Premio Bologna in Lettere 2020 – Nota critica di Antonella Pierangeli a Poesie dell’inverno di Maria Chiara Tortora

Premio Bologna in Lettere 2020

Le note critiche agli autori segnalati della Sezione C (Poesie singole inedite)

Maria Chiara Tortora, Poesie dell’inverno

 

 

Poesie dell’inverno, “la corsa verso il riparo” nella poesia di Maria Chiara Tortora

 

 

I componimenti poetici presentati da Maria Chiara Tortora, in questa distopica e singolare edizione 2020 di Bologna in Lettere, dipanano sapientemente la matassa del suo vissuto e del suo rapporto più intimo con lo spazio poetico in cui si concentra un mondo fatto di piccoli sintagmi del quotidiano che, messi l’uno a fianco dell’altro, testimoniano una volontà audace, ribelle, di condivisione del reale. Svelando – in questo trittico avvolto da brume invernali e immerso in una luce malinconica – impressioni, ricordi, volti e stagioni, l’autrice volge lo sguardo alle proprie radici, costruendo immagini vive, sottratte alla memoria e addensate in coaguli improvvisi di contraddizioni e di zone d’ombra.

La sua poesia testimonia un travaglio enigmatico che la consapevolezza del dolore impone all’attività di scavo nei meandri della memoria. Le modalità discorsive del suo stile, delineano infatti una lucidità poetica tutta tesa ad individuare una solida “corsa verso il riparo”, in cui l’Io finalmente si ritragga e risani, evocando però nel suo dispiegarsi, quella contrazione del desiderio d’amore, e quindi della parola, colta nell’attimo in cui la scrittura viene a configurarsi come modalità di difesa e di riparazione. Il lavoro poetico è dunque proiezione di un lavoro psichico e presagisce trame sommerse che, dall’inconscio, trovano in esso una via di espressione ostensibile ma, nello stesso tempo, infinitamente angosciante. La materia della sopravvivenza è infatti intrecciata in pensieri autoimposti, in un dialogo tremendo con il proprio squarcio: “Non sopravvivrai se continui a vestirti/così leggera/se non senti l’istinto/della paura.”

La caratteristica fondamentale di questi versi è dunque la scelta di una forma libera di parlato come mezzo effettivo di superamento del divario tra un desiderio, seppur recalcitrante, di chiarore esistenziale e le esigenze, invece, di un poetico a contatto con pensieri vuoti, invocati di tempo in tempo dal caso o dalla necessità. In questo teatro, va in scena quindi il tentativo di un recupero dolorosissimo di schegge organiche di materia pensante quasi penzolanti in un vuoto cosmico: “Sul fiume lento degli anni azzurri/sei a cavallo di una ringhiera.”. In questo modo, realtà e stile, se si vuole esperienza e intonazione, cercano la possibilità di una combinazione, un segno fortemente voluto perché radicato nelle silenziose profondità di tutto ciò che ci circonda: “I rumori del temporale si portano/ via i pensieri vuoti, quelli caduti/ nella corsa verso un riparo.”  

Nel rapportarsi al reale, forma obbligata dello sguardo che vuole uscire, Maria Chiara Tortora, inquadra quindi i suoi versi al di là della penombra di case sfatte, misura attenta l’ampiezza delle cose, considera l’ordine e il susseguirsi di malinconie invernali, scorre e tasta la granulosità delle pareti, le ansie e le paure, registrandole e conservandole, sino a riportare sulla sua lavagna scura l’idea che ha maturato. Ma oltre la palude dei segni che coglie e dei loro riverberi, non trova che il nulla, un residuo inesplorato della vita sensibile e della sua forma irriconoscibile. L’inverno, stagione metaforica e silente, finisce quindi per assicurare consistenza al soggetto che diventa, a sua volta, polarizzazione del nulla che osserva e da cui sente il bisogno di nascondersi, al riparo. Dialetticamente, una dimensione umana intraorganica e, al tempo stesso, una visione frammentata di ricordi che si articola secondo la natura inconsistente dei sogni, in cui i vuoti temporali si spezzano e si duplicano, riaffacciandosi con insistenza per essere “riempiti”, là dove la tensione si fa più emotivamente incalzante: “A riempirli impiego da tempo/una vita per niente viscosa.” Alla labilità della memoria, l’autrice contrappone, nel discorso, l’immagine concreta degli oggetti e delle violenze estreme di una natura straniata che s’inasprisce ogni volta che l’attività di scavo rivela gradualmente un’immagine di sé sfiancata e priva di forza di fronte alla sovrastante caducità dell’ineluttabile: “Dovrei combattere le infiltrazioni,/impermeabilizzare le pareti,/ prevenire la violenza del cielo.”

Esplorando il relitto di questa desertificazione, sembra infatti che a volte all’autrice manchi la forza, mentre faticosamente cerca di afferrare e di fissare, da ciascun frammento, quella minima parte di sé che possa aiutarla a sopravvivere al vortice dell’annientamento: “Pungiti il dito con un ago/ da cucito, ne usciranno/ tutti i pettirossi che vorrai.” Una grande attenzione al corpo e al dolore, disegna dunque una finale visione composita, nella quale voce e silenzio, presenza e assenza, appagamento e dolore, vengono a sussistere in una reciproca relazione che dà significato l’uno all’altro. Pungersi e provare dolore infligge al corpo il nutrimento necessario a riconoscere la sensazione di essere ancora in vita e, attraverso la scrittura, a resistere agli attacchi della disgregazione, concentrando l’attenzione sulle parole e sui silenzi, piuttosto che sugli accadimenti della vita, perché è nella poesia che è possibile incontrare e comprendere il dolore e l’impurità di pensieri vuoti, ascoltando “I loro canti mentre sanguini/e il mio tentativo di lavare/ continuamente via/le macchie…

Il sanguinare da ferite aperte e sonore diviene dunque uno strumento che apre ad una nuova dimensione esistenziale, nella quale non si prefigurano mondi alternativi, ma aspetti inscindibili della condizione umana, in cui l’incontro con la parte guasta, “la macchia”, irrompe all’improvviso non portando con sé soltanto dolore ma soprattutto l’occasione per riconquistare tutto ciò che si è perduto, fra macerie e erosione, e la cui fine è ammantata, inspiegabilmente, di bellezza: “Sarà una fine bellissima/quel colore a ferire la neve.” (Antonella Pierangeli)