Premio Bologna in Lettere 2020 – Nota critica di Maria Luisa Vezzali a Valentina Proietti Muzi

Premio Bologna in Lettere 2020

Sezione C (poesie singole inedite)

Valentina Proietti Muzi, Exit – Finalista

 

 

Valentina Proietti Muzi, già segnalata al premio 2018 di Bologna in Lettere con il suo “Sonetto a due voci”, presenta in questa edizione tre brevi testi riuniti sotto il titolo “Exit”, in tutto ventisei versi che variano dal quinario al decasillabo, ricavati attraverso un sottile processo di politura fino a diventare oggetti limpidi, ampolle trasparenti, piccole forme «di cristallo / sotto la lingua». Il tempo è sospeso in un presente indefinito, reso ancor più sognante dalla scelta di un tessuto fonico dolce, costellato di liquide e nasali, e anche lo spazio – vagamente marino per l’affioramento a tratti di termini come «superficie», «sale», «riva, «sprofonda» – rifiuta ogni descrittività realistica per disegnare una bolla psichica, seducente nella propria refrattarietà alla cronaca e alla storia. Ma questa immobilità apparente si rivela presto come la traccia iridescente di un percorso. Già il testo iniziale, aprendosi con la congiunzione “e”, presuppone un prima, un altrove, dal quale emerge un fantasma relazionale, un “tu” carsico e impalpabile che, pur scomparendo nel secondo testo, riappare nei versi finali. Il destinatario è privo di referenti come gli altri elementi già indicati e non esiste una vera possibilità dialogica: io «ti vedo», tu «mi pensi», tu «te ne farai una ragione», e tutto avviene nella dimensione della mente, anzi di due menti separate all’insegna della distanza e della frammentazione. Forse a questo si associa la vena di sofferenza che affiora al centro, quella «linea… / carica di pena» che brucia, che spolpa le «ossa chiare», che lima e morde i «corpi estratti dal sale». Pure è una pena che si deve attraversare. Perché, come la prima lirica allude a un antefatto, così l’ultima si apre a un seguito, un futuro, e questo futuro porta su di sé lo stigma di una rinascita. E’ «tempo di uscire», un’uscita che, oltre a iniettare nella stasi ipnotica dei versi un principio di movimento, si manifesta anche come ricomposizione ed emersione, se è vero che porta a compimento l’enunciazione iniziale «ho scavato». «Ogni libro si scrive nella trasparenza di un addio» scriveva Edmond Jabès e, se questa Exit è un addio, il suo lascito «si rovescia», si «fa visione», e il risultato è una guarigione tanto dalla distanza quanto dalla frammentazione: un «corpo riunito come mondo». (Maria Luisa Vezzali)