Nota di Carlo Ragliani su “Ennèabaalmir” di Mark Bedin

Persino dopo una superficiale lettura del testo di Bedin, ci sembra difficoltoso ignorare il fatto palese per cui scalfire la poesia del Vicentino con una qualsiasi forma critica significa de iure misurarsi con i limiti intrinsechi e non della medesima modalità esegetica.
Per questo motivo, senza troppi indugi e velleità, ci conviene sin dal principio asseverare che quando si discute di quest’opera, si sta discorrendo di un macro-simbolo che, per essere e farsi, demolisce e cannibalizza sé stesso sino alla consumazione assoluta della propria carne, intesa come rhema e del thema.
Sul piano lessicale, infatti, incontriamo un dettato che si comprende nella deprivazione di un unico piano di senso, e nella capacità di traviare ogni riferimento condiviso con la poesia più frequentata; il che, seppur tale esperimento risulti effettivamente interessante per le modalità espositive di cui il poeta si fa carico, dimostra un certo limite connaturato alla lingua della poesia, se non alla lingua tout court.
Petrosa è invero questa gloxa, brecciata nel suo esporsi, sottesa ad uno studio petrarchesco-secentesco-tardo ottocentesco, complice e vittima di quella necessità che non sa esprimersi nella concreta velleità di un verso facile; tanto che questa raccolta esaurisce l’apparizione estetica della rappresentazione, tradendo quel pio desiderio di suturare la ferita aperta dell’innominato, e rinunciando alla trivialità della semplice evidenza: “la muerte no es una materia trivial”.
Recuperando lo storico della poesia di Bedin, è nostro dovere affermare che questi sia piuttosto incline al paradosso, tanto che se nella fatica precedente a questo testo il Nostro trova nell’elezione di una lingua musealizzante uno status-artefatto di natura oscena, occultamente sottesa a quel che si compie all’oscuro della vista dei più, l’attuale cimento non si discosta in modo radicale da questi intenti, giacché ne concreta infatti i medesimi arcani esiti.
Eppure la poetica dell’autore si evolve involvendosi in Ennèalbamir; e regredisce al proprio interno per avanzare nella remotezza del presente, fornendo una stratificazione ipnotica, allucinata ed immaginifica che, unitamente alla sapienza lessematica, concorre a produrre un’aura finalmente (ed in modo etimologicamente attestabile) orfica.
Il narrato, in ultima istanza davvero presente nel testo, cela e nasconde un suicidio che, meticciando nei vari registri stilistici, si confonde tra le spire metalliche e leggerissime di un incubo-visione che si innalza e si amplifica ai limiti di dell’esasperazione cumulativa dell’incomprensibile; deinde la narrazione è consegnata al lettore meno impulsiva e frenetica di altre prove di Bedin, ma non per questo meno incline al darsi effettivo concretamene ravvisabile in un elemento di urgenza e fissità.
La stratificazione del testo – o meglio: del simbolo-opera – esiste come perversione del senso assoluto e relativo, senz’altro aggiungere e senza dover spezzare il pane della comunione all’infinito senza mai sfamare alcuna bocca; tanto che, giunti in chiosa, ci piacerebbe escutere il fatto per cui la summa effettiva di questo testo non possa essere che la pratica della poesia rechi, in quest’opera ed altrimenti, il disdegnato rifiuto di partecipare, di schierarsi sia dalla parte dei vincitori che dei vinti, dimenticare per ricordare: accedere per uscire.
E tale ci sembra essere la riflessione del Vicentino: il verso non possa che esistere senz’ombra di dubbio come un nucleo ateleologico, ed al contempo obbligatoriamente deontologico poiché propriamente vaticinate, per superare la piaga onfaloscopica e iper-enfatica che l’ars poetica dei nostri giorni propone, sempre più rivolta ad un dialogo più tentato che riuscito, e per sempre rivolto ad una politicità esasperante il senso primo ed ultimo del fare poetico.
Sarebbe a dire: seppur questo genere di poesia effettivamente non comporti una risoluzione de facto dell’impossibilità comunicativa della stessa poesia, al contempo ci sembra risolvere democraticità del testo poetico in una esclusività tanto lontana dall’aristocrazia elitista quanto dallo sciamanesimo retorico preso a prestito alla rinfusa.
(Carlo Ragliani)

Terzo sacrificio.

Stizzita cagna il rostro inciprignisce
tra bave pendule. Le maglie s’urtano
della catena d’acciaio irretite,
a poca altezza dallo scabro asfalto,
tesa di sbieco e issata al sole contro
le ellittiche eiettando incerte e negre;
e si innerva, si prostra al lemniscato
passo iterato tra le leste zampe
e pur le inflitte e duttili ombre infine.
S’avvicina una madre ora alle clatre,
ella adduce un infante tra le membra;
della fera i petulchi denti avversi
e ossedenti collidono illiciando
metallici clangori alle ossidate.
Poscia eburnea, scrignuta e malestrùa
quinci ella il cranio porge dell’infante
alle mascelle, in guisa d’offa al Cèrbero;
già l’usta usmata le impesta le froge,
e l’ossa-forcipe aguzze e sdrucite
al par di barbigliate e ceree amìgdale
nella saliva le abrade, e ispessito
l’adro rinario lede al fatuo vespero
in cui spiccano i gheppi e i balestrucci
nella violacea luce, e i lor garrii.
La madre brancola e mezzo l’infante
seco reca ché già in parte l’esiguo
cranio oltre le inferriate e alle mandibole
a mo’ d’un pasto viene tosto offerto;
al gomito l’avversa palma destra
folce le cosce e l’altra l’alto tergo,
la ove gli interni alveoli il torace
accrescono. Le fauci della fera
tiran di forza dalle molci palme
e come strali alla crosta salina
il glabro cranio si crepa del pargolo;
sterpa dal corpo, inante la ruina,
la cervìce, che un lembo sol la copre:
quinci, residuo, il sangue stilla a fiotti
e retrogràda la madre lumando
della cagna bruttare eburneo il manto
ché ogni sferzata a terra sgorga a tòcchi
d’ossa, pelame, liquore e cruore.
All’inquisito loco or si finitimo,
nel nimbo di un lampione a gas ghermite
le conquise falene coartate,
in armillari rotte reiterate
compendiano le umbratili sinòpie
sul limaccioso arriccio e fuse scorie,
di pozze impanïate, il cui riverbero
insito a guisa di spegli incrinati,
franti rabeschi espugna foschi e spuri.
Le ginocchia ella poggia e il corpo insieme
decollato e minuto, e propria anàtema
par ragunare prostrata; poi ghermisce
con un sol palmo le caviglie, “Ennèabaalmir”,
a l’arse labbia quita e poi pispiglia,
quinci votivo al muso alto lo aderge
sovra la pozza punicea levato
e lo proietta contro il suolo. “Ennèalbamir”,
ella ripete agli occhi della cagna.

(Mark Bedin, da Ennèabaalmir, raccolta inedita)

Mark Bedin nato il 05/03/1997 a Vicenza dove vivo. Faccio l’operaio in una acciaieria.
Ho pubblicato: Il fallout degli dèi (RP libri, 2020); Reportage clinici (Nulla die edizioni, 2021).
Reportage clinici è stato segnalato al premio di poesia e prosa Lorenzo Montano nel 2021 nella sezione raccolte inedite.

Mark Bedin