Nota di Maria Luisa Vezzali su “Forme transitorie” di Massimo Rizza

Con questa nuova serie Massimo Rizza, personalità ben conosciuta dalle varie edizioni di Bologna in Lettere, prosegue nella sua indagine poetica sul limite tra visibile e invisibile, tra materia e parola, tra senso e sua assenza. La “misura” del testo, che già in precedenza si configurava come tensione tra controllo formale e dissipazione emotiva, si declina ora in modi ancora più ustionanti e percorsi da tensioni, dove la composizione si fa flusso magmatico, e quindi «instabile», un gesto che si intrattiene sulla catastrofe.
Ne La forma instabile, appunto, la materia poetica è modellata come una sostanza allo stato ibrido, «transitorio»: prima appare refrattaria, capace di resistere alle più alte temperature, per quanto grumosa e rada, sottoposta a imprevedibili sgretolamenti; in seguito si fonde per scomparire «nella fornace», in una continua dinamica tra conservazione e dissoluzione che attraversa sia le immagini, sia il ritmo. Le parole sono gettate nel fuoco, liquefatte insieme ai residui della tradizione lirica –come l’«anima bianca della notte» di cui nel suo giacere si intossica Antonia Pozzi – e alla placenta onirica che insiste a salmodiare antiche magie. La voce dialogica che affiora tra virgolette non è solo l’autre da sé di memoria simbolista, ma presenza evocata e poi consegnata allo spazio del non-definito. Il testo, come nella scultura a cera persa, sembra perdere consistenza proprio mentre insegue il senso.
Scrittura in-fusione radicalizza questa dialettica tra desiderio e sparizione. Il dettato si fa erotizzato e carnale, “esasperato” nella sua fame di unione; eppure l’oggetto d’amore è una vulva/pagina («percorrere l’orlo umido della carta») che stimola contemporaneamente pulsioni di godimento sadico («spolpare l’osso», «aspettare che soffra piano») e di autoriduzione masochistica, attraverso il processo di regressione/nascondimento dell’io «in un guscio, in una fessura, in un pertugio, in un anfratto». Il corpo di lei (la donna) e il corpo di lei (la scrittura) coincidono in una serie di immagini che fondono l’atto creativo e quello erotico, fino a costruire una poetica del gesto estremo: non più “scrivere di” qualcosa, ma realizzare la penetrazione in uno “scrivere da dentro”. Anche qui, l’uso delle virgolette – soprattutto nel richiamo baudelairiano alla fugitive beauté di “A una passante” con il suo «piacere che strazia» e le sue suggestioni di morte – agisce come un dispositivo distanziante che restituisce alle parole il loro tratto di reliquia e di eco.
Infine L’attesa si presenta come un vero e proprio esercizio di sprofondamento. Fantasma dell’influenza qui è l’innominabile beckettiano: «quello che dura, che non è durato, che dura tuttora, sarò io, bisogna continuare, non posso continuare, bisogna continuare, e allora continuo… bisogna continuare, e io continuerò». Il testo si smargina, si allunga e si restringe sulla pagina come la freccia, il pennino, il puntatore di un calligramma, mentre il verso si sdoppia, si ripete, si avvita su se stesso e si restringe fino a esaurirsi nel punto interrogativo finale («sono nel cuore del vuoto o sono io il cuore vuoto?). Il ritmo martella per accumulo e interruzione: sintagmi che si susseguono, si ribadiscono e si negano come onde svuotate, quasi un diario della perdita. Rizza qui lavora sull’inversione, sul paradosso, sull’esaurimento semantico come atto generativo e «scrivere dentro per poi restare dentro ancora una volta» risuona come una dichiarazione di poetica. La parola si dà come «terra di nessuno», luogo (in)abitabile, fenditura aperta tra tautologia, negazione e domanda irrispondibile. L’assenza è tematizzata fino a diventare il soggetto stesso del testo. Il corpo, evocato in ognuna delle tre sezioni ma mai veramente posseduto perché «non mio», si fa riflesso immerso nel caos dell’indicibile, mentre il corpo di sostituzione della scrittura, passaggio poroso – per dirla con Jean-Luc Nancy – infinitamente esposto al piacere e alla sofferenza, lascia affiorare almeno una larva di relazione, un invito al «volto del giorno».
(Maria Luisa Vezzali)

La forma instabile

lasciamo grumi insensati di materia ovunque, dietro di noi
forme transitorie di materiali refrattari, scarti di malessere
amanti della notte e dell’apparire, cerchiamo l’ombra del vivo
conservare l’anima bianca delle parole, la loro vita tra le dita
la voce: «hai modellato la forma a occhi chiusi, ora guardami»
trattieni la sua carne, il suo volto, le sue mani, nel cono di luce

rapidità bruciante, fuoco della fusione, cera succhiata via
le parole scomparse nella fornace, per il getto allo stato fuso
il buon fabbro si sdraia sul corpo immaginato, per sognare
il petto materno custodisce l’antica magia della preghiera:
«ti prego, trattieni ancora la figura instabile nei tuoi occhi»
nella somiglianza del transitare, seguiamo la bava del giorno.

(Massimo Rizza, da Forme transitorie, testo inedito)

Massimo Rizza è nato a Sesto San Giovanni e vive a Segrate (Mi). È condirettore e redattore della rivista letteraria Il Segnale. Ha pubblicato la raccolta poetica Il veliero capovolto (Anterem Edizioni,2016). Nel 2017 e nel 2021 ha vinto il premio letterario Bologna in Lettere, per la sezione poesie inedite. Suoi testi sono presenti in Babel, a cura di Enzo Campi (Bertoni,2022), Singolare/ Molteplice , a cura di Enzo Campi ed Enea Roversi (puntoacapo, 2022). Suoi testi di poesia, critica e saggistica sono apparsi su riviste letterarie italiane, tra le quali: Anterem, Capoverso, Erba D’Arno, Il Segnale, l’immaginazione, Pagine, Scibbolet.