Premio Bologna in Lettere 2023 – Nota critica di Antonio Francesco Perozzi su Sandra Branca, Interferenze

Premio Bologna in Lettere 2023 

Sezione B (Raccolte inedite)

Nota critica su Sandra Branca

Interferenze 

 

 

Se in fisica l’interferenza è il sovrapporsi di due o più onde in un punto dello spazio, Interferenze di Sandra Branca è il sovrapporsi di due o più strutture del linguaggio in un punto dell’esperienza. La prima rilevazione di questo sovrapporsi si fa a livello visivo, scorrendo rapidamente i testi: ognuna delle tre sezioni dell’opera è aperta da un brano in prosa contenuto in parentesi quadre e si articola alternando prosa e versi. Fin dal piano tipografico, quindi, un compromesso, appunto un’interferenza, tra pluralità e controllo, tra l’integrare ragione ritmica e ragione narrativa/descrittiva, dirigendole però dall’alto, con consapevolezza di struttura e di posizionamento dei singoli brani.

Rilevato l’effetto esteriore di questa complanarità, occorre interrogarsi sul senso del passaggio dalla prosa ai versi e, quindi, su quale sistema (o anti-sistema) di interpretazione (o attraversamento) della realtà questa alternanza suggerisce. In questa direzione, i testi che aprono le sezioni sono un indizio importante: le parentesi quadre, innanzitutto, chiudono la parola in uno spazio interstiziale, richiamano l’omissis; in secondo luogo, le prose che contengono sono accumulatrici, prive di punteggiatura oppure regolate da asindeti che permettono al linguaggio di accatastarsi senza ordine («parole fauci ganci coltello parole pressa idraulica parole», come recita il brano di apertura, che significativamente assomma oggetti tangibili e «parole»).

Se il posizionamento incipitario, insomma, conferisce a queste parentesi un valore in qualche modo programmatico (anche se a minore, leggero), tale valore è proprio quello dell’interferenza, di un linguaggio che si presenta, a chi scrive e a chi legge, in forma non ordinata se non da una parentesi, cioè da una prospettiva di ascolto e delimitazione che però non sa (o non vuole) eliminare la sua carica entropica. Non a caso, il secondo testo parte con: «Le voci in stazione si accumulano / in un modo che ti sovrasta / in uno spazio che non sai contenere.» Ogni sezione si avvia quindi con uno screenshot in parentesi quadre di un flusso caotico di linguaggio, lo sistematizza nelle prose non inquadrate e nelle poesie, e puntualmente lo smonta di nuovo, all’inizio della nuova sezione, perpetrando lungo tutta l’opera un gioco tra contenimento e rottura.

Ma che tipo di sistematizzazione compiono versi e prosa? In cosa differiscono? Per quanto abbastanza unitari rimangano i toni e i temi (oggetti e situazioni della casa, scrittura, paesaggio), notiamo che nelle poesie pare esserci più spazio per forme teorizzanti, per il distacco dall’oggetto; in prosa maggiore onirismo (delle quattro occorrenze di «sogno» tre sono nelle prose), cioè frammentarietà ed esperienza immersiva in questa frammentarietà. Così in poesia può succedere questo: «Di qua dal vetro siamo / un barlume lontano intercettato oltre / l’accumulo di giorni», con un’immagine che spiega una realtà (totalizzandola: «siamo») più che viverla; mentre in prosa quest’altro: «la notte è uno specchio nero, dal passato emergono voci il silenzio è il loro megafono. ci cado dentro scivolo su un lago fermo.», dove la contraddizione tende a essere esperita nella finzione più che pronunciata.

Come si vede anche da questi esempi (contigui) la differenza è però sottile. Parliamo del resto di interferenza, quindi i due modi tendono per via tematica e tonale a compenetrarsi; troviamo «frammenti» e «Frammentati» nei versi e puntualizzazioni razionalizzanti nelle prose («ci sono cose che non si possono dire»). Scorgiamo più che altro delle tendenze, dunque, di cui è specchio la punteggiatura: i versi, che non si rompono mai in maniera scomposta, che hanno in quanto tali una motivazione strutturale di andare a capo, quindi di tracciare un andamento più esplicitamente connotato, sono il polo ordinatore; le prose, che sono tessere montate senza una necessità ritmica stringente, che possono far saltare l’ordine della punteggiatura, sono il polo disgregante. Tra queste due tendenze si muovono parole e immagini, con le prime che vengono tematizzate nella loro insufficienza, quindi in qualche modo reificate («lì le parole hanno digrignato i denti, sono rimaste nude») e le seconde che attraversano squarci quotidiani, anche emotivamente carichi, ma con un pensiero sempre volto alla barriera simbolica che si alza tra sguardo e mondo («compleanno di mamma. a papà i medici hanno detto che non può tornare a lavorare. cresciamo per diventare più soli. […] penso alle storie che non esistono alle finzioni che costruiamo per sostenerci.»).

Questa ambivalenza, compresenza, è sintomo di una fase della storia (della letteratura) in cui convivono schizofrenicamente queste due linee, solitamente ipostatizzate nel binomio lirica/ricerca. Branca è cosciente di questa duplicità e ne indaga l’interferenza; un’interferenza che è, alla fine, anche una modalità, se non ontologica, almeno fenomenologica. «il diario di psicoterapia il quaderno per gli appunti di lettura gli appunti sui fogli nei messaggi nelle app nel cloud, dispersi, sparsi. gli elenchi le liste di cose da fare.»: esperire la realtà è esperire questa interferenza tra parola e vita, tra ordine e disordine; scrivere è strutturare l’immagine di questa realtà con un’interferenza tra composizione e frattura, ordine e disordine. E che l’opera si chiuda in versi (momento armonico) è solo in virtù di una fase dialettica: «Ogni cosa si sovrappone e interferisce», l’ultimo verso sentenzia, sì, ma il preludio a una nuova dissoluzione. (Antonio Francesco Perozzi)