Stefano Guglielmin – “Dalla tua disperazione” – Nota critica di Antonella Pierangeli

  “Dalla tua disperazione”, partitura incrinata per voce sola…

 

Il trittico di Stefano Guglielmin Dalla tua disperazioneNon contareProteggerci dall’osceno,  lascia trasparire una malinconia che scava le profondità dell’essere, nell’abisso di quei nodi interstiziali che rendono la vita e l’esistenza vivibili nelle sue ferite più profonde, affidando le sue più nude verità all’inesauribile materialità di una poesia interlocutoria, inquieta, mai arrogante, civile nel senso più profondo del termine. L’autonomia dell’invettiva e la percezione dolorosa di uno stato alterato di realtà dal quale seguire “la linea che porta qui/ di fronte al muro”, conduce infatti Guglielmin nel tessuto linguistico dell’opposizione pura, in una dialettica che lo porta quasi ad essere sospeso tra due istanze espressive: come osservatore del “secolo scorsoio” e, nello stesso tempo, come parte di esso attraverso l’irruzione di un’ansia interiore e di una condizione esistenziale dolorosa, viva storicamente, “la gente/ è feroce. Fascista e feroce, infelice” ed emersa come lo sfogo privato, “volevo dirlo almeno qui/ nella mia intervista.”, di una monade stonata, della partitura incrinata per voce sola di “uno nessuno che non conta/ niente.” L’essenza più autentica dell’Io, quella che quotidianamente ottunde la forza del dolore con le dilatatorie nervature di una trama di ricordi, “un vestito elegante/ una posa composta, la liscia superficie della/ quiete”, dissolve i “nostri cari/ morti”, compagni di strada divorati dal rigido cerimoniale del disfacimento, per mondarsi della colpa di un presente inespressivo, non ancora toccato dal fetore lancinante dell’osceno. Questa superba visione infernale viene proiettata su di uno sfondo vacillante che non conosce l’insignificanza e la monotonia del presente ma ne comprende le sonorità smussate proprio nel disadorno canto della decomposizione. La consapevolezza estrema di ciò che accade e di ciò che gli accade spinge il poeta verso un silenzio alto che lo isola in una sorta di distopico stupore, in un pessimismo radicale per una sorte che tocca tutti – e che tocca ontologicamente l’uomo in modo particolare – quella dello scolorare del corpo nei fluidi sfumati della fine e della perdita. Per Guglielmin dunque la presenza dell’oggetto, “(i tubi gastrici, la formalina, l’ago e il filo/ sulle labbra)”, e dunque del percepibile, si fonda su una disponibilità intrinseca della poesia a caricare gli stessi oggetti di un significato metasimbolico: nelle carni meste e nei lividi pasti delle “Calliphora, Lucilia/Piophila”, si nasconde infatti la quiescenza opaca di un “pasto funereo” grazie al quale “capiremmo allora l’ingegno taciuto della cura”. La profondità dello sforzo di “proteggersi dall’osceno” possiede però una fermezza straziante. Accende la speranza, almeno, nella infinita capacità della dell’uomo di preservare sempre il senziente anche delle cose fuori dal proprio controllo, “per ridarci l’amore nostro/ intatto, senza odori”: oltraggiato dalla coscienza che c’è qualcosa fuori controllo, nonostante l’intelligenza e l’impegno, esiste un’umanità debordante che non accetta la resa. Grandiosa è la sua sofferenza, costruttivo è il suo dolore come insuperabile è l’intensità dello  “scucire per noi, ignari, dall’angelo/ l’osceno”. (Antonella Pierangeli)