onirica e una predisposizione all’artificio sono riscontrabili in molti passaggi dell’opera. Le figure della nostra autrice si costituiscono a partire da parole. Esistono, persistono e si dissolvono nelle parole.

Parliamo di parole dunque. Intanto il titolo, Claustrofonia, che fomenta una prima figura. Prima ma assolutamente emblematica. C’è da un lato la claustrofobia e dall’altro lato la fonìa. In poche parole si conferisce alla claustrofobia un aspetto sonoro, nel senso di propagazione, risonanza, ma anche di ristagno o, se preferite di circolazione interna.

Difatti ci sono almeno due possibili risvolti. Nel primo il suono procede al suo interno amplificando il disagio, nel secondo il suono si espande al suo esterno traslando il disagio nei registri della liberazione. Ci troviamo quindi di fronte a due dispositivi, per così dire intensivi e estensivi. Non è un caso difatti che la scansione ritmica dei singoli componimenti (delle singole figure) viva e si consumi nel doppio movimento di una compressione interna e di una decompressione esterna. Insomma,  qualora non fosse chiaro, quest’opera vive di chiusure e aperture disposte sulla stessa linea semantica. Più che di disposizione sarebbe  consono parlare di innesto. Un innesto che cade, come ebbi già modo di dire, all’improvviso, talvolta con forza e fermezza, talvolta con leggerezza e abbandono. Una scelta lucida e voluta.

Ciò che conta, forse, non è il senso ma la funzione. Non ciò che è, ma ciò che potrebbe diventare, ovvero ciò che il funzionalismo dell’ordine del discorso procura non in termini di dono, bensì in termini di dolo, di danno.

Recuperando il famoso motto di Decroux: “le mime est à l’aise dans le malaise” (il mimo è a suo agio nel disagio). E identificando il mimo con il poeta, perché poi alla fine il poeta è, molto semplicemente, un portatore di mimesi. Un portatore talvolta sano, talvolta se così si può dire,  malato. Le malaise, il disagio quindi è ciò che procura l’agio, ovvero ciò che fomenta la scrittura. C’è un disagio in quest’opera? Io direi di sì, ma è un disagio che libera qualcosa, che si libera nella creazione di una serie indescrivibile di figure. E non si accontenta solo di liberarle. Queste figure circolano o, se preferite, si praticano su un asse sintagmatico dinamico, che reclama quasi una dizione veloce o quantomeno una dizione ritmica, pronta a rivalutarsi ad ogni scontro con le innumerevoli cesure  che modificano l’andamento del flusso. Ecco questo è quello che conta nella poetica presa in esame. C’è un movimento. Anche quando sembra immobilizzarsi in una sorta di stallo psicologico o esistenziale, Bragagnini mette al lavoro uno stato tensivo attraverso una serie di dispositivi che si potrebbero definire di associazioni dissociative, ovvero attraverso processi sinestetici tra elementi appartenenti a insiemi diversi, talvolta apparentemente inconciliabili ma che inaspettatamente trovano una linea comune da percorrere. Si potrebbe dire una linea da battere o meglio da percuotere, al solo scopo di liberare la forza, l’energia che fibrilla in nuce e che chiede solo di essere portata allo scoperto. Si potrebbe altresì azzardare una sorta di tecnica dello scoperchiamento, nel senso dell’aletheia greca, cioè del disvelamento che, nel nostro caso specifico, si configura in quel doppio movimento che alterna l’apertura all’offerta. Cosa apre e cosa offre la nostra autrice? Apre la sua scatola interna, tira fuori tutte le sue cose, anche quelle piccole e apparentemente insignificanti, e le lancia letteralmente in pasto alla fruizione. Non resterebbe che cibarsene, con l’accortezza però di non inghiottirle voracemente, ma di procedere lentamente attraverso un primo processo di degustazione per coglierne i sapori e gli umori di cui sono intrise, e un secondo processo di masticazione, come per frantumare o comunque trattare, stemperare l’insieme e cogliere l’intensità di tutti i singoli elementi.

Lo sposizionamento tra un sintagma e quello immediatamente successivo è spesso talmente evidente, eccedente, sovrastrutturato a tal punto da fomentare l’idea che ci sia nell’autrice l’intenzione di abiurare o comunque ribaltare (pervertire) l’assolutezza di un paradigma standardizzato o comunque riconoscibile. Così il nuovo paradigma di Bragagnini consisterebbe nella mancanza di un paradigma. Ipotesto e ipertesto, il dato di fatto e il rinvio a una serie di possibili, si fondono creando un testo altro che procede solo come conseguenza diretta a una serie di lacerazioni. Una volta fondata una linea, l’autrice strappa letteralmente alcuni punti che le serviranno per la creazione di una nuova linea. Bragagnini lavora quindi per strappi e per scarti, per cadute e per ribaltamenti, per possessioni e per depossessioni.

Difatti, parafrasando Marc Augè, si potrebbe parlare di una scrittura come arte della depossessione, ma questo è un altro discorso che magari affronteremo in un contesto diverso da questo. (Enzo Campi)

 

 

*

 

 

 

Eleonora Rimolo  La terra originale (LietoColle)

 

 

Ho già avuto modo di affermarlo in un’altra occasione, ma lo ripeto qui: sono fermamente convinto che Eleonora Rimolo sia una delle migliori voci under 30 dell’attuale panorama poetico italiano.

Proprio da questa affermazione (impegnativa, me ne rendo conto, ma assolutamente sincera e ponderata) vorrei iniziare.

A differenza di altri poeti che appartengono alla sua generazione, Rimolo rifugge da ogni concessione all’essere personaggio: non le interessa affatto apparire o cercare di essere qualcosa prima che qualcuno, ma si concentra sulla scrittura e sullo studio della stessa.

Non si serve di espedienti e neppure di effetti speciali per la sua poesia: il suo scrivere è un lavoro meticoloso e ragionato, è modellazione paziente della materia, in una costante ricerca stilistica e tecnica del proprio linguaggio poetico.

E non si può non essere d’accordo con Giancarlo Pontiggia quando, nella prefazione a La terra originale, scrive: “La qualità che più sorprende nella giovanissima Eleonora Rimolo è la fermezza della tessitura stilistica: la precisione del suo andare a capo, l’equilibrio finissimo delle soluzioni metrico-sintattiche. Ogni sequenza, nella densa brevità del suo procedere, si risolve in un unico strutturatissimo movimento, in cui brevi sintagmi si annodano entro una trama di riprese e di variazioni per via di scarti, scatti improvvisi, ricongiungimenti.”

Fermezza, precisione, equilibrio: ecco riassunti in poche righe alcuni degli elementi caratterizzanti della scrittura di Eleonora Rimolo.

La terra originale, uscito nel 2018 nella Collana Gialla che l’editore LietoColle pubblica in collaborazione con Pordenonelegge, è un libro che si è già fatto apprezzare in altri concorsi di poesia e di cui si è parlato in diversi blog e siti letterari.

La raccolta è divisa in due sezioni: Viaggi  e La notte più lunga dell’anno.

I luoghi dentro i quali ci porta Rimolo, attraverso la sua narrazione in versi, sono luoghi in cui albergano polveri sottili, / smog, troppe sirene moleste.

In essi troviamo vicoli deserti e autofficine, lo sporco delle rotaie, i campi martoriati dalla sete, corridoi deformati: non luoghi idealizzati quindi, bensì osservati con realismo (mi verrebbe da dire neorealismo), senza indulgenze, a volte senza pietà, ma sempre mantenendo un legame forte e indissolubile con le proprie origini, con i propri ricordi.

È, quella che si muove all’interno de La terra originale, un’umanità che lotta e che soffre, perennemente combattuta tra il desiderio di fuggire e il convincimento a rimanere Ghiacciano i binari: per tre volte / abbiamo rimandato il viaggio, / abbiamo creduto fosse meglio / tornarcene in salute alle case  / e scriverci da lì in confidenza.

C’è, in questa umanità, una sorta di rassegnazione liquida, di immobilità atavica: si coglie nell’aria la calma piatta che precede la catastrofe. Tale sensazione trapela da versi come  mentre ci avvolge tutti la stessa nube  / rubina, l’uguale sorte tremenda.

Ma, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la poesia di Rimolo non si limita a registrare e descrivere un mondo rassegnato: l’autrice in realtà scava più a fondo,  alla ricerca di impulsi mnemonici, di slanci passionali e di speranze realizzabili che  possano scalfire l’immobilità e la rassegnazione sopra citate.

Ed ecco farsi spazio la gioia (Sotto la terra danza / aggressiva diversa la gioia / la stringi tra i denti, si / sfila come saliva, prosciuga / il sangue negli alveoli, rende / felice anche l’ombra pigra / del male) e come si vede si tratta di una gioia veemente, istintiva, gonfia di passione.

Dovrà pur esserci alla fine, quella benedetta salvezza che Rimolo evoca a conclusione di una poesia nella quale appare, come un chiodo conficcato a forza, la domanda: cosa ci faccio qui, adesso?

I dubbi, le domande, la memoria e quel vuoto, impietosamente doloroso, da colmare (serve qualcosa per saldare il vuoto): Rimolo adopera con grande capacità e sorprendente maturità il linguaggio poetico per trovare risposte, o almeno per tracciare una strada che possa portare ad avere risposte.

La strada che l’autrice propone è tracciata: è dalla terra originale che si parte, è nella terra originale che prima o poi si torna, inevitabilmente, a passare.  (Enea Roversi)

 

 

 

*

 

 

 

Fabrizio Lombardo  Coordinate per la crudeltà (Kurumuny)

 

 

La raccolta di Fabrizio Lombardo, Coordinate per la crudeltà, prende avvio dalla constatazione di una dolorosa e irrevocabile sconfitta (“È molto più onesto ora farsi da parte, dirsi fuori quota | per gare come questa. Ammettere che non è il terreno | adatto. Che è stata solo una falsa partenza”): ormai non è più possibile alcuna forma di autoinganno. Le illusioni e le speranze sono state cacciate via da una realtà grigia e fredda, contraddistinta da un asettico ordine di città morta (“Ora che la geometria dell’occhio mostra la città | tra le rette parallele dei binari”), scenario di un futuro triste nel quale l’individuo è ridotto ad automa e condannato a ripetere gesti e azioni, novello Sisifo che non si interroga più su nulla, né tanto meno interviene (“Grammatica del vuoto/ snodo del futuro). Una resa senza riscatto.
La stessa stagione estiva, con il suo tempo di breve sospensione della quotidianità, non genera altro che una recrudescenza della pena: ciò che è stato negato e rimosso riemerge in una momentanea fuga dal reale, resuscitando  ciò a cui si è dovuto rinunciare (“D’estate la sera, qualche volta si vedono le ombre | venire da lontano/ passarci il cuore da parte a parte). Ma poi l’estate cede all’inverno delle mansioni scandite, e la temporanea evasione dalla realtà non fa che rendere più doloroso il ritorno all’ordine.

Emblema della scissione dell’individuo è la barra obliqua che compare in diversi testi di Coordinate per la crudeltà e che sancisce come la scrittura e la voce siano percorse da tale frattura: la realtà è una contrapposizione di piani, in cui uno dei due è sconfitto definitivamente e può solo permettersi di riaffiorare di tanto in tanto, di apportare una scossa tellurica al discorso, ribadendo che la rimozione non è mai completa né stabile. La riemersione del rimosso avviene improvvisamente e non sembra seguire alcuna logica razionale, così come inaspettata è l’apparizione della barra obliqua  utilizzata da Lombardo che obbedisce a una logica altra, quella della resistenza interiore e del desiderio che non può essere estirpato:

 

Scrivo il falso – spesso – e svendo le parole
mischiando vergogna e vita vera con la sintassi
della menzogna. Non chiamarlo progetto di poetica
geometria binaria, o gioco d’ombre. Serve più coraggio
a vivere i pochi gesti possibili/ quelli rimasti.
Qualche respiro preso in prestito. La notte, nelle case.

 

Nel testo appena citato la barra obliqua segnala il passaggio dall’acquiescenza all’unica opposizione possibile, quella dei resti, della notte e dell’intimità. Infine se ci si è dovuti arrendere al neocapitalismo esso non ha però potuto impadronirsi in toto dell’individuo: così “il rancore/ la gola che brucia, | la voce inceppata” segnalano una distanza rispetto alla società e si manifestano liberamente all’interno del nucleo di resistenza minima della coppia (“una memoria che dobbiamo – tu e io – | mescolare a questo rumore/ perché possa appartenerci ancora”).

Ma anche la resilienza si rivela un dinamismo interrotto, che non giunge da alcuna parte,  sorta di tic nervoso che provoca un succedersi di false partenze (come il titolo della prima delle cinque sezioni che compongono la raccolta) che non fanno che sancire l’impossibilità dell’evasione. Si è condannati alla ripetizione, a un girare a vuoto:

 

Orbita che non è occhio, ma girone d’inferno. Traiettoria

che svanisce nel cerchio di strade e riannoda voci senza importanza.

“Non c’è rimasto più niente” vorresti gridare/ ma stai

in silenzio/ e giri attorno sempre più veloce. Mentre

aspetti lo schianto. Siamo in fuga. Solo per pochi tratti.

 

Così è anche il pendolarismo automobilistico della voce poetica, un andare reiterato e condannato alla medesima breve tratta, alienante ripetersi dell’uguale che ha per scenario alcuni nonluoghi – l’autostrada, l’autogrill, le stanze d’albergo – e un paesaggio che scorre senza alcuna presa (“topografia da finestrino”).

Analoghe alla coppia movimento/stasi sono le opposizioni di memoria/oblio, silenzio/parola, è infatti nel movimento negato, nella memoria di un tempo altro, nel silenzio che a tratti prevale sulla “sintassi della menzogna”, che si attua la resistenza. Ma se l’io beneficia di un momentaneo oblio, il ritorno alla crudeltà dell’esistenza lavorativa e sociale diviene ancora più doloroso e assume i connotati di un autoannientamento:

 

Ho dimenticato ancora una volta le coordinate per la crudeltà.

Riprovo con i vetri aguzzi, il ghiaccio tra i denti,

l’incertezza/ la resa. Abito vestiti soliti.

Con poche sfumature di grigio e di nero

per mimetizzarmi meglio con la ghiaia davanti a casa.

 

La  negazione di sé richiesta dalla dimensione lavorativa diviene centrale nell’ultima sezione, Retail, che è il resoconto impietoso della resa alla “dittatura del contemporaneo” ovvero “il monopolio di mercato” che annienta “secoli di storia sociale e lotta di classe”. Nonostante ciò all’interno della prigione del lavoro, è possibile una forma di resistenza che difficilmente potrà essere annientata: la scrittura poetica. Essa è personale, quasi corporea, espressione di una logica altra (Matté Blanco direbbe simmetrica), una coesistenza calibrata di silenzio e parola vera, lontana dalle regole della sintassi della menzogna. E dal momento che la scrittura poetica è priva di fini e non deve cedere a dispotismi di mercato, essa è l’imprevisto, unica possibilità per piegare la realtà del quotidiano (“quest’ombra in disparte, che scrive, | che resiste, nascosta tra le costole e il cuore”). (Giusi Montali)

 

 

 

*

 

Francesca Gironi  Abbattere i costi (Miraggi)

 

 

Sino a partire dal titolo, Abbattere i costi, di Francesca Gironi gioca con l’understatement. Anche se il tema di questo libro è il sentimento, sembra che ci si debba dibattere, dall’inizio alla fine, con i conti telefonici, la rottamazione dei vecchi elettrodomestici, i prestiti agevolati, le notizie televisive dal mondo, tragiche ma astratte e lontane, i messaggi degli altoparlanti ferroviari, le istruzioni per l’uso…

C’è tutto un mondo di piccole incombenze quotidiane a dominare, a permetterci di resistere, ad agire come “pratiche di resistenza” – da cui il titolo della terza sezione del libro.

D’altra parte, “il sangue sporca. Non c’è / abito rosso che tenga”

Persino la tragedia sembra diluirsi in questa marmellata di onnipresenti banalità.

E tuttavia la tragedia non scompare. Poiché ritorna insistentemente, diventa chiaro che l’universo delle banalità quotidiane non costituisce solo una difesa nella vita reale, ma anche un espediente retorico attraverso cui l’autrice può parlare del male davvero. E l’abbattimento dei costi, attraverso l’ironia pervasiva che ne risulta, può essere alla fine dei conti pensato anche come un abbattimento dei costi del dolore.

Non che ne risulti un’atmosfera di speranza.

Non c’è niente che si risolva davvero nelle poesie di questo libro.

Ma nell’universo delle banalità di consumo anche il male appare a sua volta banale, e tollerabile. Solo, si continua a capire che non lo è veramente; e che si sta lottando, benché sia una lotta di sorrisi sarcastici, di amare tenerezze nei confronti di quello che sembrerebbe ausiliario, impoetico, amministrativo. (Daniele Barbieri)

 

 

*

 

 

 

Silvia Rosa Tempo di riserva (Ladolfi)

 

 

Il male di vivere che si incontra nel libro di Silvia Rosa, Tempo di riserva, ci arriva un po’ meno aspro, un poco più morbido di quello originale. È filtrato dal trascorrere delle stagioni, ai cui nomi sono ispirate le quattro sezioni in cui è diviso, e tutto viene visto come attraverso una luce vagamente ottobrina, che smorza un poco i contrasti.

Certo, il mondo è popolato di oggetti concreti, spesso naturali, che sono insieme attori della situazione e correlativi oggettivi.

Così, un diffuso andamento narrativo, dai versi lunghi dai frequenti enjambement, si tinge costantemente di riflessioni dall’aria filosofica, come se poetare fosse raccontare argomentando.

E qui è proprio così, solo che non tratta di convincere nessuno della bontà delle tesi, perché è la loro esposizione medesima a costruire il testo poetico. Come una sorta di flusso di coscienza, che è la vera ragione di interesse di questi versi, perché gli eventi e le cose di cui si parla emergono da lì.

Così la scansione del verso, di solito lungo ma pure breve in qualche caso, finisce per suonare come una sorta di respiro interiore, a organizzare i pensieri secondo una logica diversa da quella argomentativo-narrativa che li conduce, una specie di contrappunto mirato a scardinare leggermente i nessi, a spostare gli accenti sulle parole di rilievo. Insomma, a straniare il discorso per come risulterebbe dal semplice flusso delle parole, in modo da farlo emergere maggiormente nella sua concretezza, da farlo uscire a sua volta come evento, ma questo in diretta, in presenza.

Anche quando racconta di un altro luogo e di un altro tempo, insomma, la poesia sta agendo lì, davanti alla mia lettura, presente nel presente, vita vissuta e non solo riportata. (Daniele Barbieri)

 

 

*

 

 

 

Marco Bini, Il cane di Tokyo (Perrone)

 

 

“Così le zampe si fissano a terra / le unghie – dure – si fanno radici”. Un uomo si fa cane, un cane si fa uomo: le sue zampe affondano nella sostanza pavimentale sostratica del mondo e cercano un basamento di realtà per dirsi e per narrarsi, per farsi se non vita, almeno storia; le zampe si fanno mani, le mani si fanno strumenti di ricerca di un appiglio nei vuoti di realtà, nei vuoti di memoria, nei vuoti della nostra storia. Ne Il cane di Tokyo di Marco Bini si cerca di significar per verba un trasumanare analogico, metaforico, simbolicamente ancorato alla significanza universale delle cose. Sono versi di una metamorfosi che, se nella sezione eponima del libro trasmuta l’essere umano in un quieto animale più umano dell’umano, invece nella prima sezione, intitolata Inerzie, avevano iniziato col narrare (perché di narrazione in squarci lirici si tratta) di una trasformazione in qualcosa di meno-che-umano, allegoria patente (come suggerisce fra le righe Alberto Bertoni nella prefazione) di un’existenz, di uno stato culturalnaturale alterato e deformato dalle modificazioni imperscrutabili di una società postcapitalistica che simbioticamente si ritrova ad essere, allo stesso tempo, postapocalittica e postintegrata, oscillante concettualmente e tematicamente tra l’accettazione dello stato di cose e la ribellione alla condizione umana sociale e materiale precostituita. Quando l’essere umano è descritto come un “amico / evaporato in volo in una stilla / di stupore allo sprint per latitudini / cui la tua stella ha diretto la rotta”, che rinviene “in ogni dove come il radio / alle radici”, l’umanità si riduce a una trasecolazione radioattiva, a un’ostensione non empatica di emozioni grezze, composta di autoriferimenti e solitudine, in cui qualsiasi forma o volontà di comunicazione con l’altro-da-sé si manifesta come “un post dall’Armageddon”, un messaggio internettiano gettato nel mare del silenzio più profondo, nella chiusura asfittica di una bottiglia che traspare ma non dice e, quindi, proprio in virtù di una connessione virtuale assoluta, è un messaggio solitario e monadico, che si appaga del proprio contenuto e della propria forma, nella deflagrazione biblicamente mitica, molto poco stoica, di una catastrofe finale identitaria. “Nient’altro che un rimpallo di materia”: così Bini definisce i continenti alla deriva su cui un’umanità offesa da sé stessa formicola brancolando nella propria indecisa presa di coscienza, sempre parziale e in fieri; e persiste “fino alla crosta / atomica dei piani; è il pianeta / che espulso per igiene fa ritorno/ e generandosi ancora si addensa”. Si tratta di un pianeta “espulso”, estroflesso, un microcaos che non reca con sé nemmeno l’impronta confortante di un quieto senso del decoro e della stasi, un sacco rivoltato al contrario sul cui derma esposto alle ferite ci domandiamo tutti i sensi del senso; allora il mondo è come una sensosfera coinvolta in un movimento incessante, vorticoso, permeato di volontà d’impotenza, dove nemmeno l’impegno civile è qualcosa di più di un semplice darsi da fare per riempire il vuoto, “visto che dormono le armi in fondo ai pozzi / e gli striscioni fatti a brani stanno bene con il nodo / sopra la camicia. Ci sono rughe nette lungo il mento / e poche tenui parole; qui si ride ormai di tutto”. Ironia tragica, sarcasmo, umorismo nero e sagace: di chi è la colpa dello stato di cose in cui versa l’universo? “Ad altezza d’uomo si propaga un nuovo / e ribadito ordine reale mentre a milioni / di chilometri brilla un primo innesco / di luminosità incalzante: assieme imparano / a splendere di una celeste pace di Vestfalia. / Necessita ai superstiti un firmamento da incolpare”. E tuttavia, nonostante il caos cosmico, qualcosa c’è, là fuori, oltre il muro dell’indifferenza: qualcosa da dire e da ascoltare, da fare e da disfare, per poter ricostruire e, in qualche modo, abitare un luogo che possegga un nome che ci permetta di sentirlo nostro; ad un certo punto, diviene autoevidente che il libro di Marco Bini, nel suo moto circolare dalle Inerzie alle Resilienze (ultima sezione del libro) è una sorta di Atom Earth Mother quasi epico, in cui non c’è una mucca in copertina, ma un cane simbolico fin dal titolo, figurazione centrale del nostro modo d’essere: un cane che si volta, ad osservaci bieco e distratto, nella nostra farlocca obesità di ultracontemporanei che la musica non assorda, bensì ammalia con un quieto sussurro, giacché “compito del mondo è ridurre le parole in un sussurro / dove era piena voce”: compito della percezione del reale, sembra dire il poeta, è ricondurre a un’interpretazione morbida l’esagitato sommovimento del magma, affinché un filo conduttore si dipani nel senso del senso delle cose, attraverso lo scambio, il riconoscimento reciproco, la comunicazione; anche passando attraverso l’iconologia cinematografica delle poesie dedicate ai film della sezione seconda, intitolata Posto unico. In effetti, avanzando progressivamente nella lettura, diviene evidente come il cane che aspetta alla stazione il padrone che non tornerà, nella sezione centrale del volume di cui si diceva, sia il preludio antropomorfizzato di un reale che si fa ordinario e diuturno, nell’ultima sezione del libro, in cui il richiamo si concentra sull’erranza delle consuetudini, dei poeti preferiti, dei luoghi e delle scoperte interiori, delle storie-che-si-fanno-storia-concreta, nella perseveranza e nella convinzione che un senso, alla fine, nonostante l’Armageddon, l’universo un po’ ce l’ha, intuizione di significato improvvisa come quando accade di riconoscersi nell’altro pur senza conoscersi: “Da questo haiku espanso vi richiamo / non conoscendovi, figure siete / rovistate da aneddoti incompleti: /gente coi tendini di ferro e il nome /uguale al mio…”. E questo senso espanso in entropia non è altro che il sentimento comunitario, il quale, in fondo in fondo, senza falsi buonismi, come in ogni vera resilienza, ci unisce, ci rinsalda e, fondamentalmente, ci salva tenendoci vivi a abbracciati tra le nostre macerie personali; fino a presagire un domani. Come scrive Marco Bini in fondo al libro, a chiunque sia lì a fungere da destinatario: “Non vi conosco, ma per certi versi / magari penso in qualche modo forse / involontariamente vi proseguo”. (Sonia Caporossi)

 

 

*

 

 

Giovanna Cristina Vivinetto  Dolore Minimo (Interlinea)

 

 

Da un libro come Dolore Minimo c’è molto da imparare. A tal fine occorre superare la diffidenza suscitata oggi più che mai dalla scelta dell’autobiografia in versi, dall’evidente intenzione di raccontare la propria esperienza, suggerita anche dal precedente illustre evocato dal titolo, che per assonanza richiama la parola diario. Senza mai tradire alcun intento didattico, o peggio didascalico o moraleggiante come tanta poesia di basso livello con cui Vivinetto è stata da taluni frettolosamente apparentata in virtù del suo successo, il libro mette a fuoco – universalmente pur partendo dal vissuto dell’autrice – la difficoltà di un percorso che porta alla scoperta e all’accettazione del proprio sé autentico. È innegabile che l’attenzione richiamata dall’opera sia in buona parte dovuta all’esperienza fuori dall’ordinario che racconta, ma è proprio per questo che vale la pena cogliere l’opportunità di conoscenza che ci offre. In primo luogo, l’occasione di comprendere la condizione – umana e naturale – da cui nasce l’esigenza di portare a compimento una transizione che conduca alla nascita di un nuovo sé, ricomponendo in questo caso una frattura, una non coincidenza tra corpo e spirito. Una condizione disforica, come la si definisce esplicitamente, che non riguarda soltanto l’identità di genere ma qualsiasi attrito sia dato avvertire tra la nostra percezione di noi stessi così come siamo, anche per effetto di influenze esterne, familiari o sociali, e “l’idea che abbiamo sognato di noi stessi”, per citare non a caso una transessuale celebre nata dalla fantasia di Almodóvar.

Il dolore che segna la fase di passaggio scaturisce dalla dinamica perdita / scoperta che si trova al cuore di una delle poesie della prima sezione. È innanzitutto la perdita a causare sofferenza, vale a dire l’atto, spesso lacerante, di staccarsi da qualcosa che è radicato in noi, che ci dà conforto e al tempo stesso ci ingabbia in ciò che riconosciamo non appartenerci. È scontato che ogni cambiamento – non solo quello che riguarda l’identità di genere – comporti la rinuncia a qualcosa per andare incontro ad altro.

Per raccontare il proprio radicale mutamento, Giovanna Vivinetto opta per l’understatement suggerito dall’aggettivo minimo del titolo, privilegiando i toni sommessi di una confessione pronunciata con voce ferma e calma. Più che strappi o lacerazioni, a emergere è un paziente lavoro di scavo dentro di sé, un cammino insidiato da dubbi e paure, che procede con incertezza, per accelerazioni e rallentamenti, come se prendesse le misure del suo stesso compiersi. Ciò che interessa all’autrice è fare luce nella complessità, a tratti nella contraddittorietà del proprio percorso, senza omettere di individuarne il punto di partenza in quello che esplicitamente viene chiamato trauma o malattia, ovvero la condizione disforica da sanare. Un percorso tutt’altro che lineare, in cui gli unici appigli sembrano essere i dettagli cronologici riferiti alla sua età, che scandiscono una personale evoluzione a partire dall’infanzia che sembra conoscere solo certezze fino alla crisi che si profila con l’adolescenza e la maturità. Un percorso che richiede cura e disponibilità ad ascoltarsi, che torna su sé stesso attraverso la ripetizione di parole-chiave, che se da un lato rafforzano l’omogeneità dell’opera dall’altro riflettono la necessità di fissare nuovi punti fermi, che vadano a compensare quelli perduti nella transizione. Su tutti, la parola madre, che assume una molteplice valenza: una madre celata in sé che da sé si dà alla luce; una madre mitica, una sorta di grande dea che guida la donna nascosta fino a farla emergere; e infine, la madre che affronta a sua volta un percorso di accettazione della nuova figlia. Figlia è un altro termine ricorrente, che definisce l’io narrante in relazione ai suoi genitori ma anche a sé come madre della giovane donna che a poco a poco prende spazio, reclama attenzione e un nome. La nominazione è in effetti un altro leit motiv del libro: è il nuovo nome che porta a compimento la transizione, che le dà un riconoscimento come si chiarisce nella poesia rivolta al papà-giudice. Un nome contrapposto ad altri nomi ingannevoli, che rispecchiano non ciò che siamo ma il modo in cui gli altri ci vedono o ci vogliono.

Un altro tema onnipresente nel libro è la natura, rappresentata soprattutto dal bosco, luogo fiabesco per eccellenza in cui perdersi e ritrovarsi, dove gli alberi simboleggiano il radicamento e l’idea di crescita, mentre le foglie sono per contro emblematiche della labilità dell’esistenza. Il cammino di Giovanna avviene simbolicamente in questo contesto naturale perché naturale è il suo essere donna e naturale la transizione liberamente scelta.

Altra parola-chiave cruciale è inevitabilmente il corpo, che non allude, non travisa, c’è e si espone, materializza. E che si impone soprattutto attraverso i dettagli del ventre, luogo della nuova nascita, e nelle mani, che incarnano il gesto di plasmare il nuovo sé e di toccarlo per riconoscerlo. Certo, si tratta di temi e simboli arcinoti in poesia, ma che qui costituiscono imprescindibili punti di riferimento per orientarsi in una complessità a cui i versi rendono pienamente giustizia: lo stesso io oggi tanto vituperato qui cortocircuita con il lei della madre-figlia, con un tu che scivola dall’interrogazione rivolta a sé alla chiamata in causa di altri interlocutori non sempre ben definiti.

Rispondendo alla volontà di non tralasciare niente del processo di transizione, il libro contiene scarni riferimenti all’operazione e alle terapie che seguono (si parla di ferro e di una pillola come una caramella) e indugia talvolta sul cambiamento fisico, i minuscoli seni e i piccoli sessi atrofizzati che è come se riportassero ai suoi dieci anni il corpo ventenne, mentre risultano particolarmente riuscite le poche poesie che affrontano il tema della sessualità.

Assai più a fondo viene esplorata l’evoluzione interiore, in tutte le sue sfaccettature, scegliendo appositamente parole semplici che portino chiarezza in ciò che è difficile da comprendere e ancor più difficile da raccontare. Una difficoltà di comprensione che non interessa soltanto chi vive la transizione in prima persona ma anche chi, in un certo senso, subisce questa scelta: la famiglia prima di tutto, e il più vasto ambito del paese di Giovanna, nonché della società in generale.

In linea con il tono discreto scelto per l’intera raccolta, l’autrice lascia affiorare lo stigma che colpisce ancora la transessualità disseminando frasi fatte che poi trovano nei versi la propria negazione, ma il suo sguardo verso le debolezze e i preconcetti altrui non si carica mai di rabbia o disprezzo: piuttosto li affronta con indulgenza e comprensione.

Un’ulteriore critica spesso mossa a quest’opera riguarda l’uso di stilemi cristallizzati della lirica novecentesca, la rinuncia a spiccare il volo in direzione della complessità linguistica, dell’innovazione formale. In definitiva, della contemporaneità. Ma, al di là di qualche innegabile ingenuità, occorre tener presente che l’obiettivo del libro non era per una volta esplorare le potenzialità della lingua ma problematizzare un’esperienza a cui molti ancora guardano con superficialità. Per presentarla non solo come proprio vissuto ma rivestendola di un’aura universale, simbolica, mitica, sottolineata peraltro dal ricorso al passato remoto e dal richiamo a Tiresia, l’indovino che nel mito greco fu trasformato da uomo a donna e che in tempi remotissimi ebbe il dono della transizione. (Francesca Del Moro)