Nota di Maria Laura Valente su “Se non sarò più mia” di Italo Testa

Topografie del Dispossesso: liminalità e trasfigurazione nella poesia di Italo Testa

La raccolta Se non sarò più mia (Pordenonelegge – Samuele Editore, 2024) si apre come ontico locus liminalis, in cui il dettato poetico scompone le coordinate identitarie, per esplorare il transito verso l’altrove. Il titolo stesso si fa varco esistenziale che trascende la perdita, per evocare, in absentia sui, un movimento di uscita dalla centralità del proprio sé. L’analisi testuale dell’opera mette in luce un’intenzionalità tipografica consustanziale alla densità poetica. La reiterazione del minuscolo, interrotta solo nei titoli delle quattro sezioni, uniforma la superficie visiva in un continuum che riflette la dissoluzione del soggetto. I versi abdicano a uno schema metrico prefissato per assecondare la scansione interna del linguaggio, la musicalità spontanea e l’organicità del ritmo. Gli enjambements – segnatamente «dove camminiamo / in incognito» [III, vv. 43–44], rimarchevole per gravitas – spezzano la catena sintattica e instaurano ambiti di ontologia liminale. La rarefazione della punteggiatura accentua il ritmo sincopato del dettato; gli ampi margini bianchi innescano pause che diventano battiti aurali. Tuttavia, il bianco marginale non è mera assenza, bensì spazio semiotico e performativo, silenzio attivo che ricorda la lezione di John Cage: il vuoto tipografico acquista pregnanza sonora, invitando il lettore a percepire il page turning come un gesto ritmico, un canto tacito in cui ogni pausa genera un residuum di significato potenziale. Così, i margini configurano un paesaggio tra εὐφωνία e σιωπή, un’intercapedine in cui il lettore diviene co-autore di un’eco interiore. In questo codex vivente, ogni cesura si carica di vigore semantico, invitando il lettore a una lettura stratigrafica e meditata. La disgregazione del sé emerge come esperienza esistenziale di pregnanza radicale nel verso «se non sarò più mia, o di nessuno, noi solo un’ombra nella notte» [II, vv. 9–11]; in questo lacerto di ombra notturna, si concentra la potenzialità di un residuum che trascende il confine dell’ego, trasformando il vuoto in καιρός sospeso, istante di ascolto che precede la parola. Il corpo, declinato come interstitium, non si configura come proprietà, bensì come via di contatto e frizione con il mondo. Evocata da un frammento di erranza in medias res, la carne non si possiede ma si lascia attraversare da forze estranee, divenendo soglia mobile fra interno ed esterno. Secondo Maurice Merleau-Ponty, questa chair du monde – la carne del mondo – rappresenta la superficie sensibile che si accorda con le increspature dell’ambiente, dissolvendo la dicotomia cartesiana tra soggetto e mondo. Testa consegna il corpo al flusso urbano come un moderno flâneur, la cui pelle respirante registra ogni vibrazione metropolitana, rendendo la carne un frammento di città, un ponte di contatto tra sé e l’alterità. Il tempo abbandona ogni cronologia lineare per farsi successione di incrinature: «la serie indifferente del tempo ci precede, accompagna, abbandona» [I, vv. 21–23]. Il tessuto temporale si cristallizza in un eterno hic et nunc, dilatandosi in un presente perennemente sospeso, in cui ogni evento esplode e si disperde. Riprendendo la nozione aristotelica di καιρός, Testa trasforma il tempo in soglia erotica dell’esperienza, un punto di rottura in cui, inattesa, si apre la possibilità del divenire. Come in Hölderlin, l’eterno presente non è ripetizione storica ma tensione vibratile: ogni istante è fulgore e dissolvenza, un vetro infranto che riverbera la luce dell’anima. Il linguaggio si rivela materia instabile, vox ut res che si frantuma e si ritrae – «siamo profili, figure immobili nel tempo» [III, v. 2] – in una dimensione di ἀπόφανσις in cui le parole si aprono, lasciando intravedere il silenzio generativo che vibra all’interno, e rifiutano la pretesa di una narrazione compiuta, evocando la fenomenologia dell’apparizione in Marion. Le architetture urbane – finestre, ponti, cortili – si caricano di valore simbolico come veri e propri apparati di dislocamento ontico. Nel verso «linee oblique delle finestre che si disperdono in fuga muta» [I, v. 7], l’inquadratura prospettica diventa immagine del soggetto smarrito, disallineato rispetto a un orizzonte precedentemente chiuso. L’acqua assume la funzione di cifra anamnestica: «come non vedere quel che appare su un ponte sospeso nel bianco, il braccio semovente sull’acqua disegna una forma» [I, vv. 11–13]. Nel fiume il ritratto si diffonde e si rifrange, restituendo un’identità liquida, mutevole e inafferrabile. La luce svolge una duplice funzione di ricognizione luminosa e rivelazione – «nella luce polarizzata del tuo sguardo eravamo già stati» [I, v. 28] e «una donna con il volto in ombra sul lenzuolo teso» [II, vv. 1–3] – mentre il chiaroscuro dinamico scandisce il ritmo interiore del poema, esponendo con nitore la vulnerabilità del sentire. In questa cartografia del dispossesso, il lettore è chiamato non solo a decifrare, ma a farsi varco, a incarnare il limen che la poesia di Testa dischiude, a vivere il miracolo della trasfigurazione che solo chi osa guardare oltre la soglia può esperire.
(Maria Laura Valente)

II. Più vicino

ora sei tu, o un’altra, la tenda
leggera che ci separa dal mondo,
il tuo corpo e le mie convulsioni
quando non sono più mia e mi lasci
a tremare da sola sul letto,
senza più un volere, un desiderio,

solo il ventre che s’alza, s’abbassa,
le scapole alate nell’ombra,
il tuo profilo disteso che dorme:

se non sarò più mia, o di nessuno,
noi solo un’ombra nella notte,
una sagoma oscura tra tante
nel rumore indistinto del traffico
ci abbandoniamo al buio negli altri
in questa oscurità che ci accoglie,

o come le antenne delle barche
al mattino si stagliano erette,
nitide nell’aria che rinfresca,

così risvegliarsi, esser qualcuno,
dire il nostro nome e andare,
lasciarsi accendere con gioia
dalla luce diffusa dall’alto
sui tetti, sulla sodaglia incolta
ai margini degli abitati,

sul manto granuloso d’asfalto
di strade che digradano dolci,
svoltano, si perdono allo sguardo
e svaniscono in lontananza
nella luce a picco sul verde,

laggiù sotto il faro allucinato
dove ti spogliavi in quel mattino
ti lasciavi toccare lì dentro
e guardando altrove, divertita
sfioravi il mio sesso con le labbra

negli occhi le case sull’altra riva
la loro forma nuda e scabra,
la sagoma nel sole, divorata

o ancora l’estate e la violenza
segreta di un’immagine persa,
la ragazza in piedi che aspetta,
si ripara dal sole, scompare,
nello scatto successivo azzerata:

restano solo i blocchi squadrati,
le pietre gialle e la calura,
resta, più a lato, l’uomo di spalle,
il suo gesto solenne, indecifrabile,
come di chi non voglia vedere,

restano i caseggiati grigi
le grandi masse cupe, squadrate,
restano gli altri, gli sconosciuti
fermi su una soglia, alla deriva
in qualche stanza mentre si scrutano
e circospetti si avvicinano,

sentono montare il desiderio,
la brama che affiora sulla pelle
risale tra le gambe, i glutei,
si attacca a morsi alla carne viva

ed è quell’uomo, i suoi fianchi,
quella donna e le sue spalle possenti,
la presa, il fremito di una mano
che ti sfiora dietro l’orecchio
il fruscio degli slip che si abbassano,
l’aspro gusto del sesso degli altri:

è successo, e accadrà ancora,
anche tu sarai una di loro,
abiterai una casa, vivrai
senza saperlo come chiunque

un giorno ti sveglierai all’alba
guarderai dalla porta aperta
le colline buie a mezzacosta,

potrai aspettare che il sole sorga
o l’intero giro del mattino,
il mondo che si approssima e allontana
nella fitta trama della luce,

potrai leggere, dormire, stare
qui e altrove, lasciarti prendere
da un vago desiderio o provare
un moto violento, improvviso,

andare seguendo una traccia
incerta e avvertire a un tratto
il giorno più vicino, la vana
meraviglia della vita scorrere
veloce, rallentare, stare
ferma per un attimo sparire

[Italo Testa, da Se non sarò più mia, Pordenonelegge/Samuele Editore, 2024)]

Italo Testa è nato nella provincia emiliana e vive a Milano. Ha pubblicato di recente il saggio ibrido Autorizzare la speranza. Giustizia poetica e futuro radicale (Interlinea, 2023) ed è autore dei libri di poesia Onda statica (Zacinto edizioni, 2022), Quattro (Oédipus, 2021), Teoria delle rotonde (Valigie Rosse, 2020); L’indifferenza naturale (Marcos y Marcos, 2018); Tutto accade ovunque (Aragno, 2016), I camminatori (Valigie Rosse, 2013), La divisione della gioia (Transeuropa, 2010; nuova edizione aumentata, Industria & Letteratura, 2024), Canti ostili (Lietocolle, 2007), Biometrie (Manni, 2005), Gli aspri inganni (Lietocolle, 2004). Direttore della rivista L’Ulisse, è coordinatore del lit-blog Le parole e le cose. Per vivere insegna filosofia teoretica all’università.

Italo Testa