Premio Bologna in Lettere 2019 – Alessia Bettin- Nota critica di Noemi Nagy

Le note critiche agli autori che hanno ricevuto il Premio speciale del Presidente delle giurie alla V edizione del Premio Bologna in Lettere: Alessia Bettin

 

 

 

Amuleti elettromagnetici

 

 

La ricerca di un contatto: è forse individuabile in questo uno dei nuclei centrali di Amuleti elettromagnetici, nel tentativo di instaurare un’interazione (elettromagnetica) con l’Altro. E la tematizzazione di quest’ultimo come società contemporanea assume nella raccolta di Alessia Bettin il valore di una sineddoche in rapporto all’universo più ampio, fisico e mentale, nel quale il soggetto vive immerso e con il quale, necessariamente, tenta di instaurare dei rapporti il più comprensibili possibile al suo raziocinio. Come pure non importa molto se la riuscita di questo tentativo sia ben lungi dall’essere compiuta, il punto focale di quest’opera sta di fatto altrove: sta nel tentativo stesso, nella tensione, nello slancio della voce; e poi nella precaria, forse illusoria, sensazione di equilibrio che accompagna la sua eco.

Amuleti elettromagnetici mi sembra infatti nascere da una profonda intenzione vocativa, da una forte spinta al dialogo: continuo il rivolgersi a un tu, continua la ricerca di un interlocutore. E questo nonostante, e in conseguenza del fatto che, la raccolta si apra all’insegna della solitudine e si chiuda su una stanza vuota.

Vi deve essere infatti un isolamento di fondo, una distanza, tra l’io e il suo interlocutore, che stia alla base di questa tensione. E vi è: ci sono «ologrammi distorti / intermittenze / voci che non si ascoltano / mani che non si toccano»; ed è lungo questa distanza che la poesia della Bettin tenta di farsi ponte comunicativo, crescendo in territori inospitali, come un’erbaccia, come «erba matta»:

 

Avrei voluto scrivere

cose imponenti cose potenti

stratificate

con rami radici armature fondamenta intricate cavi geniali

invece sono solo cespugli di erba matta

gramigna frasale fiori selvatici

denti di leone sul ciglio

della strada provinciale.

 

Una provinciale solitudine che è per questa poesia «miniera», spazio adatto a una voce che  «celebra / la pienezza del niente / il bianco ricolmo del vuoto che resta», che per farsi «linea di sutura» deve intrinsecamente ricercare le proprie motivazioni in uno spazio mediano, interno a una dialettica, «dove finiva la festa / e iniziava il viale di pioppi.» In un luogo di confine tra due elementi a contatto ma tra i quali persiste una distanza incolmabile, una diversità essenziale che impedisce un’autentica comunicazione.

Continua dunque, sottotraccia, la presenza di elementi tra loro contrastanti, impermeabili. Smalto bianco sui mobili; acqua rabbiosa che insudicia i laghi; alcol versato sul terreno; il colore sui muri che copre il ricordo della morte. A uno scenario in cui «grigio l’amaro / dello spazio antropizzato / l’insediamento produttivo // si fa tangenziale autostrada zona industriale» si sovrappongono e intrecciano mondi inversi, surreali, onirici, carnevaleschi, che, seppur sempre più ingombranti e infestanti, vi restano estranei.

E la poesia stessa, in questo universo contrastato e nelle sue stratificazioni a sé stesso estraneo, assume in qualche modo le sembianze e la funzione di una pianta selvatica, che vi cresce come l’erba matta nelle crepe dell’asfalto delle periferie e «sugli strapiombi dietro le grondaie / dove nessuno pianterebbe mai un seme»; che vi cresce spontaneamente ma che in chi la guarda suscita la sensazione di qualcosa che ha origini altrove; di qualcosa che non appartiene a questo luogo inospitale – in cui pur resiste, perenne –, ma a un mondo altro, del quale solo può offrire una fugace intuizione. Resiliente nella voce poetica della Bettin è infatti la tensione verso questo altro: «oggi sono qui ma vorrei essere altrove / in un posto desolato e magico»; verso altro rispetto allo «spazio antropizzato», industriale e degradato, in cui siamo «naufraghi, api a novembre, dei terremotati»:

 

[…]

mi spiace

ma io soccombo al paesaggio smarrito

non mi corrispondono

davanti al bar tre palme fuori contesto

l’estetica aziendale

la ciminiera del cementificio

 

qui ogni giorno

ho l’anima sporca

come le aiuole della zona industriale

[…]

 

La distanza rispetto l’altro si esteriorizza anche in una «coppia scinta da una nuova bugia / connessa solo dai modem»; nello sguardo di un occhio di vetro; nel lasciarsi a Taranto; nella morte di un fratello; nel rapporto stesso tra l’io e la propria voce, che si libera e si eleva più in alto o, meglio, più in profondità, per poi tornare indietro come corpo esterno, come un’eco: «io voglio cose che abbiano una forma una consistenza / un nome un peso / cose vere che vadano in profondità come piombini nel mare / e mi entrino nel sangue».

È una poesia, quella di Amuleti elettromagnetici, che, mediante questa tensione, attua una cosciente e offensiva invasione di campo: una sorta di sabotaggio del «brutto industriale».

 

[…]

armata di sassi veleno

amuleti

elettromagnetici

smagnetizzo i badge

faccio brillare le schiscette

scappo

dai denti legno

fiato del bitume

[…]

 

Un sabotaggio che si muove su una «linea sottile / tra deriderti e desiderarti. / Come un errore di ortografia / un gioco / una bugia». Invasione di campo che però non si limita alla pura miscelazione e mescidazione di sostanze essenzialmente differenti, ma che è volta alla ricerca di una loro sintesi, di una sublimazione ulteriore alla spaccatura di fondo, del raggiungimento di quella condizione di serenità ed equilibrio di cui parla Mario Rigoni Stern in Uomini, boschi e api: «Mai come oggi l’uomo che vive in Paesi industrializzati sente la mancanza di «natura» e la necessità di luoghi: montagne, pianure, fiumi, laghi, mari dove ritrovare serenità ed equilibrio».

Equilibrio e sublimazione che non si ricercano, come detto, elevandosi verso l’ideale, ma scendendo in profondità, immergendosi all’interno della spaccatura per attraversarla, oltre le «suggestioni di superficie» («mi spiace / ma io cerco / senza tregua cerco / un evento una chiave uno sgomento»), oltre il «quieto vivere»: nell’inversione degli eventi, negli allontanamenti, nel lutto, o nella maternità, nell’«estrazione di discendenza». Anche il dialogo con un tu-figlio risulta qui atto metapoetico: «Lacerarti / è imperativo biologico».

E con un flusso continuo – sostanzialmente privo di punteggiatura tradizionale, nel quale è spesso annullata anche la distanza che intercorre tra testo poetico e titolo, e quest’ultimo è parte integrante, per senso e sintassi, del testo –, questa poesia letteralmente riempie la «distanza che rassicura dai cattivi pensieri» e ricerca così, attraversando lo squarcio, una sintesi profonda.

«Il dolore è una sedia traballante», uno stato di ciclotimia, di instabilità: e se la lacerazione è inevitabile, intrinseca, fattore costituente del rapporto dell’uomo con il mondo e con sé stesso, l’operazione poetica può farsi almeno voce chiamante. Anche se forse soltanto eco, anche se solo per un precario momento; ma in fondo «Non importa / se è rotto / l’importante / è che stia in equilibrio».

 

[…]

e resta una manciata di secondi, gli ultimi

quelli in cui ci baciamo per l’ultima volta

prima che uno dei due se ne vada

e ritorniamo di nuovo distinti

come olio nell’acqua.

 

 

(Noemi Nagy)