Note critiche e appunti di lettura sui segnalati al Premio Bologna in Lettere 2019 – Sezione B

Premio Bologna in Lettere 2019

Sezione B – Raccolte di poesie inedite

 

 

 

 

Massimo Viganò  Il bianco negli occhi

 

Utilizza il foglio come un tavolo di lavoro per una complicata e densa speleologia del sé, Massimo Viganò con questa raccolta Il bianco negli occhi, che già dal titolo segnala la procedura che contrassegna il procedere del testo: una navigazione lessicale e tematica che circonda il concreto e il caratterizzante dell’umano; una stasi mobile in un meccanismo emozionale che unifica persona e personae, prima singolare e prima plurale, identità e alterità. È inoltre sensibile in tutto l’ampio ventaglio dei componimenti il senso liberatorio della mancata aderenza a una collocazione di canone o di qualsiasi ingombrante referenza: questo è determinante per il buon esito di un lavoro che palesemente non cerca consensi, ma ricerca sensi e consapevolezze.

Spaziando da immagini nitide e feroci a versificazioni lapidarie, si delinea un autore che ama e odia al contempo la sua stessa lingua: una lingua che non gli basta, che si fa stratificata e che assume dosi di altre lingue, una lingua che si fa vorticosamente e ossessivamente arcaica e contemporanea, che sfonda il Novecento e che torna indietro nei secoli.

La pagina, come si diceva sopra, non è esente da questo screening ultra e meta letterario – che appare formale ma che al contempo fa trasparire una profondissima umanità – ed è infatti una pagina-laboratorio, uno stracciafoglio sanguinetiano all’interno del quale Viganò strappa e ricuce sé stesso, il linguaggio, la voce. Il ritorno sistematico all’immaginario sacrificale e cristologico non è infatti puro inquadramento estetico di abusate suggestioni, ma metonimia diffusa punteggiata da pose caustiche e intelligentissime, per realizzare una poetica dove «è un continuo progredire ignari / (ignorati) e farsi traversar dal tempo come dal vento».

Una raccolta, dunque, che procede nel singhiozzo di parentesi e sbarramenti, tra disposizioni testuali e riferimenti inesausti, per ottenere non un pastiche istrionico, ma un grumo scomposto con lucidità e consapevolezza d’autore serio e capace.  (Andrea Donaera)

 

 

*

 

Ferdinando Distinto  Distanze a colmare

 

La cifra che contraddistingue maggiormente questa poesia mi pare sia il costante riferimento all’esterno da sé. Voglio dire che non sono testi che raccontano uno stato d’animo indipendente da ciò che accade vicino. Ci sono poesie in cui non sai bene dove ti trovi, dove le porte e le finestre sono chiuse e la solitudine è marchiata solo da se stessa. In questo caso mi pare che ogni momento dell’essere se stessi è come riconosciuto, come direbbe Ungaretti, da una fibra d’universo. “Non ho mai potuto /confinarti in un volto.” In questi versi di sconfinamento andiamo oltre l’analogia. Ed è questo il vero senso dell’analogia. La mancanza del secondo termine di paragone, dell’oggettività che anela, che annusa nel vento qualcosa che viene da altrove, completa questa raccolta, la rende vulnerabile alle epifanie indistinte, porosa. I gesti poi così meccanici non ruotano mai nel loro meccanismo generando il noto disincanto di tanta poesia, ma generando lo stupore, quel vecchio stupore che in tante aule scolastiche annoia i più giovani. Altrove questi due bei versi “hai lasciato il tuo nome ad asciugare/nel bianco dei miei occhi.” dove il nome che si asciuga possiede un tempo che la poesia conosce, il tempo che accade e non ha una durata misurabile con gli orologi umani.

Perché oggi non parli? È una delle tante domande e che, scritta in corsivo, mi fa venire in mente una poesia dell’Achmatova. Non so se sia quello il riferimento. La poesia dell’Achmatova si conclude mi pare con un verso che dice “non startene al vento”, verso doloroso, micidiale, impensabile. Non è necessario raccogliere il dolore dai testi altrui come fosse una mela matura. Occorre osservarne, quando presente, la pace.

Ma non è questa una poesia che si veste di dolore altrui come a carnevale. Siamo ancora nell’incanto dei gesti e dei volti, delle cose che ci stanno accanto e nella loro resistenza a non morirci fra le mani come coriandoli inutili. Che la parola quindi tenga in vita, prenda il fuoco che l’ha fatta nascere e resista dentro a questo verso: “la mia carne è tutta in questa voce.”

Il tutto nel frammento, non solo della realtà “è tutta in una lacrima.”, ma anche nel frammento che è una parola. Il tutto nel frammento e il frammento nel tutto non è una dichiarazione facile, soprattutto oggi dove si analizza il frammento nella sua solitudine di zattera in mezzo al mare. E non si sente gridare più nessuno.

(Francesca Serragnoli)

 

 

*

 

 

 

Paola Silvia Dolci  Bestiario mematorfosi

 

 

I materiali organizzati in questa raccolta di P.S. Dolci sono piuttosto inusuali rispetto alle sillogi, a centinaia, che capita di leggere per dovere, per diletto o per curiosità, pur afferendo a una scrittura piuttosto intima e a tratti confessionale.

Ciò che fa la differenza – affinché intimo non divenga intimista e confessionale non sia mero brute speech – è essenzialmente la progettualità che si intravede nell’ostensione in apparenza eterogenea di momenti e situazioni diverse attraversate dall’osservatore. La capacità di forgiare, fluidificare un discorso simbolico avvalendosi di appunti e scritture nati in autonomia – per quanto appartenenti allo stesso insieme  e alla medesima temperie che di volta in volta  si ripropagano – dimostra come l’autrice sia consapevole delle sue possibilità espressive e in parte dell’universo di promanazione individuale della materia. (“In parte” perché il poeta non conosce mai fino in fondo razionalmente le sequenze della propria scrittura)

Ciò a dimostrazione di come la poesia e la scrittura della contingenza emotiva siano totalmente da non prendere in considerazione, in quanto prive del bagaglio attivo del progetto che differenzia un autore dall’altro: visto che tutti provano “paura” o “fame” o sanno pronunciare “amore”, ma non tutti riescono a rideclinare queste parole o sensazioni.

A tale proposito devo mettere in evidenza due pecche che saltano agli occhi in questo lavoro già molto maturo e controllato, in parte contraddicendo quanto detto finora. L’apparato paratestuale dei disegni e della foto, pur essendo in linea con l’atmosfera quasi favolesca o da realismo magico che inanella tutte le sezioni, risulta piuttosto didascalico e se non nuoce ai testi, che sono di per sé evocativi e icastici, sicuramente non aggiunge nessuna ulteriore apertura. A meno che l’obiettivo non fosse proprio quello di mimare il libro di storie, in ogni caso le diverse tecniche di tratto (passando dal disegno infantile fino, si può dire, alla generative art) creano un discontinuità che non si risarcisce in un’unità di senso, come accade invece per la parte testuale. Stesso discorso lo applicherei alla parte finale dedicata alle note.

L’altro aspetto che allenta la resilienza del lavoro è la gestione dell’“altro”, il “tu maschile” che, seppure distillato parsimoniosamente in 62 pagine, risulta un magma che il soffiatore non riesce a cesellare in vetro e rimane perciò ancorato al porto della parola “amore”.

Questi dettagli (spero utili per qualcuno) non impediscono che da quel porto i testi della Dolci si stacchino con grazie e inventiva.

Bestiario metamorfosi, titolo antico e potente, giustapposizione senza legati che indica la coscienza attiva di un percorso esperienziale, tornito dall’atmosfera trasognata della favola nera, che a tratti (pur nelle ovvie differenze) ricorda la scrittura inesorabile di Andrea Gentile.

Il lavoro si apre con due punti di domanda:

Che tipo di creature sono?

E che cosa ci dice la nostra risposta?

Problematizzazione incipitale, cogente, che trova la sua eco a metà libro con la frase:       I mostri dei miei libri precedenti, gli eteronimi. I mostri ottenuti per combinazioni di teste.

L’io poetico sembra trovarsi nel pelago della transizione, alla ricerca di quelle risposte che gli
permetteranno di “eadem mutata resurgo” (risorgo uguale eppure diversa), di metamorfosare per continuare il percorso. Questa, metaletterariamente, vera dichiarazione di poetica nella prospettiva delle “rideclinazione” di cui si diceva più sopra. Dunque un passaggio rituale, propizio per un nuovo inizio, che avviene attraverso il viaggio mitico per mare, in forma diaristica (con tanto di coordinate, “diario medico, del sonno…”), inserito come traghetto di mezzo tra una prima parte concettuale-dichiarativa e una seconda (comprendente Caffè Italia e Kabuto, il cervo volante) che torna alla terra ferma in un caleidoscopio di appunti, osservazioni, giudizi. Questa dinamica della circolarità – utile a spezzare il cerchio – la ritroviamo in alcune parole e frasi del lavoro, a partire da “eadem mutata resurgo”, “uroboro”, “proteus anguinus” e nella presenza insistita dell’elemento liquido, in particolare l’acqua e il latte (fluidi che rimandano indubbiamente all’amnioticità della nascita, a una regressione di rinascenza). La metamorfosi, la muta che rende diversi pur rimanendo uguali (più volte il serpente è citato nei testi) viene organizzata dalla Dolci con il dispositivo della catalogazione di ascendenza medievale. Il bestiario rimanda immediatamente alle moralità e all’allegoria di un mondo, quello animale, che si svela nascondendosi in un simbolo da decifrare. La scelta dell’ordine compilatorio serve all’autrice a contenere la volubilità del viaggio per acqua, rito iniziatico e catartico (se si ritocca terra) che può portare alla follia; inevitabile pensare alla Stultifera navis di Sebastian Brandt.

Dolci riesce a controllare la contrizione, non solo amorosa, ma esistentiva grazie a questa struttura e a una dicibilità quasi mai eterodiretta: “ruba il letto al diavolo, agli uomini che le hanno baciato i piedi…” per assopirsi nel nero di una favola acquea e riemergere con nuove prove da farci leggere.

(Daniele Poletti)

 

 

*

 

 

 

Camilla Marchisotti  Scomparire

 

 

La poesia di Marchisotti è un fusto esile e robusto, capronianamente magra ma piena di un mondo osservato con le lenti giuste di chi sa rovistare nelle pieghe degli eventi, delle cose, dell’umano. Ciò che innanzitutto colpisce dei testi che compongono scomparire (titolo sapientemente proposto in minuscolo, a significare una denotazione semantica che afferisce ai processi minimi che congiungono tematicamente i testi) è l’elaborazione di una sorta di tono diffuso, una pacatezza di impostazione linguistica e lessicale che non si abbandona mai a esasperazioni e non cede mai alla tentazione di immagini isolatamente potenti. Sono più che altro presenti chiusure incisive e calibrate, che determinano quasi puntualmente uno stato di sospensione agrodolce: «Soltanto dopo la sua sparizione, / pubblicare tutto. / Ricordarsi di chiedere scusa a sua madre»; «Contro le sorti progressive / Bucarest, segno di croce all’incontrario / negazione del destino  / dove la civiltà non è in orario / parti turista torni cittadino / perché c’è puzza e sangue e il povero / è vicino».

La tendenza al racconto – o, meglio, al resoconto dall’andamento narrativo – è evidente per tutta l’opera, specialmente nella seconda sezione Studio di figura, dove si alternano alcuni ottimi momenti in prosa a piccoli momenti caustici gustosi ed eccellenti attorno all’annosa questione dello status di poeta, fetish tutto lirico qui sapientemente smascherato. È in questi passaggi che appare la visione del mondo originale e lucida che genera questi testi. Non si tratta soltanto di ragazzi e ragazze, di momenti lirici disossati da ogni inutile impeto emozionale: è un’amara canzone generazionale sommessa, un leggero saggio in versi sulla propria sparizione – per utilizzare il titolo di una prosa collocata verso la fine della raccolta. A rendere il lavoro di Marchisotti assolutamente interessante è anche la questione formale, poiché l’autrice si affida non tanto a riferimenti presenti nella scacchiera dell’abusato canone, ma nutrendo una predilezione (oltremodo benvenuta) a un proprio sentire letterario, a una propria sensibilità estetica: questo assume la forma del verso libero ma curato e accurato, con ampio utilizzo di rime e assonanze volte alla creazione di suggestioni vagamente ritmiche o, addirittura, “melodiche” – tenendo lontane derive ossessivamente orientate verso una presunta musicalità del testo. Si tratta, in realtà, di elementi che garantiscono la tenuta del testo entro l’esoscheletro di un mondo che traspare da parole chiave, dando così a un espediente tradizionale per eccellenza come la rima un ruolo lontano dall’aspetto puramente ritmico, inserito invece nel campo della inesausta lotta tra significanti e significato – lotta, sia chiaro, vinta pacificamente da un elemento terzo: l’equilibrio. «Lascio le mezzelune con le unghie / Lasci Bologna presto e le ore lunghe / bastevoli di un tempo, le screpola  / quel tempo ora che incombe / Guardiamo un film: / si disinneschino le bombe». Questa scomparire è infatti una raccolta tesa sul filo – neanche troppo sottile – dell’equilibrio, organica e coesa, con qualcosa di vero e contingente da dire. È per questo che nel lavoro di Marchisotti si può rintracciare una voce che nella poesia è assolutamente a suo agio. (Andrea Donaera)

 

 

*

 

 

Giancarlo Stoccoro  Forme del dono

 

 

Chi conosce la poesia di Giancarlo Stoccoro sa che si tratta di una scrittura estremamente rigorosa, in cui ogni singolo verso e ogni singola parola sono messi sulla pagina con metodica precisione, in cui nulla è lasciato al caso.

È plausibile pensare che il rigore e la precisione siano dovuti, almeno in parte, alla formazione e all’esperienza professionale di Stoccoro, che nella vita di tutti i giorni è uno stimato psichiatra e psicoterapeuta.

Ma il rigore e la precisione in poesia non bastano di certo: rischiano di essere nulla di più che uno sterile esercizio di stile, se non sono supportati da quella necessaria sensibilità che Stoccoro dimostra indubbiamente di possedere.

In una delle sue ultime raccolte pubblicate, La dimora dello sguardo (Fara Editore, 2018) Stoccoro ha inserito in esergo una frase di Giorgio Caproni che suona quasi come un manifesto della propria poetica: “Scrivere è una pratica igienica che mi dà salute.”.

È dallo sguardo che parte e si sviluppa la scrittura di Stoccoro: le sue raccolte poetiche sono caratterizzate da una particolare attenzione verso la natura, verso la dimensione intima del silenzio, verso i momenti fatti di attesa.

Non fa eccezione Forme del dono: suddivisa in tre sezioni (Parole in grembo, Le parole mettono radici, Imbruniti silenzi), questa silloge inedita riconferma le tematiche care all’autore.

A introdurre il lettore, questa volta in esergo c’è Paul Celan: Le poesie, sono altresì dei doni / doni per chi sta all’erta. Doni che implicano destino.

La poesia come dono, la vita come il dono più prezioso che l’uomo ha a disposizione.

Parte da qui Stoccoro, con i versi di Rèverie: La prima prende la forma di una culla /

la seconda mette il dito in bocca / la terza parola ha curve generose / fa la mamma  e prosegue poi citando i passi giovani, che dapprima incerti si fanno via via più sicuri.

La crescita dell’essere umano procede di pari passo con la ricerca del linguaggio: è crescita anche interiore, è approdo alla vita, è scoperta, processo di formazione, è sogno e disillusione.

Compare più volte, nei versi di Stoccoro, la parola assenza: (Radichiamo assenze / quando l’orizzonte / fa grandi i passi), (La tua disciplina / è la mia assenza), (Qualcuno ha firmato assenze), (Un’assenza germoglia ovunque / e nemmeno la vedi), (La morte è un’assenza di orizzonti), quasi a registrare un senso di smarrimento nell’uomo e nel poeta, un vuoto che da assenza si fa presenza che ingombra.

Si scruta l’orizzonte in perenne ricerca di qualcosa che riempia i nostri vuoti, quell’orizzonte che è verticale oppure anemico, che ci afferra con la voce della carne, quegli orizzonti che, nella poesia che conclude la silloge, sono nudi / destini nuovi / da abbracciare.

Altre parole chiave nella poesia di Stoccoro sono radici, cifra, forma, parola, silenzio, ombra, impronta: insieme formano un catalogo ragionato di emozioni (materia che il poeta e lo psichiatra insieme maneggiano quotidianamente) e portano a compimento un percorso poetico-formativo di indubbio spessore e di cristallina nitidezza.

Nei versi di Stoccoro troviamo a volte atmosfere rarefatte, mentre in altre occasioni è la forma delle cose concrete ad avere il sopravvento.

Forme del dono è poesia della vita che si forma e della vita che resta in sospeso e a rimarcarlo bastano questi versi: Teniamo parole in grembo / e guardiamo l’abisso. (Enea Roversi)

 

 

*

 

 

Alessandro Cartoni  Cartoline dell’addio

 

Cartoline dell’addio conta cinquantanove poesie; un bel numero di componimenti per una raccolta coesa nello stile, nella lingua e nella struttura; cinquantanove poesie che reggono una tensione che non conosce – a mio parere – cedimenti.

Si tratta di una serie di “addii doloranti” (definiti così sin dal primo componimento), ai quali non ci si abitua (“poco più in là c’è il sordo dolore/ degli addii a cui non ci si abitua”, ottava poesia). Sono gli addii dettati da stati di distacco, momenti di separazione, dal riaffiorare di ricordi di episodi della vita di due persone, di un io e di un tu al quale costantemente si riferisce l’io.

Aspetto non raro di questi tempi nella poesia contemporanea, anche nel caso di Cartoni sono gli oggetti a farsi catalizzatori sia del vissuto sia dei sentimenti che perdurano: “osservo le cose/ che mi hai regalato,/ le nostre tazze, la coperta,/ la sdraio, per capire/ se hanno ancora addosso/ qualcosa di noi./ Ogni tanto le sfioro senza/ il coraggio di toccarle/ o buttarle/ perché rimangano/ silenti e lontane.”

Anche lo scorrere del tempo dipende dal rapporto a due. Un cadenzare continuo di eventi, di immagini che riaffiorano e che sembrerebbero dare voce a un discorso tutto privato; se non fosse che proprio il ricorrere alla poesia sottrae al mero diarismo il discorso di Cartoni. Sotto osservazione è la vita, il farsi e il disfarsi, l’essere stati e il divenire per lacerti. Al lettore spetta il compito di ricostruire un’immagine unitaria, una sorta di ritratto, ma non è necessario, anzi forse è del tutto inutile un simile modo di procedere.

Non è questo il compito della poesia. Qui si tratta di fissare il portato dell’esperienza e trarre da esso un motivo per fermarsi a riflettere, sottraendosi di fatto all’incalzare di una quotidianità che tutto travolge e tutto sottrae alla vita, paradossalmente.

Alessandro Cartoni procede di testo in testo come in una sorta di inventario dell’umano privo di orpelli; è nudo nel raccontarsi in versi, come fosse allo specchio intento ad osservarsi mentre lo specchio gli riconsegna a uno a uno i capitoli di una vita, senza un ordine preciso, ma semplicemente così come riaffiorano per sopite priorità.

E la poesia così si carica di un patetismo che definire lirico sarebbe liquidare alla leggera per chiudere rapido un discorso e collocare questa raccolta nell’alveo di quell’immenso fiume che è la poesia di questi tempi: un discorso tutto ripiegato in sé dove trovano conforto gli innumerevoli io in cui si confondono autori e lettori.

Qui no, invece – a mio avviso – perché la cifra di questa tensione è il mantenere ferma la lucida coscienza di avere vissuto e quindi anche avere perso dalla vita: “la foto serbata/ nel telefono è l’unico/ reperto che ho di te,/ mentre nell’isola remota/ guardi sarcastica/ quel che c’è al di là/ dei verdi fichi d’India/ che occhieggiano sul mare./ Invidio oggi, come allora,/ la sicurezza dei tuoi gesti/ che abitano il mondo,/ anche le mani sulla vita/ e l’adorabile distanza/ che metti con le cose./ Anche quando dismetti/ la mia malinconia/ e mi lasci rapida/ per le cure dei tuoi uomini,/ anche questo dopo anni/ ti perdono”.

Ci si ferisce se ci si lascia andare nei versi, se si dismettono le maschere e si ammette che queste poesie potrebbero essere le nostre. (Fabio Michieli)