Premio Bologna in Lettere 2023 – Marco Carretta – Nota critica di Francesca Del Moro

Premio Bologna in Lettere 2023

Sezione C (Poesie singole inedite)

Nota critica su Marco Carretta, Senza titolo

 

La mini silloge di Marco Carretta, presentata al premio Bologna in Lettere, presenta una continuità stilistica con il felice libro di esordio, Per far vivere altro cadiamo, già vincitore del premio Lo Spazio Letterario e pubblicato quest’anno da Industria e Letteratura. Nelle tre poesie inedite, l’autore porta avanti un lavoro sulla lingua che punta all’essenzialità e, come nel libro incentrato sulle dinamiche della fabbrica e le morti sul lavoro, procede giustapponendo scene vivide e attente ai minimi dettagli.

Nel primo componimento, la tragedia storica, collettiva, si salda al vissuto individuale con un’efficacia derivante dall’andirivieni tra l’interno in cui un ragazzo appare intento ai compiti delle vacanze e l’esterno della città aggredita dal crollo delle torri gemelle. Le spalle arrese dello studente si ingigantiscono nelle torri crollate, il boato si allarga dietro l’inutile ombelico. Tutto si ferma davanti alla devastazione di quella mattina settembrina, come se l’estate esplodesse di colpo nell’attimo dello schianto, e tutto perde importanza nella vicenda personale: l’innamoramento, i libri da leggere, i vicini, l’albero da tagliare. La città si muove in soccorso e l’individuo ha a sua volta i propri amici da sostenere.

Nella seconda poesia, l’io prende la parola rivolgendosi a un tu che viene chiamato per nome, il volontario di un festival, forse di musica o letteratura, indaffarato tra il lavoro e le amicizie in ambito artistico. Il più adulto osserva dall’alto di una consapevolezza calma, operosa, forse sconfitta, mentre l’altro, in giardino, è preso da sé stesso e dalle sue incertezze. È a un rispecchiamento tra due generazioni che si assiste in questi versi, non argomentato, né descritto, ma semplicemente colto attraverso l’accostamento di immagini e gesti nitidi, di inquadrature precise che lasciano a chi legge, e guarda, il compito di riempire i vuoti, fare i collegamenti, ed eventualmente sovrapporre e mettere in discussione il proprio vissuto.

La poesia conclusiva parte presumibilmente da un fatto di cronaca, e il “non” in anafora che si ripete per ben undici volte dopo l’esposizione asciutta del dato di fatto, piuttosto che negare la serie di eventi che possono stroncare all’improvviso l’infanzia, la afferma. I versi non specificano come sia morto quel bambino ed è possibile che l’autore abbia in mente un preciso accadimento lasciandolo però allusivo, sospeso a simboleggiare tutte le morti possibili, quelle che avvengono mentre la vita degli altri va avanti come se niente fosse, come quella del ricoverato che qui esce a fumare e vuole recuperare per farne una cassa la barca che non sa coprire il giovane corpo. Qui ci si ferma ed è dato immaginare per proprio conto la scena del ritrovamento, la tremenda scoperta. L’autore ci lascia al limitare della sua poesia come l’asta che arriva fino alla punta del molo.

In queste tre poesie, Marco Carretta dimostra la capacità di indagare i meccanismi umani individuali e collettivi, cogliendone le manifestazioni nei più piccoli gesti e pensieri, schizzati con minuziosa delicatezza, inquadrati con maestria cinematografica, in un montaggio di scene da cui si sprigiona, pur nell’asciuttezza e semplicità del dettato, un forte impatto emotivo, un invito a riflettere, a interrogarsi, su noi stessi e sul mondo che abitiamo e che contribuiamo a costruire giorno dopo giorno. (Francesca Del Moro)