Luca Gamberini, Topi che ballano su carcasse di gatti – Nota critica di Giorgio Galli

Premio Bologna in Lettere 2021

Luca Gamberini, Topi che ballano su carcasse di gatti – Nota critica di Giorgio Galli

 

Un umorismo minimo, quasi spicciolo è il registro che Luca Gamberini sceglie per raccontarci una visione del mondo desolata. La sua immaginazione, come quella di molti giovani, è condizionata dal senso di precarietà e di impotenza: “Il nostro caffè diventava sospeso senza fine”; “Siamo tutti topi in attesa che muoiano i gatti. / Per ballarci sopra.  / Sopra alle loro carcasse. / Uccisi da qualche cane o iena.  / Noi non saremo mai comunque leoni. / Resteremo sempre topi.”

L’ultimo verso dei componimenti ha spesso il compito di distillare un’amara morale: “Non si poteva immaginare altro che la morte”; “Le laudi finiscono sempre prima dei titoli di coda”. Il paesaggio esterno è un paesaggio urbano rinfrancato da pochi sprazzi di natura; quello interiore, un paesaggio ove i simboli dell’armonia e della bellezza vanno incontro a una fine malinconica: “Le preghiere delle dieci di sera sono mute: / origlia il fiato, greto di barlumi e miasmi. / I quotidiani hanno tutti la stessa forma. / La fisarmonica ha dimenticato lo spartito”. Anche l’aspettativa per il futuro appare azzerata: “All’universo chiedo di non piovere”. Questo non esclude l’apertura a un disincantato neoclassicismo: “le coppie di giovani fauni fanno l’amore sotto i portici”; “sei stata la mia nuda Proserpina”.

L’impasto linguistico è raffinato: Gamberini si affida perlopiù a un lessico umile, ma con puntate verso l’alto e verso il basso, verso lemmi specialistici e verso l’attualità, verso il lessico tradizionale della poesia o quello più trito della canzonetta, verso il gergo quotidiano: troviamo “larice”, “pateravegloria”, “Donald Trump”, “Bunuel”,  “animelle”, “semi di chia”, “ungulati”, “il tritacarne dei contagiati”, “dieresi”, “geoide”, “cimasa”, “messaggiavi”. Spesso l’accostamento di registri linguistici e stili diversi fa la forza del verso: “Il re di denari ha dimenticato il sole nel mazzo”, “L’acustica delle favole mi induceva a sognare”, “L’arrivo trafelato lascia il posto alla retro. / Il ritorno a casa è un apparato digerente. / Nemmeno l’amazzacaffé sposterà il lunedì”, “La punteggiatura imparami oh Signore / in questi giorni smanicati / che riflettono / il cuore”. Lontano da ogni sciatteria, Gamberini costruisce consapevolmente un registro stilistico nuovo, che riproduce l’impurità del parlato senza mimarlo. “Al mio battesimo ho intagliato parole”, scrive, e può ben dirlo perché il suo è un lavoro di cesello, sia pure con materiali di terza mano.

La versificazione tende a esaltare la frase breve, l’inciso efficace, la singola parola decisiva. Non segue la metrica tradizionale, ma nemmeno una logica musicale. Piuttosto, è una logica interna alla ricerca linguistica. Il verso coincide con la frase e termina col punto fermo, oppure fa le veci della punteggiatura. Indicativo è questo componimento:

 

 

“Chi guida le auto che ci sorpassano?

 

Dove sono andati quei tragitti di gittata variabile

appena fuori appena dopo la curva del pube?

I viaggi dell’adolescenza erano tutti molto brevi

in un pomeriggio vedevi tutte le costellazioni

e avevi anche tempo per una merendina.

Abbiamo perso la verginità sui trespoli.

Incespicati.

Senza specchietti retrovisori.

Vedevo solo che andavano oltre.”

 

 

Le figure di suono sono estremamente ricercate, a tratti perfino barocche, con una fitta trama di allitterazioni e rime interne: “Scissa la rosa dal tuo sesso”; “La zanzara vanitosa annega nella cera  / sui comò rococò della sera”; “Avevi un rivolo di seme e occhi mattino. / La voce dello schermo era un bollettino. / Ci siamo amati come cani pieni di rabbia / incollati alla vita come l’ago alla stoffa”; “C’è un uomo a torso nudo di domenica che raccoglie / pesche su una scala al bordo della provinciale.  / Piacenza è un litorale di grattacieli dal viadotto” (dove osserviamo uno dei rari enjambements della raccolta). Di rilievo anche gli echi colti nascosti nella maglia dei versi: “La cera della candela indica che è passata la bufera”.

Se le scelte lessicali e stilistiche rivelano una mano matura, i contenuti tradiscono qua e là un sentire da canzone: “La pioggia era nell’aria fin dal primo mattino: / ho aspettato ti bagnassi le labbra per dirti ti amo”; “Il tuo corpo rosa e biondo / oscilla / sul mio, / basculante e nudo  / come le frasi d’amore a primavera / che possono reggere soltanto / poche ore / prima di finire in arsure  / estive”;

“Forse i baci stanno appesi ai fili  / delle tele dei ragni che piangono sogni, / forse i baci sono rimasti sui rami  / o nei roseti tra le spine e le dita,  / forse i baci non curano  / ma nemmeno dimenticano”; “Il rimbrotto del mare è un tuffo  / e sa di sale e aquiloni, /  diademi di sole sulla tua pelle:  / e tutto assomiglia a un’estate di te”.  Ma forse si tratta, anche in questo caso, di ironia, del rifare il verso a moduli espressivi consolidati presso le nostre generazioni.