Nota di Sonia Caporossi su “Eredità ed Estinzione” di Giovanna Frene

Nel suo ultimo libro Eredità ed Estinzione (Donzelli, 2024), Giovanna Frene propone una poesia civile radicalmente rinnovata, che si configura come una riflessione ontologica e filosofica intorno al nostro rapporto con la Storia. Fin dalle prime pagine, l’opera si impone con una forza perentoria e dirimente che fonde contenuto e forma in un sinolo inscindibile, dove l’afflato cosmico e la tensione concettuale si intrecciano in una struttura poetica sperimentale e densamente evocativa. In questo senso, la poetessa affronta la crisi della società contemporanea attraverso un affresco fenomenologico che denuncia le pieghe e le piaghe della realtà, mostrando come l’uomo abbia smarrito la consapevolezza di essere prodotto storico, immerso in un presente che dimentica le proprie radici.
La poesia di Frene si distingue all’interno del panorama ultracontemporaneo per la sua capacità di coniugare rigore teorico e cesello formale, superando la tradizionale subordinazione della forma al contenuto tipica della poesia d’impegno. I suoi versi, neobarocchi e metaconcettuali, si spingono oltre i limiti della pagina e del dicibile, generando una coralità umana che sostituisce l’io lirico con una voce collettiva e impersonale. La struttura circolare del libro, dialetticamente significante, attraversa momenti emblematici della Storia universale: dalla battaglia di Adrianopoli alla caduta dell’impero asburgico, dalle guerre mondiali ai massacri nei Balcani, fino a episodi privati come il suicidio dell’Arciduca Rodolfo, tale che gli eventi, essendo prodromicamente posti a monito delle vicende storiche odierne, vengono elevati a exempla della civiltà europea, delineando la sintesi di tutti i fermenti e le devastazioni, della crisi e del collasso civile e culturale dell’Occidente di cui siamo tutti inconsapevolmente portavoce e testimoni.
Come ho io stessa scritto altrove, il pessimismo che permea l’opera non è tuttavia di natura esistenziale; si tratta, piuttosto, di un pessimismo cosmico e razionalista: ogni evento storico è interpretato come manifestazione del bene e del male, senza mai trascenderli. La poesia diventa così strumento di ricerca e testimonianza della condition humaine, in un viaggio che va dal mito di Caino alle guerre contemporanee, passando per la crisi del mondo moderno, specchio di una dimensione sovrastorica e sovratopica. In questo contesto, le figure del padre e della madre emergono come affezioni dell’anima, richiamando la sizigia originaria dell’Eredità, che si compie nell’Estinzione, della stirpe e insieme della specie.
Il libro raggiunge l’acme della figurazione simbolica con un’immagine potentissima: le larve della Storia, cristallizzate in una teca museale a Dresda, città dilaniata dalla guerra, trasformate in opera d’arte. Così, Frene ci consegna una poesia che non solo contempla e giudica, ma soprattutto ricorda, raccoglie, conserva; una poesia che si fa archivio vivente della memoria collettiva e genealogica disillusa e illuminante dell’umanità.
(Sonia Caporossi)

Sestina di Crimea

tutto ciò che si sapeva
rimarrà come eredità

…come spesso gli uomini singolarmente intelligenti, aveva un numero limitato di idee,
un numero limitato di supposizioni, per ogni singolo soldato steso a terra:
rifare il campo di battaglia, se non si può proprio tutta la guerra, girare
al largo da queste vere carogne repellenti, ricreare da vicino se non il morbo
del vero, il vaccino del veritiero: fare la carogna per intero, in sostanza,
dare la notizia non della mattanza, ma della «bellavista»:
vedi che il braccio non sia fuori retta con la testa rotta, assesta
il colpo definitivo al cavallo centrale, centra la vera carne
malata, prima che infetta: una degenerazione veramente battagliera
di una schiera di inermi frantumati, a sfondo perduto, una quinta di fondamento
per una storia fotografica del genere umano davvero alla mano:
quella che ho raccolto ora, sanguinante, dal bordo della scena

§

X. Diplopia Monte Pertica

questi cumuli di morti, tutt’ora morti, tutt’ora qui
trincee estinte sul nascere, spalmati nella perpetua ripetizione della fotografia,
questi ammassi ostacolano ogni nuovo possibile cammino, portano
apparentemente lontano ogni sguardo,
sprofondano a ogni passo verso la personale dissoluzione
del vedere, fino all’impossibilità di distinguere qualcosa nella palta puzzolente
del proprio andare, non si va oltre, sempre fermi, sempre qui
queste centinaia di cadaveri tutt’ora cadaveri, tutt’ora qui,
avvisano che la risalita è apparante, spalancano la bocca all’attenzione
della fine del tragitto, la camionabile è un lotto solo per i prigionieri,
lotta chi non è pentito della vita, chi può ancora apparentemente risalire
la china mettendo i piedi in sequenza senza la totalità della visione,
chi per bocca della fortuna ha tirato la linguetta della bomba
a mano nel giusto della forza nemica, sempre nemica, sempre qui
questa unica grande Immagine che ora è una, che ora è qui,
è la sola via che ogni percorrenza può portare, come uscita
dalla veduta che aveva reso niente la vita una volta e per tutte:
balzati in piedi, partiamo di corsa, ma dal cucuzzolo
delle mitragliatrici c’investono di raffiche
che fanno paurosi vuoti negli assalitori,
obbligandoci a ripararci nelle buche e negli anfratti del terreno […].
Il sole è tiepido, e ne approfitto per una fumatina.
Il vento ci porta, ogni tanto, un lieve lezzo di cadavere; nessuno
si cura di portare via i morti […]. Sono morti come tanti altri,
di cui non so il nome, né ho mai visto il viso, che giacciono intorno a noi,
masse informi di carne, ma non provo né pena, né compassione,
la morte quassù non ha importanza […].
Il Pertica è definitivamente nelle nostre mani.
(Giovanna Frene, Eredità ed Estinzione, Donzelli, 2024)

Giovanna Frene è nata ad Asolo nel dicembre 1968 e attualmente vive a Pieve del Grappa (TV). Poeta e studiosa, è stata scoperta da Andrea Zanzotto. Si è laureata in Lettere all’Università di Padova e poi addottorata ivi in Storia della Lingua con P.V. Mengaldo. Tra i suoi libri di poesia: Spostamento (Lietocolle, 2000); Datità (Manni, 2001), con postfazione di A. Zanzotto (riedito nel 2018 da Arcipelago Itaca); Sara Laughs (D’If, 2007); Il noto, il nuovo (Transeuropa, 2011); Tecnica di sopravvivenza per l’Occidente che affonda (Arcipelago Itaca, 2015); Eredità ed Estinzione (Donzelli, 2024). È inclusa in varie antologie italiane e straniere, tra cui Grand Tour. Reisen durch die junge Lyrik Europas (a cura di Jan Wagner e Federico Italiano, Hanser 2019); Nuovi Poeti italiani 6 (Einaudi 2012); Poeti degli Anni Zero (Ponte Sisto 2011). Collabora come critica a diverse riviste cartacee e online.


La foto di Giovanna Frene è di Dino Ignani.