Premio Bologna in Lettere 2019 – Alessandra Corbetta – Nota critica di Francesca Del Moro

Le note critiche agli autori che hanno ricevuto il Premio speciale del Presidente delle giurie alla V edizione del Premio Bologna in Lettere: Alessandra Corbetta

 

 

 

Il Corpo della gioventù che dà il titolo al libro di Alessandra Corbetta non è, come ci si potrebbe aspettare, lo spunto per una gioiosa celebrazione di pienezza, un’esaltazione dei sensi che in certi anni della vita sono particolarmente accesi. Non è nemmeno propriamente il corpo, tema particolarmente caro alla poesia contemporanea, a imporsi qui nella sua concretezza. Quasi mai colto nella sua fisicità, è piuttosto sottilmente evocato come delimitazione di sé rispetto al mondo esterno, come luogo di residenza o di attraversamento, che entra in relazione con altri spazi, principalmente quelli cittadini, e altri corpi. È la cartina di tornasole del tempo che passa, dell’impossibilità di trattenere gli anni, come lo definisce la stessa autrice in un’intervista. Tutto questo ci riporta al topos letterario della caducità, della vanitas (e la parola caduco compare effettivamente nella raccolta) richiamando opere celebri che all’invito alla gioia fanno seguire un monito sul passare del tempo, e in particolare la “Canzona di Bacco” di Lorenzo de’ Medici. La giovinezza trattata in questo volume è un tempo sfuggente ma un indizio cronologico si può ritrovare nelle epigrafi poste all’inizio della prima e dell’ultima sezione, entrambe recanti un’indicazione di età. La prima sezione, “Fessure”, è introdotta dalla citazione da Pier Vittorio Tondelli “Aveva vent’anni e aveva bisogno di storie” mentre l’ultima, “Esplosione”, si apre con i versi di Umberto Fiori “Così cadevo io / verso i trent’anni / dalle nuvole / in mezzo alla gente vera”. Nell’arco di questo decennio così individuato, si fa strada la consapevolezza di vivere una fase di passaggio – e di perdita come si dice espressamente – che provoca smania e un senso di spaesamento. Il tema del passaggio è il fil rouge che al libro dona uniformità e una forte impronta cinematografica, nel senso etimologico della parola, che ci riporta al movimento. La successione delle poesie è percepibile come la serie di sequenze di un film senza dubbio a colori vista l’insistenza sui dettagli cromatici e la loro posizione spesso di rilievo. L’idea di un transito che è anche un divenire è già evidente nei titoli delle prime due sezioni, “Fessure” e “Attraversamenti” e nei versi ricorre spesso l’atto di camminare, di andare o di correre, di balzare, di scavalcare. Il titolo della prima poesia, “A passeggio”, viene ripreso dai successivi e molteplici riferimenti ai passi e il termine passaggio compare espressamente in un distico cruciale che potrebbe dare un titolo alternativo, meno ingannevole, all’intera raccolta: “il dolore atroce /del mio passaggio di gioventù”. Lo stesso termine ritorna in tre poesie tra loro vicine: in “Pellicano” (“Averti è questo posto di passaggio”), “Quarto chakra” (“Al quarto chakra un passaggio / intenso di plenilunio”) e infine in “Spose” in cui viene menzionato un “Rito di passaggio”. I primi due componimenti sono collocati uno di seguito all’altro mentre a separarli dal terzo interviene la poesia “Sono deserta” che si pone in antitesi con l’idea dell’attraversamento: “Sono deserta / in questo posto che non mi attraversa”.

In uno scenario stilizzato evocato da pochi dettagli si impongono gli spazi che accolgono un percorso (l’interscambio, le gallerie, le strade, il tunnel, la fermata) e vengono spesso chiamati in causa i mezzi pubblici (i treni con le loro carrozze; la scia del tram / preso senza biglietto; il vagone paragonato al letto). Viene da pensare a un contesto urbano, anche se l’unica città espressamente nominata è Manhattan, una sorta di oltremondo popolato da fantasmi che, forse per il tramite della Statua della Libertà non menzionata, offre lo spunto per un paragone tra l’amato e Robespierre e per la metafora della ghigliottina. Si potrebbe dunque dire che il corpo della gioventù si definisca attraverso il suo movimento che è insieme concreto e figurato: attraversa e abita spazi fisici (le strade, le case), condizioni (il rito di passaggio del matrimonio, che è un varcare la soglia come da tradizione sulle gambe di un altro) e il tempo (il passare degli anni) ed è a sua volta abitato, attraversato, come ci dice la poesia dedicata al quarto chakra, quello del cuore. Spesso il movimento si arresta in interessanti fermo immagine: la sospensione della moneta lanciata in aria prima di cadere nel cappello del mendicante (che richiama un principio di casualità), la moto di Marta colta dolorosamente nel suo precipitare, i “lampioni che sospendono la corsa alle lucciole” all’ultima fermata, la sospensione tra l’onda e la sua schiuma (che fa pensare all’opera più celebre di Hiroshige), le braccia tese sul niente al tempo dell’esposizione dalla rupe e poi la tensione / allungamento: il lungo passo di Donata, che ha lasciato le scarpe inchiodate ai gradoni dell’Arena, “lo sguardo che si ferma e allunga sé stesso oltre la longitudine alla bellezza” e il corpo lungo del girasole che rappresenta il balzo verso il cambiamento. Questi momenti di sospensione racchiudono in sé la breve illusione di poter trattenere il tempo, cogliere e fermare l’attimo, riprendendo il topos del carpe diem. La metafora del fiore torna in riferimento alla necessità di trovare un equilibrio (gareggiavo con ogni corolla / nell’impossibilità dello stelo) e lo stelo a sua volta diventa secco nel bouquet della sposa al momento del rito di passaggio. Un’immagine ad esso equivalente è la gamba sola del fenicottero, unica garanzia del suo esile sostenersi. In questo attraversamento, per mantenersi in equilibrio e individuare una direzione, si va in cerca di punti di riferimento, che cominciano a sfumare in questi anni caratterizzati da una propensione alla ribellione, dalla volontà di mettere in discussione i punti fermi dati generalmente per assodati. A questo fanno pensare versi quali “la bugia di avervi creduto”; “i vostri credo piante d’ornamento” e la ripresa del magrittiano “Ceci n’est pas une pipe!” a ricordarci che non dobbiamo credere in maniera acritica a ciò che è sotto i nostri occhi. Interessante a questo proposito è la presa di distanza dal dovere dell’unicità, respinta espressamente nei versi “La rincorsa all’unicità / sfinisce” che sembrano apparentare questo presunto valore ad altri obiettivi (la corsa all’oro, per esempio, e quindi il denaro oppure la carriera lavorativa, la fama). E nella poesia “ombrelli” si legge “Anche gli occhi si riconducono all’espressione / generica del guardare una donna” e “in fondo / è sempre uguale / la pioggia”, parole che negano la singolarità di ogni esperienza, compresa quella amorosa. In “Matrioska” viene inoltre demistificato un altro obiettivo, quello del successo, attraverso l’elencazione martellante “il gradino più alto dell’altare, / il numero uno della classifica, / il superlativo che non compara, / un voto che superi +8, / un baratro senza inferno”. Curiosamente la perdita di punti fermi in cui credere ci riporta indietro alla metafora fiabesca e infantile dei sassi, che servirono a Hansel e Gretel per orientarsi nel bosco. Li incontriamo già nei primi versi dedicati a Donata che cammina “in bilico tra sasso e poesia”, laddove in questa contrapposizione la poesia potrebbe essere ciò che ci sospinge verso le nuvole, nel senso della citazione di Umberto Fiori. I sassi fungono da guida e appiglio: “I sassi calpestati dai treni / non perdono il segnale” mentre nella poesia “Al canto del gallo” si legge: “Io riacciuffavo i sassi di altri per non perdermi” in cui appare evidente il richiamo alla fiaba resa nota dai fratelli Grimm. La fiaba è in effetti un altro leit motiv del libro: la favola popolare Fantaghirò ripresa da Italo Calvino tra le Fiabe italiane e divenuta famosa grazie a una serie televisiva all’inizio degli anni Novanta è un altro rimando a un mondo bambino che non si vuole lasciare andare. “C’è una bambina a scavalcare il suo tempo / in pochi passi di rinuncia alla fiaba” si legge nella poesia “Spose”, dove il matrimonio è visto come un baratto, “un giuramento truccato”, dunque un altro obiettivo ingannevole sottratto alla giovinezza. Al mondo dell’infanzia si tornerà, con una punta di rimpianto, con l’esplosione alla fine del libro – big bang che prelude a una rinascita, o semplicemente palloncino che scoppia gonfiato troppo da guance di bimba. Una bimba che “stava bene dentro l’alfabeto” e a cui neppure la Zeta, ovvero la fine, faceva paura. Una fine che ancora una volta si rinsalda a un “inizio”, quello della precoce origine della passione per la scrittura, rifugio e salvezza contro lo scorrere del tempo e il timore della morte. In fondo la gioventù è proprio un transito tra due addii, il futuro addio a sé stessa e l’altro, passato, all’infanzia. Nella già citata poesia “Sono deserta” i due addii si fondono nella strofa conclusiva “Un tuffo in piscina e dicevi / quanto ero vecchia / a non voler crescere / a volere restare bambina” portando l’infanzia e la vecchiaia a coincidere come, eliotianamente, inizio e fine. È nel momento in cui si nasce che si comincia a morire, come sottolinea la poesia intitolata “Medusa” in cui “La Morte scoperchia ogni mattina la culla”. Qui e in altri luoghi si percepisce come sottotesto il verso dei Four Quartets di Eliot, “In my beginning is my end”. Nella poesia “Il pellicano” si legge infatti “lasciarsi per dare una fine / a me che non sono mai iniziata” mentre nella sezione “Attraverso” alla poesia “In-fine” fa seguito “Primo gennaio” che reca in sé la parola “I-ni-zio” ugualmente segmentata. In questo intreccio dialettico di inizio e fine che vengono a coincidere in una sorta di annullamento del tempo trova spazio l’idea di una rinascita, che potrebbe prefigurare una nuova fase della vita. “L’addio è solo una partita / che ricomincia” si legge nella poesia “Alla sala giochi” mentre l’alba della poesia omonima si incentra su una risurrezione che attende gli amanti fuori dalla finestra. Un futuro radioso sembra baluginare nella promessa che “da grandi si sarà maestri della grandine”. In queste poesie di Alessandra Corbetta, che trovano il loro punto di forza nell’asciuttezza dello stile, nella pregnanza di ciascuna parola, scelta con cura in modo da produrre accostamenti originali ed evocativi, sembra predominare il disincanto, lo sguardo acuminato e disvelatore puntato su di sé e sugli inganni della vita e della bellezza (una colpa, che nessuna verità scagiona). Si percepisce un rigoroso controllo formale che mira alla tenuta della raccolta attraverso la ricorsività già messa in luce di parole chiave e temi, nonché di echi e rimandi che spesso si rincorrono tra una poesia e la successiva. Non mancano momenti di particolare asprezza, a volte si incontrano scene e metafore violente, ma questi versi sono tutt’altro che freddi. Vi trova difatti ampio spazio l’amore, che si impone attraverso un costante dialogo con un tu a contatto con il quale il tempo sembra rallentare, in un’intensificazione della percezione condivisa (“occorre la pazienza della lievitazione lenta”). Ma una tensione amorosa verso gli altri è percepibile anche nella nominazione, a cominciare dalla dedica del libro a Chiara, fino agli omaggi ai poeti di riferimento nelle epigrafi. L’insistenza sul nome è, insieme al tema del corpo, uno dei topoi della poesia del nuovo millennio, in cui si tende tuttavia a insistere su un nome senza nome, un contenitore astratto più orientato all’atto di nominare che all’individuo che un certo nome porta. In questo libro, per contro, i nomi propri si susseguono a individualizzare in chiave affettiva coloro che condividono un percorso frammentato con l’io narrante, sono nomi oltre i quali è lecito immaginare una persona importante, verso la quale si tende con amore e attenzione. Tutto ciò conferma una volontà di comunicazione che porta la poeta a uscire da sé stessa per essere “prato, e non tremore di filo d’erba” come recita un verso a lei caro di Umberto Fiori, non a caso esergo della sua precedente raccolta, che si intitola proprio Essere gli altri. (Francesca Del Moro)