Sola nelle sue stanze, Emily celebra il presente e la solitudine. Attraversa i primi momenti del mattino, dal risveglio in poi, fissandosi progressivamente sugli oggetti e sulle attività: la camera da letto, la sala da bagno, la sala da pranzo, il laboratorio, il corridoio, la soffitta. È, in ogni momento, tutta nel suo presente, tutta nel suo rapporto con le cose, con la voce, con i propri gesti, con i propri suoni. La sua attenzione è tutta intima, interiore, intenta a sentirsi. La accompagna la parola, quella della poesia.
Non è chiaro e non importa se questa Emily si chiami Dickinson o De Marchi. Potrebbe anche chiamarsi Plath, se è per questo, perché il gesto autoriflessivo è dello stesso genere. Se non per l’insistenza sulle ripetizioni, sulle ricapitolazioni.
Ci sono parole, in questi testi, che tornano e tornano, a volte come temi cui si approda e poi li si rilancia, a volte come ossessioni, refrain. L’effetto è in molti luoghi quello della litania, del sermone da biascicare catturati più dal suono che dal senso, e pure il senso c’è, e via via si impone. Qua e là la litania sembra persino un responsorio, con la clausola da ripetere collettivamente dopo ogni frase del celebrante – e anche queste frasi hanno andamenti comuni.
Che cosa c’è da celebrare qui? C’è un’esiziale malinconia contemplativa, poco interrotta da episodi in cui compare l’altro, quasi fosse, questo altro, a sua volta una cosa, una di queste cose contemplate e amate, nell’inevitabile ossessività dei gesti del quotidiano, di ciò che è normalmente irrilevante, e qui, invece, viene focalizzato, nominato.
Le stanze di Emily è una sorta di liturgia del quotidiano, dell’irrilevante che esce dal proprio fondo di insipienza per prendere senso, per essere vita, parola, poesia. La solitudine è la condizione necessaria perché questo possa accadere, perché le cose più banali acquistino forma, perché trovino parola. Le parole si ripetono come si ripete in quei momenti la vita, incapace di uscire dal guscio che la contiene, ma anche senza affatto volerlo fare. Scrivendo se stessa scrivente, guardando se stessa guardante, patendo se stessa patente, questa Emily ci viene incontro, parla di noi, ci chiama.
(Daniele Barbieri)
Da Innati movimenti narrativi:
I.
m’impegno
a liberarmi di tutti i detriti.
a non pensare all’esistenza delle scorie
a concepire un’esistenza pulita
ad ammettere la possibilità della rinascita
a sentirmi una persona che ama la vita
a portare nel mondo profumo di salvia e di menta
a sentirmi “degna” e non “accettata”
a creare il mio lato migliore
a dirmi pronta a quello che accade
ad amare la natura delle cose
ad amare la natura
ad amare ogni natura
ad amare la mia natura
II.
preferisco
non vedermi.
preferisco inventarmi
preferisco sentire l’acqua che scorre sul lavandino
preferisco pensarmi un fluido
preferisco sentirmi una cosa senza ritorno
preferisco la vita alle immagini
preferisco sputarmi sul lavandino
preferisco un gesto a un riflesso
preferisco lavare anche il lavandino
preferisco sentirmi “voluta” e non “ben voluta”
preferisco credere nell’evoluzione
preferisco non tradirmi
preferisco tradurmi
(Lella De Marchi, Le stanze di Emily, Anterem Edizioni, 2024)
Lella De Marchi (Pesaro, 1970). Poeta. Artista. Performer. Identità. Questione di genere. Femminismo. Trasfemminismo. Diritti Lgbtq. Tra le opere: La spugna (Raffaelli editore, 2010), finalista al Premio Pascoli, Stati di amnesia (Lietocolle, 2013), segnalato al Premio Montano, Paesaggio con ossa (Arcipelago Itaca, 2017), finalista al Premio Pagliarani, Premio Bologna in Lettere, Premio Montano, Ipotesi per una bambina cyborg (Transeuropa, 2020), vincitore del Premio Inedito Colline di Torino, finalista al Premio Bologna in Lettere, finalista al Premio Montano. Molti suoi testi, editi e inediti, sono stati premiati a concorsi, appaiono su blog, riviste online e cartacee e sono stati tradotti in spagnolo, catalano, inglese, francese, rumeno, arabo. Molte le antologie di poesia che contengono suoi testi. Come autrice e performer partecipa a reading e performance poetico-musicali. Attiva tra l’Italia e la Spagna, collabora con musicisti, artisti, autori di teatro. È la voce e i testi del Collettivo Onoranze De Marchi Madau (creato insieme alla musicista, compositrice e performer Adele Madau), che realizza performance, inclusive e interattive, che uniscono poesia, musica, installazioni artistiche e teatro del gesto. E’ diplomata al Cet di Mogol come autrice di testi per canzone. Suoi testi per canzone hanno ottenuto riconoscimenti al Premio Lunezia.

