Nota di Francesca Del Moro su “Monete fuori corso” di Raffaele Floris

“Settembre è un po’ crudele”: così inizia la silloge inedita presentata da Raffaele Floris a questa edizione del concorso di Bologna in Lettere, facendo eco a un altro famoso incipit, “April is the cruellest month”, quello del poemetto di Thomas Stearns Eliot, The Waste Land, uno dei riferimenti maggiormente riconoscibili nei testi che oggi presentiamo, insieme a Pascoli, Gozzano e Corazzini. Anche aprile verrà, con il suo mistero, inorridendo alla gramigna, soffiando a labbra chiuse. Marzo prende fiato dopo una rincorsa, a pochi passi dalla soglia, con gli occhi trasparenti e la brina sulle ciglia, marzo che è abbaglio di una vita, specchio esausto del niente, regina delle nevi, dono di monete fuori corso. E ancora troviamo giugno con le sue fiamme innamorate e le promesse non mantenute, lo sfacelo delle rose e le sere ammutolite di ottobre, il sole sbigottito di novembre e il suo fiato sulle rose canine, il sangue d’agosto sui trifogli e le amarene. Si avvicendano i mesi, in un ciclo di infiniti ritorni, e con essi le stagioni: l’estate dalla posa leggendaria, pretesto per l’azzurro, interminabile, senza peso, tediosa, divampante; l’autunno dall’innata compostezza, misericordioso, bracconiere, che arriva per frammenti; l’inverno con i suoi rigori e le nere campate; il delirio e il disinganno della primavera. Il tempo, declinato in mesi e stagioni, scandito da anni, giorni, istanti, qui come altrove non smette di ossessionare il poeta che con esso ingaggia un vero e proprio corpo a corpo (in questi versi la parola tempo ricorre ben 39 volte). A questo tempo artificiale si accompagna il tempo atmosferico (la neve, il gelo invernale, il vento, la pioggia, il temporale, la burrasca, i fortunali, la bonaccia, la nebbia) che regola il lavoro agricolo e la vita rurale. Quest’ultima viene colta attraverso scorci di esterni, in un tripudio di natura, in cui piante, fiori, frutti, animali, vengono definiti con una terminologia esattissima invitando chi legge a osservare e magari scoprire un patrimonio da amare e da difendere. L’atmosfera rurale si anima anche nei fascinosi dettagli degli interni: le lucerne, i cassetti pieni di monili luccicanti, arnesi da buttare, vecchie foto sgualcite, le giacche di velluto nell’armadio, le crepe sui portoni, aghi e cancelli arrugginiti, camicie di vigogna, scialli d’organza, panama un po’ sfatti, bottoni in madreperla, calendari, agende abbandonate alle cantine, conchiglie dure, intarsi di cammeo. Il poeta ci spalanca le porte di una dimora contadina, apre la finestra, il portone e il cancello citato a più riprese, sul giardino, sui campi, sul bosco, facendo ampio uso di quelle che Laura Caccia definisce “memorie sensoriali”: sapori (rosolio, miele, vino amaro, vino bianco, pane fresco), odori (il profumo dell’olio buono, delle pesche, delle porte socchiuse nelle case di campagna), rumori (la risacca, il brusio dei fossi, il grido del gufo, lo stridore dell’uscio del cancello e della legna di faggio dentro il camino) e percezioni tattili (la scorza di arbusti e rami secchi, la torba pungente, la lanugine dei pioppi). Proustianamente evocato da queste sensazioni, si profila uno scenario d’altri tempi, in cui avviene l’intimo colloquio tra l’io poetico e un tu che può coincidere con la compagna di vita, mentre l’unica persona a stagliarsi ben definita è la nonna che, col suo vestito anni cinquanta, fornisce una coordinata temporale alla nostra immaginazione. La nonna che coltiva crisantemi, i fiori tradizionalmente associati ai cimiteri, al giorno dei morti che cade in novembre, nel periodo della loro fioritura. E la morte si insinua ovunque, come è inevitabile dato che questi versi costituiscono una sorta di trattato lirico sul tempo: si fa il conto dei distacchi, si va con piedi silenziosi al funerale degli amici, ognuno si aggrappa all’azzurro, specchiandosi dentro un fuoco fatuo, tiene con sé gli assenti come luce di stelle scomparse che ancora ci raggiunge quando la loro bellezza è svanita nel vuoto. La morte che è inscindibilmente intrecciata alla vita come nella dinamica predatore-preda, in cui il primo agisce per nutrire la sua stirpe, “non per la morte, solo per la vita”. La morte che ci rammenta la nostra finitezza: siamo un battito di ciglia, un fiato corto e più niente resterà di noi e della penombra che ci opprime e che tormenta il senso delle cose. Le lacrime scorrono copiose in questi versi crepuscolari, e in tal senso il riferimento è soprattutto Corazzini, con il suo bambino piangente e la messa in discussione della poesia, che ritroviamo anche al termine della silloge. Nei versi di Floris tutto sembra sempre colto sul punto di svanire: le persone, la natura, la terra stessa. E forse per un desiderio di mettere ordine, di trattenere gli assenti e gli attimi trascorsi, come si conservano e si ordinano le vecchie foto nei cassetti, il poeta cura meticolosamente la struttura del verso, il “comporre” di cui lui stesso parla, abbracciando la scelta neo-metrica con un uso estremamente rigoroso degli endecasillabi, una coesione conseguita attraverso ricorrenze tematiche e lessicali e la concatenazione erede delle coblas capfinidas provenzali, con l’ultimo verso di ogni poesia ripreso all’inizio della successiva. Una delicata musicalità si appaia al dettato sobrio ed elegante, in cui la semplicità non rischia mai di diventare sciatteria. Una scelta che il poeta rivendica con fermezza sostenendo, come si legge su La poesia e lo spirito: “Così anche a me piacerebbe scrivere: nessun aggettivo superfluo, nessuna espressione arcaica o ridondante, ma – di converso – nessun cedimento alle mode o alle correnti. A me piace utilizzare il verso tradizionale perché non riesco davvero a scrivere in assenza di un ritmo, e non mi sento di dover recitare il mea culpa per questo”. Il titolo della silloge, Monete fuori corso, viene quindi a rappresentare non soltanto gli scenari d’antan così accuratamente delineati, ma anche una forma tradizionale, che serba intatti il suo fascino e la sua ragion d’essere, quei bagliori più volte citati nel testo.
(Francesca Del Moro)

Istanti

Settembre è un po’ crudele. La sua luce
obliqua, di un’estate senza peso,
dà gloria al giorno. Cosa ci rimane
di questa terra che non ci contiene
ancora, ma ci guarda? Sai che forse
la tíngide sta depredando il melo
del tuo frutteto? Farlo rinverdire,
guarire quelle foglie che non sanno
perché si muore, a cosa serve il tempo,
è come rifiorire, dilatando
gl’istanti preziosissimi che abbiamo.

§§§

Monete fuori corso

Si fa sentire l’artrite dei vecchi
nelle sere d’ottobre ammutolite
dal vento. Così almeno se ne vanno
le scorie dell’estate nel crogiuolo
del tempo. Non c’è gloria in questi passi
di ghiaia e sole finto, se la nebbia
s’impiglia negli arbusti mattutini
e gioca le sue carte. Ho sotterrato
monete fuori corso, ma sappiamo
entrambi che l’autunno è un bracconiere,
e non saprà che farsene del peso
degli anni, del bagliore dei monili,
di tutti quegli arnesi da buttare,
stipati nei cassetti con le foto
sgualcite. Poi sfioriscono i gerani:
nessuno può scordarsi di morire.

(Raffaele Floris, da Monete fuori corso, raccolta inedita)

Raffaele Floris (Pontecurone,1962) è incluso nell’Antologia della poesia in Piemonte e Valle d’Aosta (puntoacapo, 2012) e nell’Antologia della poesia in provincia di Alessandria (ivi 2014), nell’Antologia di micronarrativa In poche parole (ivi 2023 e 2025) e in vari blog e riviste letterarie online. Pubblicazioni di poesia: Il tempo è slavina (Lo Faro, 1991); L’ultima chiusa (Joker, 2007); Mattoni a vista (puntoacapo, 2017); Senza margini d’azzurro (ivi 2019); La macchina del tempo (ivi 2022); Pansele în păhar – Viole nel bicchiere, quindici poesie tradotte in lingua rumena (Cosmopoli ed. 2023). Quando Pippo volava (ivi 2025). Narrativa: La croce di Malta (romanzo breve, puntoacapo 2013). L’òm, l’aşi e ‘r pulóu (detti, proverbi e filastrocche in dialetto pontecuronese, con cenni di grammatica, PiM 2016).

Raffaele Floris